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sabato 17 gennaio 2026

La Censura Digitale in Iran: Un Regime che Teme la Verità Più di un Attacco Esterno - ecco cosa ne penso

 n un mondo sempre più interconnesso, dove un tweet può scatenare rivoluzioni e un post virale può smascherare tirannie, l'Iran sceglie di isolarsi dietro un muro digitale impenetrabile. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano il 17 gennaio 2026, il regime di Teheran sta valutando un blocco permanente di internet, trasformando l'accesso alla rete globale in un "privilegio governativo" riservato a pochi fedelissimi. Solo chi passa i rigidi controlli di sicurezza potrà navigare in una versione filtrata del web, mentre i cittadini comuni saranno confinati a una intranet domestica, isolata dal resto del mondo. È l'ennesima mossa di un governo che, terrorizzato dalle proteste di massa scoppiate il 28 dicembre scorso, preferisce spegnere la luce della conoscenza piuttosto che affrontare le sue ombre.

I fatti sono agghiaccianti e parlano da soli. Il blackout è iniziato l'8 gennaio, in piena escalation di manifestazioni anti-regime, e ha già superato in durata e severità quello egiziano del 2011 durante la Primavera Araba. Grazie a tecnologie importate dalla Cina – ironia della sorte, un altro campione di censura statale – le autorità iraniane hanno implementato un sistema di "whitelisting", che limita l'accesso solo a siti approvati. Un portavoce governativo ha persino annunciato che il blocco durerà almeno fino al Nowruz, il capodanno persiano intorno al 20 marzo. Ma le denunce dell'ONG Filterwatch, citate dal Guardian, rivelano un piano più sinistro: una trasformazione permanente del web in strumento di controllo, dove la libertà di informazione diventa un lusso per élite leali. In un Paese dove le proteste hanno già causato centinaia di vittime sotto la repressione sanguinosa, questo non è solo un atto tecnico: è una dichiarazione di guerra alla democrazia dal basso.Criticare questo regime non è un esercizio accademico, ma un dovere etico. L'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema, non esita a puntare il dito contro Donald Trump, accusandolo di essere "colpevole per le vittime, i danni e le calunnie" inflitte alla nazione iraniana. Parole che suonano ipocrite da chi ordina impiccagioni di massa – ben 800 previste, poi annullate, come ha ammesso lo stesso Trump – e soffoca il dissenso con il buio digitale. Trump, dal canto suo, si vanta di essersi "convinto da solo" a non attaccare l'Iran, dopo aver flirtato con l'idea di un raid militare. Ma qui non si tratta solo di un duello tra leader egocentrici: è il sintomo di una geopolitica malata, dove gli USA oscillano tra minacce belliche e ritiri opportunistici, lasciando spazio a regimi come quello iraniano per consolidare il potere attraverso la paura e l'isolamento.Immaginate un Iran tagliato fuori dal mondo: attivisti silenziati, giornalisti imprigionati, giovani privati di piattaforme per organizzare il cambiamento. Questo blocco non è solo una misura di "sicurezza nazionale", come la dipingono i media di Stato; è un atto di codardia politica che mina i diritti umani fondamentali. In un'era in cui la Cina esporta il suo modello di sorveglianza globale e regimi autoritari come la Russia o la Turchia intensificano la censura, l'Iran rischia di diventare un laboratorio distopico. E l'Occidente? Troppo distratto dalle sue crisi interne per intervenire con sanzioni mirate o supporto tecnologico agli attivisti. Israele e i Paesi arabi, secondo il Wall Street Journal, hanno premuto su Trump per evitare un attacco, temendo un'escalation. Ma ignorare la censura digitale significa condannare un popolo intero all'oblio.È tempo di alzare la voce: la comunità internazionale deve condannare con forza questo piano, imponendo sanzioni contro le aziende che forniscono tecnologie repressive e sostenendo reti alternative come VPN e satelliti per bypassare i blocchi. La vera minaccia per il regime di Teheran non è un missile americano, ma la luce della verità che filtra attraverso uno smartphone. Se l'Iran spegne internet, spegne anche la speranza di un futuro libero. Non possiamo permettere che accada in silenzio. (Stefano Donno)






giovedì 15 gennaio 2026

La Crisi Iraniana: Un Regime alle Corde, tra Brutalità e Spettro della Guerra Civile - ecco cosa ne penso

 In un Medio Oriente già lacerato da conflitti perenni, l'Iran si trova oggi sull'orlo di un precipizio che potrebbe inghiottire non solo il regime dei mullah, ma l'intero paese in un vortice di violenza inimmaginabile. Immaginate una nazione di 90 milioni di anime, un tempo culla di antiche civiltà, ridotta a un'arena di repressione sanguinaria: è questa la realtà che emerge dalle strade di Teheran, Isfahan e delle province remote, dove una scintilla economica ha acceso un incendio che il potere non riesce più a spegnere con la solita facilità. Non posso fare a meno di criticare aspramente un regime che, invece di ascoltare le grida legittime del suo popolo, risponde con proiettili e patiboli.

La rivolta, nata a dicembre da proteste contro l'inflazione galoppante e la corruzione endemica – rivendicazioni che persino il presidente Pezeshkian ha definito "legittime" in un raro momento di onestà – si è trasformata in un movimento di massa contro l'intero sistema teocratico. Ma la risposta è stata prevedibilmente feroce: almeno 2.500 morti accertati, forse il doppio secondo fonti indipendenti, oltre 10.000 arresti e un invito esplicito dal capo del potere giudiziario, Mohseini-Ejei, a procedere con processi sommari e condanne capitali. In un'era di blackout informativi imposti, dove internet è un lusso negato e i social un campo minato, è difficile misurare l'entità del caos. Eppure, una cosa è chiara: il regime è disposto a tutto per sopravvivere, anche a trasformare le piazze in campi di battaglia.Critico dove serve? Assolutamente sì. Questo approccio repressivo non è solo disumano, ma strategicamente miope. Ricordiamo le sommosse del 2019 o il movimento "Donna, vita, libertà" del 2022, scatenato dalla tragica morte di Mahsa Amini: in entrambi i casi, il regime ha schiacciato la dissenteria con la forza, ma ogni volta ha piantato semi di ribellione più profondi. Oggi, indebolito dalla "guerra dei dodici giorni" con Israele e Stati Uniti nel 2025 – un conflitto che ha esposto le vulnerabilità militari e diplomatiche dell'Iran – e schiacciato da sanzioni internazionali che strangolano l'economia, Teheran appare più fragile che mai. Le alleanze con proxy come Hezbollah o gli Houthi si sono sgretolate, lasciando il regime isolato e paranoico.Ma quali sviluppi possibili? Qui entra in gioco l'accattivante – e terrificante – gioco delle ipotesi. Uno scenario è che il regime riprenda il controllo, come un leviatano ferito che si rigenera nel sangue. Una tregua temporanea, forse, ma non una pace duratura: il malcontento economico e sociale continuerà a covare sotto la cenere. L'alternativa peggiore, però, è quella che mi tiene sveglio la notte: una guerra civile su scala siriana. Pensate alla Primavera araba del 2011, quando si credeva che Bashar al-Assad sarebbe crollato in settimane. Invece, resistette per 13 anni, lasciando dietro di sé mezzo milione di morti e un paese in rovina. In Iran, con le sue minoranze etniche – curdi, beluci, arabi – pronte a sfruttare il vuoto per rivendicazioni separatiste, il rischio di frammentazione è altissimo. Un regime con le spalle al muro non ha nulla da perdere: armerà le milizie, i manifestanti si radicalizzeranno, e l'ingranaggio della morte si avvierà inesorabile.E qui non posso tacere una critica all'Occidente, in particolare agli Stati Uniti sotto la nuova amministrazione Trump. Il presidente ha promesso "aiuto" ai manifestanti iraniani, ma senza dettagli concreti: è solo retorica elettorale o un piano per un intervento che potrebbe accelerare il disastro? Ricordiamo come interventi esterni abbiano spesso trasformato rivolte popolari in proxy war, con conseguenze catastrofiche. L'Iran merita un cambiamento dal basso, non imposto da droni o sanzioni che colpiscono più i civili che i potenti.In conclusione, la crisi iraniana non offre vie d'uscita rosee. È un monito per il mondo: le dittature non cadono dolcemente, e la violenza genera solo altra violenza. Come osservatori, dobbiamo amplificare le voci dei dissidenti, denunciare le atrocità e spingere per una pressione internazionale mirata, non bellicosa. Solo così, forse, eviteremo che l'Iran diventi l'ennesimo capitolo tragico della storia mediorientale. Ma il tempo stringe, e il silenzio del mondo potrebbe essere complice (Stefano Donno)





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