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mercoledì 11 febbraio 2026

Celluloid Saint for Sofia Loren by Stefano Donno

 1. Celluloid Saint 

The lens arrives hungry.
First the shoulder, then the sway—
a coastline refusing the page.
Pozzuoli’s ash still clings
to the arches of her feet
even in satin. She walks
as if the war owed her
every red carpet since.
In black and white she mothers
through teeth of history,
claws hidden in the cradle.
In color she strips
the performance bare,
laughing smoke over ruins.
The camera eats.
She eats back.
Leaves tooth marks on the reel.
Now the nitrate fades
but she does not.
Silver in the hair,
volcano in the eyes—
still erupting,
still warm.
2. Negative Space She is the negative from which the century developed its desire.A body drawn in curves that refuse the straight line of progress: hips like the Amalfi road after rain, dangerous and inevitable. From the rubble she salvaged this silhouette, dressed it in Dior, taught it to speak English with a throat full of Naples.In Two Women the Madonna learns how to bite. In Marriage Italian Style the wife becomes the director. Always she returns the gaze—those eyes, dark wells where every spectator drowns willingly.Time has pixelated the old stock, turned silver to code, yet she remains analog, warm, flesh that remembers hunger. At the edge of the frame she lingers, a single frame that outlives the entire film.Beauty, she once said, is how you feel inside and it shows in the eyes.
So the eyes remain.
Still burning.
Still watching us watch her.





L’Europa e l'illusione della Competitivita "per decreto" - ecco cosa ne penso

C’è un paradosso che attraversa i corridoi di Bruxelles: l'idea che per rendere un continente competitivo basti scrivere una direttiva più lunga della precedente o convocare un Consiglio Europeo straordinario con un titolo altisonante. Ma la realtà, quella che si misura sui mercati globali e nei bilanci delle aziende, ci dice l'esatto contrario. La competitività non è un atto legislativo; è un ecosistema. E l'Europa, al momento, sembra più impegnata a potare l'albero che a nutrirne le radici.

Il mito della regolamentazione salvifica

Mentre gli Stati Uniti corrono con l’Inflation Reduction Act e la Cina domina la catena del valore delle tecnologie green attraverso sussidi massicci e controllo delle materie prime, l’Europa risponde con la sua arma preferita: la regolamentazione. Siamo diventati i primi della classe nel dare regole a mercati che, spesso, non abbiamo nemmeno creato (si pensi al settore tecnologico e dell'IA).

Tuttavia, normare un settore prima che questo possa svilupparsi sul suolo domestico è come mettere i limiti di velocità su una strada che non è ancora stata asfaltata. Il risultato? I capitali fuggono dove l'incertezza normativa è minore e il supporto all'innovazione è più concreto.

L’energia come tallone d’Achille

Non si può parlare di competitività senza affrontare il costo dei fattori produttivi. Il divario energetico tra le due sponde dell'Atlantico non è solo un dato statistico, è una condanna per l'industria pesante europea. Finché il costo dell’energia in Europa resterà strutturalmente superiore a quello dei nostri competitor, ogni discorso sulla "leadership industriale" rimarrà pura retorica da convegno. La transizione ecologica è un obiettivo nobile e necessario, ma se non è accompagnata da una strategia di sicurezza energetica che tuteli i costi per le imprese, rischia di trasformarsi in un processo di deindustrializzazione assistita.

Il capitale che manca (o che scappa)

Un altro nodo cruciale è l'integrazione dei mercati dei capitali. È frustrante osservare come il risparmio europeo finisca spesso per finanziare l'innovazione americana perché non esistono strumenti di investimento continentali abbastanza fluidi e integrati. Senza un’unione dei mercati dei capitali (la tanto discussa Capital Markets Union), le nostre startup continueranno a guardare a New York per la quotazione, portando con sé brevetti, talenti e gettito fiscale.

Una nuova visione politica

Per invertire la rotta, serve un cambio di paradigma mentale. La politica europea deve smettere di agire come un arbitro severo in una partita dove i suoi giocatori sono esausti. Serve:

  • Meno burocrazia, più strategia: Semplificare non significa deregolamentare selvaggiamente, ma rendere le norme prevedibili e meno opprimenti per le PMI.

  • Investimenti comuni: Senza un "braccio finanziario" comune, la frammentazione tra stati membri più forti (che possono permettersi aiuti di stato) e quelli più deboli finirà per distruggere il mercato unico dall'interno.

  • Realismo Geopolitico: Riconoscere che la competizione globale oggi è una lotta per l'autonomia strategica.

In sintesi, la competitività non si ottiene chiedendola gentilmente nei documenti programmatici. Si ottiene creando le condizioni affinché chi vuole fare impresa in Europa non si senta un eroe che lotta contro il sistema, ma un motore sostenuto dal sistema stesso. Il tempo dei consigli formali è scaduto; è il momento di decidere se vogliamo essere un museo regolamentato o un laboratorio pulsante di futuro.

(Stefano Donno) 




Zen Buddhistic Poems ‐ Poesie buddiste zen di Dongho Choi ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Zen Buddhistic Poems

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Giornale di uno straniero a Parigi di Curzio Malaparte (Adelphi)

 Dal sogno di una seconda patria alla lacerante solitudine di chi è straniero in due patrie.

«Che è, che è, che brucia laggiù, che splende laggiù, che abbaglia laggiù, in fondo all’orizzonte? No, non è una nuvola che apre il suo grembo, che disseta la terra, una nuvola bianca di primavera. Non è un fiume, né un vetro di finestra, né un incendio di un pagliaio. No, non è il bagliore dell’occhio di un cavallo, del sorriso di una ragazza, dell’ala di un’allodola. È la faccia di Dio. È la terribile faccia di Dio. È il bagliore fermo, immobile, immutabile, e triste, e cattivo, che è nella faccia di Dio. È la faccia di Dio nella sua nudità più assoluta».


Nel giugno del 1947 Malaparte torna a Parigi dopo quattordici anni: non di assenza ma «d’esilio», precisa, come se la Francia fosse per lui una seconda patria. Una patria anzitutto letteraria: non a caso lo scrittore moderno che sente più vicino è Chateaubriand, di cui condivide i gusti, l’indole, i sentimenti, le inclinazioni – e la profonda malinconia: «È in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese». Non si tratta però solo di inclinazioni letterarie: «Ogni volta che attraverso la frontiera francese,» confessa «respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo, e sicuro». È un’intera civiltà ad attirarlo irresistibilmente: la modernità «raffinatissima e intransigente» dell’età di Luigi XV, fiduciosa nell’«uomo perfetto»; la follia «fredda, chiara» di Cocteau e Giraudoux, che correggono con l’immaginazione quanto di troppo cartesiano c’è nello spirito francese; il colore del cielo di Parigi, degli alberi e dell’acqua della Senna, che Madame Schiaparelli sa catturare nelle sue stoffe. Ma il giornale di Malaparte è un racconto attorno a un «io» destinato al naufragio, in un’epoca che non gli appartiene più. I salons dove intreccia conversazioni con scrittori, gente di teatro, artisti e diplomatici sono ormai solo un riverbero del passato. I quattordici anni trascorsi hanno scavato un solco: nello sguardo di Mauriac, Malaparte coglie ora un oscuro rimprovero, e in quello di Camus incomprensione se non odio. È lo scotto che deve pagare in quanto italiano, e sospetto di collaborazionismo. Intorno a lui ormai serpeggia la convinzione «che soltanto i Francesi abbiano lottato per la libertà»: il sogno di una patria ideale non ha retto all’impatto della Storia, e ha lasciato posto alla lacerante solitudine di chi si scopre straniero in due patrie




martedì 10 febbraio 2026

Lost Alleys ‐ Viali perduti di Kooseul Kim (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Lost Alleys

Viali Perduti di Kooseul Kim

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Kooseul Kim è una voce riconosciuta internazionalmente per la sua capacità di narrare l'invisibile.

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Ogni "viale" descritto è una riflessione sulla perdita, la ricerca e la riscoperta di sé.

Non lasciarti sfuggire questa straordinaria opera letteraria.

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White Suit Liturgy for John Travolta by Stefano Donno

 1. White Suit Liturgy

(free verse con ritmo interno che imita il passo disco)
The floor is a prayer mat of light.
He steps, white suit drinking every color,
hips snapping like a catechism of want.
Tony Manero, nineteen, Brooklyn in his blood,
raises one arm and the whole decade
leans in to listen.
Disco balls break him into a thousand saints,
each reflection sweating the same fever.
The Bee Gees are angels with falsetto wings;
the bass line is God saying stayin’ alive.
Years later the suit hangs in a climate-controlled vault
like a relic, but the body remembers.
Even now, in the quiet kitchen at 2 a.m.,
a foot taps under the table,
unaware it is still dancing.


2. Twist Theology
(Bop-inspired: tre strofe + refrain ripetuto, ibrido con frammento prosastico)
He walks into the diner like a man who has already died once.
The jukebox coughs, Uma rises,
fingers snap once—sharp as a contract.
They circle.
The twist is not nostalgia;
it is resurrection in 4/4 time.
The gun in his waistband forgets its name.
The crowd forgets the blood outside.
Only the bodies remember:
how to be young again for three minutes and twelve seconds.
One twist, and everything changes.
One twist, and everything changes.
(Prose fragment)
Later he will say the scene saved him.
Not the Oscar nomination. Not the comeback.
Just that moment when the hitman learned
how to move like someone who still believes
in mercy.


3. The Man Who Keeps the Beat
(prose-poem ibrido, confessional ma distaccato, con refrain finale)
There is a version of him that never left the floor.
He is still nineteen, still dangerous, still smiling like the world owes him nothing and he intends to collect anyway.
There is another version: bald now, softer around the edges, carrying the weight of two children who lost their mother and a son who left too soon. He speaks of them in interviews with a gentleness that feels like contrition set to a slow ballad.But under every interview, under every straight-to-video paycheck, under every red-carpet grin, the pulse is there—subtle, relentless, the same four-on-the-floor that once made strangers in 1977 believe they could fly.He does not dance in public much anymore.
He does not have to.
The rhythm is inside the bones now.
It walks with him.
It waits.
Stayin’ alive.
Stayin’ alive.






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Celluloid Saint for Sofia Loren by Stefano Donno

  1. Celluloid Saint  The lens arrives hungry. First the shoulder, then the sway— a coastline refusing the page. Pozzuoli’s ash still clings...