Pensate a una Vienna del tardo Settecento: carrozze che sferragliano sulle strade acciottolate, parrucche bianche che ondeggiano nei saloni illuminati da candelabri, e una musica così divina da sembrare un dono degli dèi. Poi, immaginate un uomo che quella musica la crea, un genio sregolato, un po’ folle, un po’ bambino, che ride sguaiatamente e si prende gioco di tutti. Questo è Amadeus, il film di Miloš Forman del 1984 che non è solo un ritratto di Wolfgang Amadeus Mozart, ma una riflessione profonda sull’arte, l’invidia e la fragilità umana. E sì, è anche un capolavoro che ha fatto incetta di Oscar – otto, per la precisione – e che ancora oggi ci lascia a bocca aperta.
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venerdì 4 aprile 2025
Amadeus .... un capolavoro che ha fatto incetta di Oscar!
Il film si apre con un vecchio Antonio Salieri, interpretato da un magistrale F. Murray Abraham, che si confessa in un manicomio. È un uomo spezzato, divorato dal rimorso e dall’invidia per quel Mozart che, ai suoi occhi, era un dono immeritato del cielo. Salieri, compositore di corte rispettato ma mediocre, ci guida attraverso i suoi ricordi, dipingendo un Mozart (Tom Hulce) che è tutto fuorché il santo che ci aspetteremmo: un ragazzo prodigio diventato un adulto eccentrico, volgare, con una risata stridula che ti resta in testa per giorni. Eppure, quella stessa creatura insopportabile sforna melodie che sembrano scendere direttamente dal paradiso. È questa contraddizione che rende Amadeus così affascinante: Mozart è un genio, sì, ma è anche un disastro umano.
Forman non si limita a raccontarci una storia: ci immerge in un’epoca. La ricostruzione storica è sontuosa, dai costumi elaborati alle scenografie che sembrano dipinti viventi. Ogni dettaglio – il suono delle penne d’oca che grattano la carta, il fruscio delle sete, il clangore delle stoviglie nei banchetti – ti trasporta nella Vienna imperiale. E poi c’è la musica, ovviamente. Le composizioni di Mozart non sono solo un sottofondo: sono un personaggio a sé, che esplode sullo schermo con una forza che ti fa venire i brividi. Pensate alla scena in cui Salieri sfoglia i manoscritti di Mozart e si rende conto che sono perfetti, senza una correzione: è un momento di pura emozione, un pugno nello stomaco.
Ma il vero cuore del film è il rapporto tra Salieri e Mozart. Salieri dovrebbe essere il cattivo, il rivale che trama nell’ombra, forse persino l’assassino (anche se la storia reale smentisce questa teoria). Eppure, non riesci a odiarlo. Abraham lo rende così umano, così tormentato dalla sua mediocrità di fronte al genio, che finisci per provare pena per lui. Mozart, d’altro canto, è un’esplosione di vita: Hulce lo interpreta con un’energia contagiosa, ma anche con una vulnerabilità che emerge nei momenti più bui, come quando la sua salute e la sua fortuna iniziano a crollare. È un duello psicologico che ti tiene incollato allo schermo, chiedendoti chi sia davvero il vincitore.
Amadeus non è solo un film biografico: è una meditazione sull’arte e su cosa significhi essere umani. Ti fa ridere, ti commuove, ti fa arrabbiare. E quando arrivano i titoli di coda, con quella risata di Mozart che ancora ti rimbomba nelle orecchie, ti ritrovi a pensare: “Valeva la pena invidiarlo così tanto?”. Forman, con la sua regia impeccabile, ci regala un’opera che è essa stessa un piccolo miracolo, premiata con Oscar meritatissimi: miglior film, regia, attore protagonista (Abraham), sceneggiatura non originale, suono, costumi, scenografia e trucco. È cinema che ti cattura e non ti lascia andare.
Se non l’avete ancora visto, correte a recuperarlo.
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