C’è un tic nervoso, quasi un riflesso pavloviano, che colpisce le democrazie liberali ogni volta che una rivolta divampa lontano dai propri confini: il desiderio irrefrenabile di mettere i puntini sulle i al coraggio degli altri. L’ultimo terreno di questo paternalismo intellettuale è l’Iran, come analizzato con lucidità nel recente dibattito culturale sollevato su queste colonne.
Il paradosso è servito. Da una parte abbiamo un popolo, guidato da una generazione che non ha più nulla da perdere, che sfida una teocrazia armata di tutto punto. Dall’altra, ci siamo noi: osservatori distanti che, tra un caffè e un tweet, ci permettiamo di sindacare sulle modalità della loro resistenza. "Non usate la violenza", "Siate più inclusivi", "Attenti alle derive radicali". Sono suggerimenti che odorano di una superiorità morale tanto rassicurante quanto sterile.
Il peccato originale del nostro sguardo Il giornalismo e la politica occidentale soffrono di una miopia cronica: credere che i processi democratici siano un kit "IKEA" montabile ovunque allo stesso modo. Chiedere agli iraniani di combattere secondo i canoni della nostra estetica democratica significa ignorare la brutalità di un regime che non risponde alle petizioni online, ma alle esecuzioni in piazza.
Critichiamo la "mancanza di una leadership chiara" o la frammentazione dei movimenti, dimenticando che in un sistema carcerario a cielo aperto, la leadership è il primo bersaglio da eliminare. La pretesa che la rivoluzione sia "pulita" e conforme ai nostri standard di decoro politico è, in ultima analisi, una forma di bullismo intellettuale.
Oltre la solidarietà di facciata Se vogliamo davvero sostenere la causa iraniana, dobbiamo fare un passo indietro. La vera solidarietà non consiste nel fornire una "roadmap" preconfezionata, ma nel garantire che la loro voce arrivi senza filtri, riconoscendo che la libertà ha un prezzo che solo chi è sul campo ha il diritto di quantificare.
Dire agli iraniani come devono combattere non è solo inutile; è offensivo. È il momento di decidere se vogliamo essere alleati del loro futuro o semplici guardalinee di una partita in cui non rischiamo nulla. (Stefano Donno)

Nessun commento:
Posta un commento