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sabato 31 gennaio 2026

Klitschko: Il Pugile che Difende Kiev dal Freddo e dalle Bugie di Putin - ecco cosa penso

 In un inverno che sembra uscito da un romanzo distopico, Vitali Klitschko, il sindaco di Kiev e leggendario campione di boxe, si erge come un baluardo contro l'aggressione russa. Nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Klitschko non usa giri di parole: "Non credo affatto alle promesse di Putin". E come dargli torto? Quattro anni di guerra hanno trasformato l'Ucraina in un campo di battaglia dove i missili russi non distinguono tra soldati e civili, tra obiettivi militari e infrastrutture vitali. Come chi segue gli "affari esteri" come simpatizzante di argomenti di geopolitica, vedo in queste parole non solo la testimonianza di un leader locale, ma un monito globale: la Russia di Putin non cerca pace, ma sottomissione. È tempo di smetterla con l'ingenuità diplomatica e affrontare la realtà con fermezza critica.

Partiamo dai fatti, crudi e innegabili, che Klitschko espone con la precisione di un uppercut. Kiev, una città che prima dell'invasione contava quattro milioni di abitanti, ora ne ha circa tre e mezzo, con flussi di sfollati che la rendono un crocevia di disperazione e resilienza. Gli attacchi russi – missili e droni che piovono su Odessa, Zaporizhzhia, Dnipro e la stessa capitale – non sono casuali: sono progettati per "spezzare la nostra volontà di resistenza, destabilizzare, dividere, impaurire". Solo il 9 gennaio, 12.000 edifici danneggiati, 6.000 persone senza acqua ed energia. E ora, con temperature che sfiorano i -20°C, i russi sfruttano il gelo come un'arma psicologica, sapendo che un deficit energetico del 60% significa black-out da ore a giorni interi. Klitschko lo dice chiaro: "Mai così tanti attacchi e mai così tanto freddo". Qui emerge la mia critica più aspra: Putin, che si professa difensore di valori "tradizionali", non è altro che un stratega del terrore, un mentitore inveterato che nega l'esistenza stessa di un'Ucraina indipendente. Le sue promesse – come quella presunta a Trump di non colpire infrastrutture energetiche fino al 1° febbraio – sono carta straccia, smentite da raid continui sul resto del Paese.Ma Klitschko non è solo un narratore di orrori; è un pragmatico che incarna la leadership che l'Ucraina merita. Come sindaco, ha scelto la trasparenza: ha esortato all'evacuazione temporanea per chi poteva permetterselo, ammettendo i limiti delle risorse. "Sono responsabile di servire la mia cittadinanza e devo dire la verità", afferma. In un'era di populismi e fake news, questa onestà è rivoluzionaria. Critico qui la propaganda russa, che attraverso blogger infiltrati semina zizzania interna, accusando le autorità ucraine di incompetenza. Eppure, Kiev resiste: uffici riaperti dopo l'ultimo attacco del 27 gennaio, tecnici al lavoro per evitare che le tubature gelino, ospedali autosufficienti grazie a generatori. Gli aiuti internazionali – "moltissimo" cruciali, dice Klitschko – arrivano dall'Europa con generatori che salvano vite, ma non bastano. Costano troppo, inquinano, e non sostituiscono una rete nazionale devastata. Ecco un punto dove la comunità globale merita un rimprovero: quattro anni di guerra, e ancora dipendiamo da soluzioni tampone? Dove sono gli investimenti strutturali per ricostruire un'Ucraina sovrana?Sulle prospettive future, Klitschko è scettico, e giustamente. Parla di trattative ad Abu Dhabi, ma pone domande scomode: "Come difendere i nostri territori nazionali, quali sono le garanzie di sicurezza e soprattutto quando i russi smetteranno di bombardarci?". Un cessate il fuoco? "Non credo che Putin manterrà la parola". Qui, la mia opinione si fa tagliente: fidarsi di un regime che testa la resilienza ucraina con attacchi ripetuti è non solo naive, ma pericoloso. L'Occidente deve smetterla con i tentennamenti – pensiamo ai ritardi negli aiuti militari o alle esitazioni su sanzioni più severe – e riconoscere che la vittoria ucraina è l'unica via per una pace duratura. Klitschko, con il suo background da pugile, sa che sul ring non si vince con compromessi: si combatte fino all'ultimo round.In conclusione, l'intervista a Klitschko non è solo un resoconto di sofferenza, ma un appello all'azione. Kiev, cuore dell'Ucraina, pulsa ancora grazie a leader come lui, che trasformano il dolore in determinazione. Ma senza un sostegno internazionale più deciso, rischiamo di lasciare che il gelo russo congeli non solo le tubature, ma la speranza di un'Europa libera. È ora di passare dalle parole ai fatti: Putin non cambierà, tocca a noi forzare il cambiamento.(Stefano Donno) 


sabato 24 gennaio 2026

Tra Bombe e Dialoghi: Il Cinismo Russo Espone le Fragilità della Pace in Ucraina

In un mondo dove la diplomazia dovrebbe essere un baluardo contro la barbarie, gli eventi di queste ore in Ucraina ci ricordano quanto fragile sia il confine tra negoziato e aggressione. Mentre delegazioni ucraine e russe si siedono al tavolo dei colloqui ad Abu Dhabi, mediati dagli Stati Uniti, Mosca non esita a lanciare un'offensiva notturna massiccia contro Kiev e Kharkiv, con oltre 370 droni e 21 missili che piovono dal cielo come un macabro sfondo ai dialoghi di pace.

È un atto di cinismo puro, come lo ha definito il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga, che non solo mina la credibilità dei negoziati ma evidenzia la strategia russa: negoziare con la pistola puntata alla tempia.Partiamo dai fatti nudi e crudi. A Kiev, gli attacchi hanno colpito impianti energetici, lasciando 88.000 famiglie al buio e quasi 6.000 case senza riscaldamento in pieno inverno – un colpo al cuore della resilienza civile.

Una persona è morta, e la difesa aerea ucraina ha fatto il possibile per intercettare la minaccia, ma il messaggio è chiaro: la Russia punta a congelare l'Ucraina, letteralmente e metaforicamente. A Kharkiv, la situazione è ancora più tragica: danni a una maternità, un dormitorio per sfollati e una facoltà di medicina, con decine di feriti, tra cui un bambino innocente.


E non dimentichiamo Chernihiv, dove oltre 400.000 persone sono rimaste senza elettricità, con infrastrutture vitali convertite a generatori di emergenza. Questi non sono "obiettivi militari", ma un attacco deliberato alla vita quotidiana, un terrorismo di Stato che sfrutta il freddo come arma. Nel frattempo, ad Abu Dhabi, il secondo giorno di colloqui trilaterali – i primi contatti diretti dall'estate – procede in vari formati, con gli USA a fare da ponte.


La prima giornata è stata definita "produttiva" da Washington, ma il nodo gordiano resta il Donbass. La Russia pretende il ritiro completo delle forze ucraine da questa regione, legandolo a parametri di "sicurezza" e alla cosiddetta "formula di Anchorage" concordata tra Putin e Trump.


Senza concessioni territoriali, avverte Mosca, l'offensiva continuerà, e la ricostruzione post-bellica sarà vincolata ai suoi interessi. È una pretesa arrogante, che ignora il diritto internazionale e la sovranità ucraina, riducendo la pace a una spartizione coloniale.Qui entra in gioco la mia critica più aspra: Putin sta giocando una partita doppia, bombardando mentre negozia, per indebolire Kiev e forzare concessioni. È una tattica che ricorda i peggiori capitoli della storia europea, dove il dialogo serve solo a mascherare l'aggressione. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha esitato a denunciare questo su X, chiedendo con urgenza sistemi di difesa aerea come Patriot e NASAMS per proteggere le infrastrutture critiche.


Ha ragione: ogni ritardo negli aiuti occidentali – inclusa la piena attuazione degli accordi con Trump a Davos – è un invito alla Russia a escalare. Zelensky ringrazia i partner per l'assistenza, ma è tempo che l'Occidente passi dalle parole ai fatti, fornendo non solo armi ma un impegno strategico per una pace giusta, non imposta dal più forte.Eppure, in questo scenario cupo, c'è un barlume di speranza nei colloqui stessi. Il fatto che si stiano chiarendo posizioni, pur senza progressi immediati, suggerisce che la pressione internazionale – dagli USA in primis – potrebbe costringere Mosca a un compromesso. Ma attenzione: cedere sul Donbass significherebbe premiare l'aggressore, incoraggiando futuri conflitti. L'Ucraina ha resistito per anni, e merita un sostegno incondizionato, non un patto faustiano.In conclusione, questi attacchi durante i negoziati non sono un incidente, ma una dichiarazione di intenti. La Russia vuole il Donbass a tutti i costi, e l'Occidente deve rispondere con fermezza, non con ambiguità. Solo così la diplomazia potrà prevalere sulle bombe, trasformando Abu Dhabi da palcoscenico di cinismo in vero crocevia di pace.




venerdì 23 gennaio 2026

Il Board of Peace di Trump: Tra Ambizioni Imperiali e Fratture Atlantiche - ecco cosa ne penso

 In un mondo già frammentato da guerre infinite e alleanze traballanti, Donald Trump non smette di sorprendere – o forse di sconvolgere – con le sue mosse da maestro del caos calcolato. Dal palco del World Economic Forum di Davos, edizione 2026, il presidente americano ha lanciato il suo "Board of Peace", un consiglio elitario per risolvere i conflitti globali, inclusa la polveriera di Gaza. Ma ecco il colpo di scena: Trump ha ritirato l'invito al premier canadese Mark Carney, reo di aver osato criticare l'"ordine mondiale a guida USA" in un discorso che ha riecheggiato come un grido di allarme per le medie potenze. E non è tutto: la Spagna di Pedro Sanchez ha sbattuto la porta, rifiutando l'adesione per "coerenza", lamentando l'esclusione dell'Autorità Palestinese e l'assenza di un quadro ONU. È questo il nuovo multilateralismo trumpiano? O solo un club esclusivo per amici fedeli, dove la pace si negozia come un affare immobiliare?

Partiamo dai fatti, nudi e crudi. Il Board of Peace, siglato a Davos con pompa magna, si propone come alternativa all'ONU, quel colosso burocratico che Trump ha sempre visto come un ostacolo alle sue visioni. Ma le crepe emergono subito: Carney, con il suo appello a un'alleanza delle "medie potenze" per preservare i valori liberali, ha toccato un nervo scoperto. La risposta? Una lettera formale di ritiro dell'invito, che suona come un siluramento diplomatico: "Il Consiglio di pace sta ritirando il suo invito riguardo all’adesione del Canada". Critico dove serve? Assolutamente sì: questa mossa rivela l'ipocrisia di un'iniziativa che predica pace ma punisce il dissenso. Trump non tollera critiche, nemmeno da un alleato storico come il Canada. È democrazia o autocrazia mascherata da realpolitik?E poi c'è la Spagna, che con Sanchez opta per la coerenza: no al Board perché è "al di fuori del quadro delle Nazioni Unite" e ignora i palestinesi. Bravo, Pedro! In un momento in cui Gaza brucia da anni, escludere l'Autorità Palestinese è come organizzare una conferenza sul clima senza invitare gli ambientalisti. Questa defezione non è solo un rifiuto isolato: segnala una frattura nell'Occidente, dove l'Europa – stanca delle imposizioni americane – cerca di ritagliarsi un ruolo autonomo. Trump, dal canto suo, minimizza: ottimista su Groenlandia, dove un accordo verbale con la NATO promette "tutto ciò che vogliamo" contro la Russia, inclusi minerali e basi militari. Ma attenzione: senza un patto scritto, è solo aria fritta, un "Golden Dome" che puzza di colonialismo 2.0.Non dimentichiamo l'Ucraina, quel fronte che da quasi quattro anni sanguina risorse e vite. Trump vanta incontri "positivi" con Zelensky, affermando che sia lui che Putin vogliono un accordo. "È davvero difficile per il popolo ucraino", dice, ma poi aggiunge che l'Europa deve concedere di più, come se la guerra fosse un problema altrui, separato da un oceano. Critica inevitabile: dove era questa urgenza negoziale durante l'era Biden? Trump gioca al mediatore, ma il suo approccio – navi verso l'Iran, minacce all'Articolo 5 della NATO per il confine sud USA – sa di opportunismo. Invocare la NATO contro gli "immigrati illegali"? È un'aberrazione che rischia di disintegrare l'Alleanza Atlantica, trasformandola in uno strumento per politiche interne.Intanto, la Cina osserva da lontano: Xi Jinping, in una chiamata con Lula del Brasile, difende l'ONU come baluardo contro iniziative "concorrenti" come il Board. Pechino e Brasilia invitati ma non aderenti: un segnale che il mondo multipolare non si piega al volere di Washington. Trump annuncia una visita in Cina ad aprile, ma Pechino tace – un silenzio che urla diffidenza.In conclusione, il Board of Peace potrebbe essere un'innovazione audace o un fallimento annunciato. Trump vende sogni di pace, ma le defezioni di Canada e Spagna, unite alle ambiguità su Groenlandia e Ucraina, dipingono un quadro di isolazionismo aggressivo. In un'era di crisi globali, abbiamo bisogno di istituzioni inclusive, non di club privati. La vera pace non si compra con tweet o accordi verbali: si costruisce con dialogo autentico. Altrimenti, rischiamo di passare da un ordine mondiale rotto a uno irreparabilmente frantumato.
(Stefano Donno)



lunedì 29 dicembre 2025

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024 - ecco cosa ne penso

Siamo arrivati al "95%", dice Donald Trump dalla Florida, con quella sua tipica sicurezza da venditore immobiliare che sta per chiudere l'affare del secolo. Ma in diplomazia, come in guerra, è quel restante 5% a decidere se stiamo firmando una pace duratura o solo una pausa tattica prima del prossimo massacro.

Il documento sul tavolo, quei famosi 20 punti discussi tra Washington, Kiev e (indirettamente) Mosca, rappresenta il tentativo più concreto, e al contempo più cinico, di fermare le armi in Ucraina dal 2022. Leggendo tra le righe di quanto emerso nelle ultime ore, la sensazione è quella di un do ut des brutale, dove il realismo politico calpesta i principi di giustizia internazionale.

Da un lato, Zelensky porta a casa quello che chiedeva da anni: una garanzia di sicurezza "blindata". Il piano prevede un meccanismo speculare all'Articolo 5 della NATO: se Mosca attacca di nuovo, scatta la risposta militare coordinata e il ritorno immediato di tutte le sanzioni. Non è l'ingresso nella NATO – che resta il grande tabù – ma è un surrogato muscolare che permetterebbe a Kiev di mantenere un esercito di 800.000 uomini in tempo di pace. Una fortezza armata nel cuore dell'Europa.

Ma il prezzo? Il prezzo è la realtà sul terreno. I nodi cruciali, quelli che il piano definisce eufemisticamente "da risolvere", sono il Donbass e Zaporizhzhia.

Sul Donbass, l'idea di congelare la linea del fronte o di procedere a referendum locali sotto supervisione internazionale (in territori ormai spopolati o russificati a forza) suona come una resa differita. Zelensky sa che accettare la perdita de facto di Donetsk e Lugansk è un suicidio politico, motivo per cui evoca il referendum nazionale: vuole che siano gli ucraini a bere l'amaro calice, non vuole essere lui a servirlo.

Ancora più surreale, se non grottesca, è la proposta sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia: una gestione condivisa? Un condominio energetico con l'invasore che ha militarizzato i reattori? Sembra una soluzione scritta da chi non ha mai messo piede in una zona di guerra, o da chi – come Trump, che si auto-candida a presiedere il "Consiglio di Pace" di supervisione – pensa che tutto si possa risolvere dividendo le quote di profitto.

C'è poi l'elefante nella stanza: l'Unione Europea. Il piano promette l'ingresso di Kiev nell'UE con tempistiche certe. Bruxelles pagherà il conto della ricostruzione, mentre Washington si intesterà il successo diplomatico. Un classico copione transatlantico dove l'Europa apre il portafogli e gli USA dettano la linea.

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024. È un piano di sopravvivenza. È il riconoscimento che la riconquista totale è militarmente impossibile senza scatenare la Terza Guerra Mondiale, e che il sostegno occidentale ha un data di scadenza.

Se questa bozza diventerà realtà, non avremo la pace giusta. Avremo una pace armata, vigilata da droni e satelliti, con un'Ucraina mutilata ma viva, e una Russia non sconfitta ma contenuta. È il meglio che si poteva ottenere? Forse. Ma non chiamiamola vittoria. È solo la fine dell'inizio.

(Stefano Donno)





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