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mercoledì 28 gennaio 2026

La "Piccola De-escalation" di Trump in Minnesota: Un Gesto Tardivo o una Manovra Politica? - ecco cosa ne penso

In un'America sempre più polarizzata, dove le politiche anti-immigrazione si trasformano in tragedie umane, Donald Trump ha annunciato una "piccola de-escalation" in Minnesota. Un'espressione che suona quasi ironica, come se ridurre la tensione in uno stato sull'orlo del caos fosse un favore concesso con parsimonia. Ma andiamo con ordine: dietro questo annuncio del 27 gennaio 2026 si cela un contesto di violenze, abusi e reazioni politiche che mettono a nudo le falle di un'amministrazione che ha fatto della repressione il suo cavallo di battaglia.

Ricordiamo i fatti. La campagna anti-immigrazione condotta dall'United States Immigration and Customs Enforcement (Ice) a Minneapolis ha scatenato un'onda di proteste, culminata nell'uccisione di due manifestanti: Renee Good, il 7 gennaio, e Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, il 24 gennaio. Pretti, secondo un rapporto preliminare del dipartimento della sicurezza interna, è stato colpito da due agenti senza rappresentare una minaccia immediata – un video lo conferma. Stephen Miller, consigliere di Trump, ha inizialmente bollato Pretti come "un potenziale assassino", per poi fare marcia indietro ammettendo possibili violazioni del protocollo da parte degli agenti. Una correzione che arriva troppo tardi, dopo che il danno è stato fatto.A esacerbare la situazione, l'aggressione alla deputata democratica Ilhan Omar durante un incontro pubblico a Minneapolis: un uomo le ha spruzzato un liquido non identificato, fortunatamente senza ferirla. Omar, da sempre voce critica contro l'Ice, ha reagito con fermezza, dichiarando che "l’Ice dev’essere abolito e la segretaria della sicurezza interna Kristi Noem deve dimettersi". Non è un caso isolato: queste tensioni riflettono un clima di intolleranza fomentato da politiche che privilegiano la forza bruta sulla giustizia.Trump, dal canto suo, ha affidato la gestione dell'operazione Ice a Tom Homan, sostituendo Greg Bovino, e Homan ha incontrato politici locali democratici – un "punto di partenza importante", come ha twittato. Inoltre, un giudice ha bloccato l'espulsione di Liam Conejo Ramos, un bambino di cinque anni di origine ecuadoriana, e suo padre, arrestati ingiustamente. Questi gesti sembrano concessioni, ma criticamente parlando, appaiono come un tentativo di spegnere un incendio che l'amministrazione ha appiccato da sola. Dove era questa "de-escalation" quando le vite di Good e Pretti sono state spezzate? E perché definita "piccola", come se le violazioni dei diritti umani meritassero solo un ritocco cosmetico?Come appassionato di questi argomenti che ha seguito le evoluzioni della politica trumpiana, non posso fare a meno di vedere in questo annuncio una manovra opportunistica. Trump, maestro della narrazione, sa che le elezioni di mid-term si avvicinano e che il Minnesota, stato storicamente swing, potrebbe punire un eccesso di zelo repressivo. Ma la critica va oltre: queste politiche anti-immigrazione non solo dividono la società, ma minano i principi fondanti degli Stati Uniti come nazione di immigrati. L'ammissione di Miller su possibili abusi è un raro barlume di accountability, ma senza conseguenze concrete – dimissioni, indagini indipendenti – resta solo retorica vuota.Questa "piccola de-escalation" potrebbe calmare le acque temporaneamente, ma non risolve il problema alla radice: un sistema che tratta gli immigrati come nemici anziché come persone. È tempo che l'America rifletta su un approccio più umano, prima che altre tragedie macchino il suo tessuto sociale. Trump ha la chance di fare di più; la domanda è: lo farà, o continuerà a giocare con il fuoco? (Stefano Donno)






domenica 25 gennaio 2026

L’ipocrisia del salotto: perché l'Occidente deve smettere di dare lezioni alla resistenza iraniana - ecco cosa ne penso

C’è un tic nervoso, quasi un riflesso pavloviano, che colpisce le democrazie liberali ogni volta che una rivolta divampa lontano dai propri confini: il desiderio irrefrenabile di mettere i puntini sulle i al coraggio degli altri. L’ultimo terreno di questo paternalismo intellettuale è l’Iran, come analizzato con lucidità nel recente dibattito culturale sollevato su queste colonne.

Il paradosso è servito. Da una parte abbiamo un popolo, guidato da una generazione che non ha più nulla da perdere, che sfida una teocrazia armata di tutto punto. Dall’altra, ci siamo noi: osservatori distanti che, tra un caffè e un tweet, ci permettiamo di sindacare sulle modalità della loro resistenza. "Non usate la violenza", "Siate più inclusivi", "Attenti alle derive radicali". Sono suggerimenti che odorano di una superiorità morale tanto rassicurante quanto sterile.

Il peccato originale del nostro sguardo Il giornalismo e la politica occidentale soffrono di una miopia cronica: credere che i processi democratici siano un kit "IKEA" montabile ovunque allo stesso modo. Chiedere agli iraniani di combattere secondo i canoni della nostra estetica democratica significa ignorare la brutalità di un regime che non risponde alle petizioni online, ma alle esecuzioni in piazza.

Critichiamo la "mancanza di una leadership chiara" o la frammentazione dei movimenti, dimenticando che in un sistema carcerario a cielo aperto, la leadership è il primo bersaglio da eliminare. La pretesa che la rivoluzione sia "pulita" e conforme ai nostri standard di decoro politico è, in ultima analisi, una forma di bullismo intellettuale.

Oltre la solidarietà di facciata Se vogliamo davvero sostenere la causa iraniana, dobbiamo fare un passo indietro. La vera solidarietà non consiste nel fornire una "roadmap" preconfezionata, ma nel garantire che la loro voce arrivi senza filtri, riconoscendo che la libertà ha un prezzo che solo chi è sul campo ha il diritto di quantificare.

Dire agli iraniani come devono combattere non è solo inutile; è offensivo. È il momento di decidere se vogliamo essere alleati del loro futuro o semplici guardalinee di una partita in cui non rischiamo nulla. (Stefano Donno)




sabato 17 gennaio 2026

La Censura Digitale in Iran: Un Regime che Teme la Verità Più di un Attacco Esterno - ecco cosa ne penso

 n un mondo sempre più interconnesso, dove un tweet può scatenare rivoluzioni e un post virale può smascherare tirannie, l'Iran sceglie di isolarsi dietro un muro digitale impenetrabile. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano il 17 gennaio 2026, il regime di Teheran sta valutando un blocco permanente di internet, trasformando l'accesso alla rete globale in un "privilegio governativo" riservato a pochi fedelissimi. Solo chi passa i rigidi controlli di sicurezza potrà navigare in una versione filtrata del web, mentre i cittadini comuni saranno confinati a una intranet domestica, isolata dal resto del mondo. È l'ennesima mossa di un governo che, terrorizzato dalle proteste di massa scoppiate il 28 dicembre scorso, preferisce spegnere la luce della conoscenza piuttosto che affrontare le sue ombre.

I fatti sono agghiaccianti e parlano da soli. Il blackout è iniziato l'8 gennaio, in piena escalation di manifestazioni anti-regime, e ha già superato in durata e severità quello egiziano del 2011 durante la Primavera Araba. Grazie a tecnologie importate dalla Cina – ironia della sorte, un altro campione di censura statale – le autorità iraniane hanno implementato un sistema di "whitelisting", che limita l'accesso solo a siti approvati. Un portavoce governativo ha persino annunciato che il blocco durerà almeno fino al Nowruz, il capodanno persiano intorno al 20 marzo. Ma le denunce dell'ONG Filterwatch, citate dal Guardian, rivelano un piano più sinistro: una trasformazione permanente del web in strumento di controllo, dove la libertà di informazione diventa un lusso per élite leali. In un Paese dove le proteste hanno già causato centinaia di vittime sotto la repressione sanguinosa, questo non è solo un atto tecnico: è una dichiarazione di guerra alla democrazia dal basso.Criticare questo regime non è un esercizio accademico, ma un dovere etico. L'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema, non esita a puntare il dito contro Donald Trump, accusandolo di essere "colpevole per le vittime, i danni e le calunnie" inflitte alla nazione iraniana. Parole che suonano ipocrite da chi ordina impiccagioni di massa – ben 800 previste, poi annullate, come ha ammesso lo stesso Trump – e soffoca il dissenso con il buio digitale. Trump, dal canto suo, si vanta di essersi "convinto da solo" a non attaccare l'Iran, dopo aver flirtato con l'idea di un raid militare. Ma qui non si tratta solo di un duello tra leader egocentrici: è il sintomo di una geopolitica malata, dove gli USA oscillano tra minacce belliche e ritiri opportunistici, lasciando spazio a regimi come quello iraniano per consolidare il potere attraverso la paura e l'isolamento.Immaginate un Iran tagliato fuori dal mondo: attivisti silenziati, giornalisti imprigionati, giovani privati di piattaforme per organizzare il cambiamento. Questo blocco non è solo una misura di "sicurezza nazionale", come la dipingono i media di Stato; è un atto di codardia politica che mina i diritti umani fondamentali. In un'era in cui la Cina esporta il suo modello di sorveglianza globale e regimi autoritari come la Russia o la Turchia intensificano la censura, l'Iran rischia di diventare un laboratorio distopico. E l'Occidente? Troppo distratto dalle sue crisi interne per intervenire con sanzioni mirate o supporto tecnologico agli attivisti. Israele e i Paesi arabi, secondo il Wall Street Journal, hanno premuto su Trump per evitare un attacco, temendo un'escalation. Ma ignorare la censura digitale significa condannare un popolo intero all'oblio.È tempo di alzare la voce: la comunità internazionale deve condannare con forza questo piano, imponendo sanzioni contro le aziende che forniscono tecnologie repressive e sostenendo reti alternative come VPN e satelliti per bypassare i blocchi. La vera minaccia per il regime di Teheran non è un missile americano, ma la luce della verità che filtra attraverso uno smartphone. Se l'Iran spegne internet, spegne anche la speranza di un futuro libero. Non possiamo permettere che accada in silenzio. (Stefano Donno)






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