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giovedì 22 gennaio 2026

Dal Ricatto alla Cooperazione: La Groenlandia Diventa il Nuovo Fronte della Diplomazia Artica - ecco cosa penso

 In un mondo dove la geopolitica si gioca tra ghiacci eterni e minacce missilistiche, l'annuncio dal World Economic Forum di Davos segna un colpo di scena degno di un thriller nordico. La Danimarca, storicamente gelosa guardiana della sua sovranità artica, ha aperto uno spiraglio al dialogo con gli Stati Uniti sul mastodontico progetto di difesa Golden Dome. E tutto questo arriva dopo l'intesa quadro sulla Groenlandia annunciata dal presidente Donald Trump, che solo pochi anni fa evocava l'uso della forza per strappare quel territorio autonomo dalle mani di Copenaghen. È una svolta pragmatica o un cedimento camuffato da realpolitik? Proviamo a dissezionare questo iceberg diplomatico, senza risparmiare critiche dove il ghiaccio è troppo sottile. Ricordiamo il contesto, per non cadere nella trappola della memoria corta: nel 2019, Trump aveva proposto di "comprare" la Groenlandia come se fosse un immobile su eBay, scatenando l'ira danese e un rifiuto categorico. Poi, le minacce di dazi e pressioni commerciali contro otto Paesi europei recalcitranti. Oggi, a Davos, il copione cambia: Trump proclama un accordo preliminare che concede a USA e alleati europei diritti minerari sull'isola, ricca di terre rare e risorse strategiche per la transizione energetica. In cambio? Una cooperazione sul Golden Dome, il super-scudo antimissilistico ispirato all'israeliano Iron Dome, ma su scala globale, progettato per proteggere l'America da attacchi artici – pensiamo a Russia o Cina, che non stanno a guardare. La premier danese Mette Frederiksen, con un equilibrio da funambola, ha definito il dibattito "buono e naturale", confermando un "confronto costruttivo" su sicurezza e investimenti economici. Ma attenzione: "Possiamo negoziare su tutto ciò che è politico, ma non sulla nostra integrità territoriale", ha ribadito con fermezza. Qui sta il nodo critico: la Danimarca sta davvero difendendo i suoi confini, o sta barattando sovranità per dollari? Critichiamolo apertamente: questo accordo puzza di compromesso forzato. La Groenlandia non è solo un pezzo di ghiaccio; è un avamposto strategico nell'Artico, dove il cambiamento climatico apre rotte navali e opportunità minerarie. Concedere diritti minerari a potenze straniere rischia di trasformare l'isola in un protettorato de facto, erodendo l'autonomia che Copenaghen ha sempre sbandierato. E Trump, con il suo stop ai dazi, compra il silenzio europeo – una mossa astuta, ma che sa di bullismo commerciale.Eppure, non tutto è da buttare. Dal punto di vista strategico, l'apertura al Golden Dome potrebbe rafforzare la Nato, come suggerito dall'incontro tra Trump e il segretario generale Mark Rutte. Frederiksen ha assicurato che l'Alleanza è "pienamente consapevole" della posizione danese, e questo potrebbe trasformare l'Artico da zona di tensione in baluardo collettivo contro minacce ibride. Economicamente, i mercati hanno brindato: borse europee in rialzo, con il FTSE Mib e compagni che festeggiano la fine delle guerre commerciali. È un'iniezione di ottimismo in un'Europa afflitta da inflazione e instabilità energetica – e qui, la Danimarca merita un plauso per aver trasformato una crisi in opportunità. Ma restiamo vigili: questa "distensione" potrebbe essere effimera. Trump, maestro del deal-making, ha già promesso aggiornamenti sul Golden Dome. Se l'accordo minerario si rivelerà un cavallo di Troia per basi militari USA in Groenlandia, la Danimarca pagherà un prezzo salato in termini di credibilità. L'Europa deve unirsi, non dividere: la Nato non può diventare uno strumento per ambizioni unilaterali americane. In fondo, in un Artico che si scioglie, il vero pericolo non sono solo i missili, ma le alleanze che si dissolvono. Davos ci regala un capitolo intrigante di diplomazia glaciale. La Danimarca gioca una partita astuta, ma il rischio di scivolare è alto. Speriamo che questo dialogo porti a una difesa condivisa, non a una nuova Guerra Fredda sottozero

(Stefano Donno)




mercoledì 21 gennaio 2026

Perché la Pressione USA sulla Groenlandia È un Pericolo per Tutti - ecco cosa ne penso

 In un mondo già segnato da tensioni geopolitiche che sembrano uscite da un thriller distopico, la Groenlandia – quel gigante ghiacciato ai confini del mondo – si prepara all'impensabile: un possibile intervento militare statunitense. Come riportato dal Il Fatto Quotidiano in un articolo del 21 gennaio 2026, il primo ministro Jens-Frederik Nielsen e il vicepremier Múte B. Egede hanno annunciato durante una conferenza stampa a Nuuk la formazione di un team di emergenza, composto da polizia locale e Comando Artico, per fronteggiare una minaccia che, pur definita "improbabile", non è più da escludere. Gli USA, con la loro persistente ambizione di acquisire l'isola, stanno esercitando una pressione che va oltre la diplomazia: tocca l'anima stessa della società groenlandese, dai bambini agli anziani, instillando paura e instabilità. Ma fermiamoci un attimo: è questo il volto della superpotenza che si autoproclama campione della democrazia?

Partiamo dai fatti, per non cadere in speculazioni gratuite. Il governo di Naalakkersuisut non sta esagerando: raccomanda scorte di cibo per almeno cinque giorni e annuncia linee guida per i cittadini, mentre la NATO – con Danimarca in prima linea e altri sette alleati – ha già dispiegato ufficiali sull'isola nell'ambito dell'Operazione Arctic Endurance. Armamenti da vari paesi affluiscono, trasformando la Groenlandia in un avamposto fortificato. Le ragioni? Gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato l'idea di "comprare" l'isola, un'ossessione che risale all'era Trump e che ora, in un contesto di riscaldamento globale accelerato, assume contorni strategici. L'Artico si sta sciogliendo, aprendo rotte marittime e risorse minerarie inimmaginabili: petrolio, terre rare, posizioni dominante per il controllo del Polo Nord. Washington vede nella Groenlandia non un territorio autonomo danese con una popolazione indigena fiera della sua identità, ma un asset da monopolizzare per contrastare Russia e Cina.Qui entra il mio giudizio critico, da osservatore che ha seguito per decenni le manovre imperiali delle grandi potenze. Questa pressione USA non è solo un anacronismo coloniale – riecheggia l'acquisto dell'Alaska nel 1867 o le ingerenze in America Latina – ma un affronto alla sovranità nazionale in un'era che dovrebbe celebrare l'autodeterminazione. Critico dove serve? Assolutamente: l'amministrazione Biden-Harris (o chi per lei nel 2026) predica multilateralismo e lotta al cambiamento climatico, eppure tollera – o forse incoraggia – una strategia che ignora il consenso groenlandese. Egede e Nielsen lo dicono chiaro: questa tensione sta logorando emotivamente un'intera nazione. Immaginatevi al loro posto: un'isola di 56.000 abitanti, coperta all'80% da ghiacci, che deve prepararsi a un'invasione da parte del vicino gigante. È ipocrisia pura, specialmente quando gli USA criticano Mosca per l'Ucraina o Pechino per il Mar Cinese Meridionale, ma applicano lo stesso playbook nell'Artico.Le implicazioni geopolitiche sono da brividi. Un intervento, anche solo ventilato, potrebbe innescare una catena di reazioni: escalation con la Danimarca (membro NATO), frizioni all'interno dell'Alleanza Atlantica, e un invito aperto per Russia e Cina a intensificare la loro presenza artica. Ambientalmente, poi, è un disastro annunciato: più militarizzazione significa più inquinamento, più rischi per ecosistemi fragili già minacciati dallo scioglimento dei ghiacci. La Groenlandia non è solo un trofeo strategico; è un termometro del pianeta, e trattarla come una pedina rischia di accelerare la catastrofe climatica che tutti dovremmo combattere insieme.La Groenlandia merita di più che prepararsi al peggio: merita solidarietà internazionale. L'ONU dovrebbe intervenire, l'Europa unirsi alla Danimarca per difendere l'autonomia, e gli USA ripensare la loro arroganza. Non è solo una questione di confini; è una battaglia per un mondo multipolare, dove il potere non schiaccia i deboli. Se Washington persiste, non farà che isolarsi ulteriormente, confermando che l'eccezionalismo americano è solo un velo per l'imperialismo. Svegliamoci: l'Artico non è in vendita. (Stefano Donno)






lunedì 19 gennaio 2026

Starmer contro Trump: La Groenlandia non è in Vendita, e la NATO non è un Gioco - ecco cosa ne penso

 In un mondo dove la geopolitica si intreccia con ambizioni personali e strategie globali, l'ultima sortita del neoeletto presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia ha riacceso vecchie scintille atlantiche. Ricordate il 2019, quando Trump propose di "acquistare" l'isola artica dalla Danimarca come se fosse un immobile su un sito di annunci? Beh, nel 2026, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, quella boutade sembra aver assunto toni più seri, legandosi alla sicurezza dell'Artico e alle dinamiche della NATO. E il premier britannico Keir Starmer non ha perso tempo per lanciare un affondo: "La Groenlandia appartiene solo alla Danimarca e alla Groenlandia", ha dichiarato, sottolineando che "la sicurezza dell'Artico è una priorità per gli alleati NATO". Un messaggio chiaro, diretto e, oserei dire, necessario in un'era di instabilità globale.

Partiamo dai fatti: secondo quanto riportato da La Repubblica oggi, 19 gennaio 2026, Starmer ha reagito a presunte avances di Trump verso la Groenlandia, un territorio autonomo danese strategico per il suo posizionamento artico, ricco di risorse minerarie e cruciale per il controllo delle rotte polari. Trump, da sempre ossessionato dall'idea di espandere l'influenza americana in zone remote, vede nella Groenlandia un baluardo contro l'espansione russa e cinese nell'Artico. Ma qui emerge la critica principale: è davvero una mossa strategica, o l'ennesimo capriccio di un leader che tratta la diplomazia come un reality show? La NATO, alleanza nata per difendere la sovranità collettiva, non può diventare uno strumento per acquisizioni territoriali unilaterali. Starmer, con il suo approccio pragmatico e multilateralista, ha ragione a sottolineare questo punto: l'Artico non è un Monopoly, e ignorare la sovranità danese rischia di alienare alleati chiave in un momento in cui l'unità atlantica è già messa alla prova da guerre ibride e cambiamenti climatici.Criticamente, Trump sta giocando con il fuoco. La sua retorica "America First" ha già indebolito la NATO durante il primo mandato, con minacce di ritiro e richieste di pagamenti più alti agli alleati. Ora, puntando alla Groenlandia, non solo ignora il diritto internazionale – l'isola non è in vendita, come ribadito da Copenaghen – ma rischia di creare fratture irreparabili. Immaginate le implicazioni: una Danimarca irritata potrebbe ridurre il suo impegno nella NATO, mentre Russia e Cina gongolano osservando divisioni interne. Starmer, da leader laburista con un occhio alla sicurezza europea post-Brexit, fa bene a essere accattivante nel suo monito: non solo difende un principio, ma rafforza il ruolo del Regno Unito come ponte tra USA e UE. È un reminder che la vera forza dell'Occidente sta nella collaborazione, non nell'imperialismo camuffato da business.Tuttavia, non idealizziamo Starmer. Il suo governo deve ancora dimostrare concrete azioni sull'Artico, come investimenti in difesa ambientale o partenariati con popoli indigeni groenlandesi, spesso dimenticati in questi dibattiti. Ma in questo scontro, il premier britannico appare come il adulto nella stanza, mentre Trump rischia di trasformare la politica estera in un meme virale. La lezione? In un mondo multipolare, la diplomazia richiede umiltà, non hubris. La Groenlandia rimane un simbolo: non di conquista, ma di sovranità condivisa. (Stefano Donno)






venerdì 16 gennaio 2026

L'Italia Dice No ai Soldati in Groenlandia: Una Scelta Razionale in un Mondo di Barzellette Geopolitiche - ecco cosa ne penso

 In un'epoca in cui la geopolitica sembra sempre più un teatro dell'assurdo, l'Italia ha scelto di non recitare la parte del clown. Il rifiuto del governo Meloni di partecipare all'operazione "Arctic Endurance" – proposta dalla Danimarca per contrastare le ambizioni trumpiane sulla Groenlandia – non è solo una mossa diplomatica, ma un atto di lucidità in un panorama internazionale dominato da impulsi muscolari e minacce ibride. Come ha ironicamente sottolineato il ministro della Difesa Guido Crosetto, "Cosa fanno cento, duecento o trecento soldati in Groenlandia? Sembra l’inizio di una barzelletta". E ha ragione: in un territorio vasto come l'Artico, dove le vere battaglie si combattono su fronti cyber, satellitari e ambientali, mandare truppe armate suona come un anacronismo da Guerra Fredda, o peggio, da commedia hollywoodiana.Analizziamo i fatti con un occhio critico. La Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, è diventata il nuovo epicentro di tensioni globali. Donald Trump, con il suo stile da tycoon immobiliare, ha rilanciato l'idea di "acquistare" l'isola, vista come un tesoro strategico per le sue risorse minerarie e la posizione chiave nelle rotte artiche. A questo si aggiungono le manovre aggressive di Russia e Cina, che puntano a espandere la loro influenza in una regione sempre più accessibile a causa del cambiamento climatico. La Danimarca, comprensibilmente allarmata, ha proposto un dispiegamento militare multilaterale per "difendere" l'Artico. Ma l'Italia, con una decisione condivisa tra Crosetto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la premier Giorgia Meloni, ha optato per un "no" secco, preferendo un approccio coordinato dalla NATO anziché frammentato.Qui entra il mio plauso critico: questa scelta non è codardia, ma intelligenza strategica. In un'Alleanza Atlantica già tesa dalle divisioni post-Ucraina, sparpagliare soldati in missioni simboliche rischierebbe di "spaccare" piuttosto che "unire", come ha giustamente osservato Crosetto. L'Italia propone invece contributi concreti e moderni: expertise in cyber-resilienza, protezione delle infrastrutture critiche, sistemi satellitari per la sorveglianza marittima e il monitoraggio ambientale. È un messaggio chiaro: la deterrenza non si misura in stivali sul ghiaccio, ma in tecnologia e cooperazione. Il documento strategico presentato a Villa Madama – con interventi di Crosetto, Tajani e la ministra dell'Università Anna Maria Bernini, più un videomessaggio di Meloni – ribadisce la sovranità groenlandese e l'importanza dell'Artico come "bene pubblico internazionale". Un approccio che bilancia Europa, NATO e USA, evitando di cadere nella trappola di un equilibrismo cieco verso Washington.Tuttavia, non risparmierei critiche dove servono. La mossa di Trump è una "minaccia" palese, come la definisce la Farnesina, ma l'Italia sa bene che gli USA "andranno avanti" con o senza alleati. Qui emerge un limite: optare per la "strada politica" è lodevole, ma rischia di apparire passivo se non supportato da azioni concrete. L'Europa deve accelerare su una politica artica unificata, altrimenti rischiamo di lasciare il campo libero a potenze autoritarie. Inoltre, il governo italiano dovrebbe spingere di più sulla transizione verde: l'Artico non è solo un'arena militare, ma un ecosistema fragile minacciato dal riscaldamento globale, dove le nostre "best practices" contro interferenze ibride devono includere anche la sostenibilità.In conclusione, il "no" dell'Italia è un esempio di realpolitik matura, che privilegia la razionalità alla retorica bellicosa. In un mondo dove le barzellette geopolitiche rischiano di diventare tragedie, Roma sceglie di essere il narratore saggio, non il protagonista impulsivo. Speriamo che questa linea ispiri l'intera UE: l'Artico si difende con alleanze intelligenti, non con eserciti sparpagliati sul ghiaccio (Stefano Donno)




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