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giovedì 15 gennaio 2026

La Crisi Iraniana: Un Regime alle Corde, tra Brutalità e Spettro della Guerra Civile - ecco cosa ne penso

 In un Medio Oriente già lacerato da conflitti perenni, l'Iran si trova oggi sull'orlo di un precipizio che potrebbe inghiottire non solo il regime dei mullah, ma l'intero paese in un vortice di violenza inimmaginabile. Immaginate una nazione di 90 milioni di anime, un tempo culla di antiche civiltà, ridotta a un'arena di repressione sanguinaria: è questa la realtà che emerge dalle strade di Teheran, Isfahan e delle province remote, dove una scintilla economica ha acceso un incendio che il potere non riesce più a spegnere con la solita facilità. Non posso fare a meno di criticare aspramente un regime che, invece di ascoltare le grida legittime del suo popolo, risponde con proiettili e patiboli.

La rivolta, nata a dicembre da proteste contro l'inflazione galoppante e la corruzione endemica – rivendicazioni che persino il presidente Pezeshkian ha definito "legittime" in un raro momento di onestà – si è trasformata in un movimento di massa contro l'intero sistema teocratico. Ma la risposta è stata prevedibilmente feroce: almeno 2.500 morti accertati, forse il doppio secondo fonti indipendenti, oltre 10.000 arresti e un invito esplicito dal capo del potere giudiziario, Mohseini-Ejei, a procedere con processi sommari e condanne capitali. In un'era di blackout informativi imposti, dove internet è un lusso negato e i social un campo minato, è difficile misurare l'entità del caos. Eppure, una cosa è chiara: il regime è disposto a tutto per sopravvivere, anche a trasformare le piazze in campi di battaglia.Critico dove serve? Assolutamente sì. Questo approccio repressivo non è solo disumano, ma strategicamente miope. Ricordiamo le sommosse del 2019 o il movimento "Donna, vita, libertà" del 2022, scatenato dalla tragica morte di Mahsa Amini: in entrambi i casi, il regime ha schiacciato la dissenteria con la forza, ma ogni volta ha piantato semi di ribellione più profondi. Oggi, indebolito dalla "guerra dei dodici giorni" con Israele e Stati Uniti nel 2025 – un conflitto che ha esposto le vulnerabilità militari e diplomatiche dell'Iran – e schiacciato da sanzioni internazionali che strangolano l'economia, Teheran appare più fragile che mai. Le alleanze con proxy come Hezbollah o gli Houthi si sono sgretolate, lasciando il regime isolato e paranoico.Ma quali sviluppi possibili? Qui entra in gioco l'accattivante – e terrificante – gioco delle ipotesi. Uno scenario è che il regime riprenda il controllo, come un leviatano ferito che si rigenera nel sangue. Una tregua temporanea, forse, ma non una pace duratura: il malcontento economico e sociale continuerà a covare sotto la cenere. L'alternativa peggiore, però, è quella che mi tiene sveglio la notte: una guerra civile su scala siriana. Pensate alla Primavera araba del 2011, quando si credeva che Bashar al-Assad sarebbe crollato in settimane. Invece, resistette per 13 anni, lasciando dietro di sé mezzo milione di morti e un paese in rovina. In Iran, con le sue minoranze etniche – curdi, beluci, arabi – pronte a sfruttare il vuoto per rivendicazioni separatiste, il rischio di frammentazione è altissimo. Un regime con le spalle al muro non ha nulla da perdere: armerà le milizie, i manifestanti si radicalizzeranno, e l'ingranaggio della morte si avvierà inesorabile.E qui non posso tacere una critica all'Occidente, in particolare agli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Il presidente ha promesso "aiuto" ai manifestanti iraniani, ma senza dettagli concreti: è solo retorica elettorale o un piano per un intervento che potrebbe accelerare il disastro? Ricordiamo come interventi esterni abbiano spesso trasformato rivolte popolari in proxy war, con conseguenze catastrofiche. L'Iran merita un cambiamento dal basso, non imposto da droni o sanzioni che colpiscono più i civili che i potenti.In conclusione, la crisi iraniana non offre vie d'uscita rosee. È un monito per il mondo: le dittature non cadono dolcemente, e la violenza genera solo altra violenza. Come osservatori, dobbiamo amplificare le voci dei dissidenti, denunciare le atrocità e spingere per una pressione internazionale mirata, non bellicosa. Solo così, forse, eviteremo che l'Iran diventi l'ennesimo capitolo tragico della storia mediorientale. Ma il tempo stringe, e il silenzio del mondo potrebbe essere complice (Stefano Donno)





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