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lunedì 9 febbraio 2026

Al largo nella città: Anche se gli alberi, Idro, Dromi di Massimiliano Marrani (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Al largo nella città • Massimiliano Marrani | Poesia Contemporanea

Al largo nella città

Anche se gli alberi, Idro, Dromi
Una raccolta poetica intensa e contemporanea di Massimiliano Marrani.
Tempo, memoria, solitudine urbana e il grande viaggio interiore.

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Una poesia che parla al presente

Versi liberi, potenti e profondamente umani. Massimiliano Marrani ci accompagna in un viaggio tra le strade della città, il silenzio delle colline e il deserto del futuro, con una voce lirica matura e autentica.

✍️ Stile Lirico Contemporaneo

Immagini forti e frammenti esistenziali che restano impressi.

🌆 Temi Universali

Tempo, memoria, solitudine e ricerca di senso nella vita moderna.

📖 Edizione Curata

Una raccolta raffinata, ideale per chi ama la poesia vera e profonda.

Perché leggere questo libro

«Gli anni che diventano un devo dimagrire
Per oggi non accendo il televisore
Il grande viaggio prima di morire»

Una poesia che non consola, ma illumina. Perfetta per chi cerca una voce autentica nella letteratura contemporanea italiana.

Pronto a salpare?

Immergiti in una delle voci più interessanti della poesia italiana di oggi.

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Massimiliano Marrani — Al largo nella città

© IQDB Casa Editrice • Poesia Contemporanea Italiana

Hips Write History for Ricky Martin by Stefano Donno

Hips Write History 

The hips write history before the mouth opens.
A single swivel and the nineties crack open
like a coconut on concrete, milk and fire spilling
into every living room from San Juan to Seoul.
He was already dancing inside the machine—
Menudo’s bright uniform, teeth too white,
smile rehearsed until it became prophecy.
Then the shirt came off and the world
learned a new verb: to Ricky.
To Ricky is to refuse the small life.
To Ricky is to let the bass line fuck the spine
until shame forgets its own name.
Livin’ la vida loca—
not crazy, but uncontained,
a reggaeton heartbeat stitched
into the chest of every boy
who once lowered his eyes in church.
Now the stage is a cathedral of sweat and light.
He moves and the border dissolves
between body and anthem,
between the man they wanted
and the man who arrived,
hips first, truth second,
glitter everywhere.
Crown of Fire & Translation (una corona libera di sette frammenti, ogni “sonetto” ridotto a un respiro, che si incatenano come i movimenti di una coreografia)
I.
He translates desire into muscle memory.
The body a dictionary no one burned.
II.
Puerto Rico in the throat, English in the hips—
code-switch mid-thrust,
the audience comes
before they understand the words.
III.
Came out like a chorus:
I am a fortunate homosexual man.
The sentence still vibrates
in the ribs of those who heard it live.
IV.
Father now. Two sons.
The same hands that once set the world on fire
now tie shoelaces with the patience of saints.
Still, the hips remember.
They always remember.
v.
King of the crossover,
he crossed more than charts—
he crossed the line we drew
between sacred and profane,
between silence and scream.
VI.
Listen: the reggaeton is prayer.
The sweat is holy water.
The grin is resurrection.
VII.
And when the lights go down
he keeps dancing in the dark,
a small fire
that refuses every language
that ever tried to name him
small.





Leopoli al buio: quando la guerra arriva anche nel “retrobottega” dell’Ucraina - ecco cosa ne penso

 











Leggendo il pezzo di Repubblica di oggi, 9 febbraio 2026, viene un nodo alla gola. Leopoli – Leopoli, la perla culturale dell’Ucraina occidentale, la città che per milioni di ucraini e di europei è sempre stata sinonimo di caffè storici, architettura asburgica e quel senso di normalità che resisteva nonostante tutto – è finita al buio. Non solo per qualche ora: intere zone della città e dell’oblast sono senza corrente, e con loro le strutture sciistiche dei Carpazi, i centri turistici, gli alberghi che in questi anni avevano provato a tenere in piedi un pezzo di economia e di anima del Paese.Non è un incidente. È un raid russo mirato alle infrastrutture energetiche che, come effetto collaterale (o forse voluto), ha spento le luci anche dove la guerra sembrava ancora lontana.Una strategia fredda, calcolata, invernaleDa mesi Mosca ha spostato il baricentro degli attacchi sulla rete elettrica ucraina. Non è più solo Kharkiv o Zaporizhzhia sotto tiro: ora tocca sistematicamente all’ovest. L’obiettivo è chiaro a chiunque segua il conflitto con lucidità: rendere la vita impossibile durante il periodo più freddo dell’anno. Senza luce, senza riscaldamento, senza acqua corrente stabile, la popolazione civile si logora. I rifugiati che erano tornati a ovest per sentirsi più sicuri ora si trovano di nuovo esposti. I turisti – pochi, ma simbolici – spariscono. Le strutture sciistiche spente significano posti di lavoro persi, stagioni rovinate, un segnale che nemmeno l’economia “di retrovia” è al riparo.È una forma di guerra psicologica sofisticata. Putin non ha bisogno di conquistare Leopoli per farla soffrire. Gli basta dimostrare che nessun luogo in Ucraina è veramente sicuro, nemmeno a pochi chilometri dal confine polacco. È il messaggio rivolto sia agli ucraini («resistete, ma a che prezzo?») sia all’Occidente («vedete? I vostri aiuti non bastano a proteggerli»).Il significato politico profondoQuesto attacco ha un forte valore simbolico. Leopoli non è solo una città turistica: è la capitale morale dell’Ucraina occidentale, il cuore del nazionalismo ucraino moderno, il luogo dove si sono formate molte delle élite politiche e culturali che sostengono la resistenza. Colpirla significa dire: «Vi raggiungiamo ovunque».Nello stesso tempo, è un messaggio di disprezzo verso l’Europa. Leopoli è a un passo dall’UE. I raid arrivano fin quasi al confine. È come se Mosca dicesse: «La vostra vicinanza geografica non vi protegge, e la vostra vicinanza politica nemmeno». Un avvertimento nemmeno troppo velato a Varsavia, Bucarest e Bruxelles.Dal punto di vista militare, conferma quello che molti analisti temono da tempo: la Russia ha accettato una guerra di logoramento lunga. Non punta più a grandi avanzate territoriali (almeno per ora), ma a distruggere le basi della resistenza ucraina: energia, industria, morale della popolazione. L’inverno è l’arma. Il freddo fa il resto.Cosa significa per l’Occidente e per ZelenskyPer Volodymyr Zelensky questo è un momento delicatissimo. Deve gestire un Paese esausto, con milioni di persone che vivono con blackout programmati o improvvisi, mentre la diplomazia (i vari round di colloqui di cui si parla in queste settimane) procede a singhiozzo. Ogni nuovo attacco energetico rende più difficile sostenere la narrazione della “resistenza vittoriosa” e più facile, per le voci critiche interne ed esterne, chiedere compromessi.Per l’Europa e gli Stati Uniti è una prova di realtà. Gli aiuti militari ci sono stati, ma evidentemente insufficienti sul fronte della difesa aerea e della resilienza energetica. Patriot, SAMP/T, sistemi antiaerei a corto raggio servono a proteggere le centrali e le sottostazioni. Senza quelli, continueremo a leggere titoli come quello di oggi: «Leopoli al buio».Una guerra che non finisce con i trattatiChi pensa che un eventuale accordo di pace possa semplicemente “spegnere” tutto si illude. Questa offensiva energetica sta creando danni strutturali profondi. Ricostruire la rete ucraina richiederà anni e decine di miliardi. Nel frattempo, la popolazione impara a vivere con il freddo, con le candele, con i generatori. Si abitua alla precarietà. E l’abitudine alla sofferenza è una delle cose più pericolose in un conflitto.Leopoli al buio non è solo una notizia di cronaca. È la dimostrazione che questa guerra è entrata in una nuova fase: non più solo di conquista territoriale, ma di distruzione sistematica della società ucraina. Una fase in cui la linea tra obiettivo militare e sofferenza civile diventa sempre più sottile, fino a scomparire.E noi, dall’altra parte dello schermo, dovremmo chiederci quanto siamo disposti a tollerare questo buio – letterale e metaforico – prima di decidere che la stabilità europea vale il prezzo necessario per fermarlo (Stefano Donno) 

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