In un'epoca in cui la geopolitica del Medio Oriente somiglia sempre più a una partita a scacchi ad alta tensione, le recenti rivelazioni del Wall Street Journal su Donald Trump gettano una luce inquietante sulle strategie della Casa Bianca. Secondo fonti attendibili, l'allora presidente avrebbe commissionato al suo team opzioni per attacchi militari rapidi contro l'Iran, mirati a dimostrare forza senza invischiarsi in una guerra prolungata. Un approccio che, a prima vista, suona come un equilibrismo tattico, ma che nasconde rischi catastrofici. Come "aficionados" che ha seguito per anni le intricate dinamiche tra Washington e Teheran, non posso fare a meno di criticare questa linea: è davvero saggio flirtare con il fuoco in una regione già infiammata?Partiamo dai fatti. Le opzioni sul tavolo includono bombardamenti aerei su larga scala contro obiettivi governativi e delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Pasdaran), o strike mirati su siti simbolici. L'obiettivo? Forzare l'Iran a concessioni sul suo programma nucleare e al rilascio di dissidenti e oppositori politici. Trump stesso, in dichiarazioni pubbliche, ha ammesso che "l'Iran sta parlando con noi seriamente" e ha espresso la speranza di "negoziare qualcosa di accettabile". Eppure, dietro queste parole concilianti, si cela un ultimatum velato: o cedete, o subite le conseguenze. È un classico del playbook trumpiano – "l'arte del deal" applicata alla diplomazia muscolare – ma qui non stiamo trattando un affare immobiliare, bensì la stabilità di un'intera regione.Dall'altra parte, la risposta iraniana non si è fatta attendere. La Guida Suprema Ali Khamenei ha tuonato che "qualsiasi attacco Usa contro l'Iran porterà sicuramente a una guerra nella regione". Parole che riecheggiano minacce passate, ma che oggi assumono un peso maggiore alla luce delle recenti mosse. Non dimentichiamo il contesto: solo pochi anni fa, nel 2020, l'uccisione del generale Qasem Soleimani da parte degli Usa aveva portato il mondo sull'orlo di un conflitto aperto. Ora, con il Parlamento iraniano che dichiara "terroriste" le forze armate europee in ritorsione alla designazione Ue dei Pasdaran, l'escalation è palpabile. Khamenei ha persino paragonato le proteste interne a un "colpo di stato" represso, dipingendo un quadro di un regime sotto assedio, pronto a tutto per sopravvivere.Criticamente, devo sottolineare l'ipocrisia e i pericoli di questa strategia americana. Trump, con il suo approccio "America First", ha smantellato l'accordo nucleare JCPOA del 2015, isolando gli Usa dai loro alleati e rafforzando i falchi a Teheran. Chiedere ora "opzioni rapide" per evitare una "lunga guerra" suona come un ossimoro: come si può prevenire un conflitto prolungato preparando azioni che potrebbero innescare proprio quello? È un calcolo miope, che ignora le lezioni della storia – dall'Iraq all'Afghanistan – dove interventi "brevi" si sono trasformati in pantani decennali. Inoltre, in un mondo post-pandemia e con crisi globali come quella ucraina, gli Usa non possono permettersi un altro fronte aperto. Khamenei ha ragione su un punto: un attacco porterebbe a una guerra regionale, coinvolgendo proxy come Hezbollah, Houthi e forse persino attori come Israele e Arabia Saudita.Tuttavia, non idealizziamo l'Iran. Il regime teocratico di Khamenei è oppressivo, con una repressione brutale delle proteste interne e un programma nucleare che desta legittime preoccupazioni. Le sue minacce non sono solo retorica: Teheran ha dimostrato capacità di risposta asimmetrica, dagli attacchi cibernetici alle azioni nei mari dello Stretto di Hormuz. Ma è proprio per questo che la diplomazia, non i missili, dovrebbe prevalere. L'amministrazione Biden, erede di questo pasticcio, ha tentato di rilanciare i negoziati, ma i danni del trumpismo persistono.In conclusione, le rivelazioni su Trump ci ricordano quanto sia fragile l'equilibrio globale. Invece di opzioni belliche, serve un ritorno al multilateralismo: un nuovo accordo nucleare, sanzioni mirate e dialoghi inclusivi. Altrimenti, rischiamo non solo una guerra regionale, ma un incendio che potrebbe propagarsi ben oltre il Medio Oriente. Come ha detto Khamenei, "gli Stati Uniti devono essere consapevoli" – e noi, come osservatori, dobbiamo esigere leader che privilegino la pace alla provocazione. (Stefano Donno)
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domenica 1 febbraio 2026
sabato 17 gennaio 2026
La Censura Digitale in Iran: Un Regime che Teme la Verità Più di un Attacco Esterno - ecco cosa ne penso
n un mondo sempre più interconnesso, dove un tweet può scatenare rivoluzioni e un post virale può smascherare tirannie, l'Iran sceglie di isolarsi dietro un muro digitale impenetrabile. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano il 17 gennaio 2026, il regime di Teheran sta valutando un blocco permanente di internet, trasformando l'accesso alla rete globale in un "privilegio governativo" riservato a pochi fedelissimi. Solo chi passa i rigidi controlli di sicurezza potrà navigare in una versione filtrata del web, mentre i cittadini comuni saranno confinati a una intranet domestica, isolata dal resto del mondo. È l'ennesima mossa di un governo che, terrorizzato dalle proteste di massa scoppiate il 28 dicembre scorso, preferisce spegnere la luce della conoscenza piuttosto che affrontare le sue ombre.
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