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domenica 1 febbraio 2026

Trump e l'Iran: Tra Bluff Diplomatici e Pericoli di Escalation Regionale - ecco cosa ne penso

In un'epoca in cui la geopolitica del Medio Oriente somiglia sempre più a una partita a scacchi ad alta tensione, le recenti rivelazioni del Wall Street Journal su Donald Trump gettano una luce inquietante sulle strategie della Casa Bianca. Secondo fonti attendibili, l'allora presidente avrebbe commissionato al suo team opzioni per attacchi militari rapidi contro l'Iran, mirati a dimostrare forza senza invischiarsi in una guerra prolungata. Un approccio che, a prima vista, suona come un equilibrismo tattico, ma che nasconde rischi catastrofici. Come "aficionados" che ha seguito per anni le intricate dinamiche tra Washington e Teheran, non posso fare a meno di criticare questa linea: è davvero saggio flirtare con il fuoco in una regione già infiammata?Partiamo dai fatti. Le opzioni sul tavolo includono bombardamenti aerei su larga scala contro obiettivi governativi e delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (Pasdaran), o strike mirati su siti simbolici. L'obiettivo? Forzare l'Iran a concessioni sul suo programma nucleare e al rilascio di dissidenti e oppositori politici. Trump stesso, in dichiarazioni pubbliche, ha ammesso che "l'Iran sta parlando con noi seriamente" e ha espresso la speranza di "negoziare qualcosa di accettabile". Eppure, dietro queste parole concilianti, si cela un ultimatum velato: o cedete, o subite le conseguenze. È un classico del playbook trumpiano – "l'arte del deal" applicata alla diplomazia muscolare – ma qui non stiamo trattando un affare immobiliare, bensì la stabilità di un'intera regione.Dall'altra parte, la risposta iraniana non si è fatta attendere. La Guida Suprema Ali Khamenei ha tuonato che "qualsiasi attacco Usa contro l'Iran porterà sicuramente a una guerra nella regione". Parole che riecheggiano minacce passate, ma che oggi assumono un peso maggiore alla luce delle recenti mosse. Non dimentichiamo il contesto: solo pochi anni fa, nel 2020, l'uccisione del generale Qasem Soleimani da parte degli Usa aveva portato il mondo sull'orlo di un conflitto aperto. Ora, con il Parlamento iraniano che dichiara "terroriste" le forze armate europee in ritorsione alla designazione Ue dei Pasdaran, l'escalation è palpabile. Khamenei ha persino paragonato le proteste interne a un "colpo di stato" represso, dipingendo un quadro di un regime sotto assedio, pronto a tutto per sopravvivere.Criticamente, devo sottolineare l'ipocrisia e i pericoli di questa strategia americana. Trump, con il suo approccio "America First", ha smantellato l'accordo nucleare JCPOA del 2015, isolando gli Usa dai loro alleati e rafforzando i falchi a Teheran. Chiedere ora "opzioni rapide" per evitare una "lunga guerra" suona come un ossimoro: come si può prevenire un conflitto prolungato preparando azioni che potrebbero innescare proprio quello? È un calcolo miope, che ignora le lezioni della storia – dall'Iraq all'Afghanistan – dove interventi "brevi" si sono trasformati in pantani decennali. Inoltre, in un mondo post-pandemia e con crisi globali come quella ucraina, gli Usa non possono permettersi un altro fronte aperto. Khamenei ha ragione su un punto: un attacco porterebbe a una guerra regionale, coinvolgendo proxy come Hezbollah, Houthi e forse persino attori come Israele e Arabia Saudita.Tuttavia, non idealizziamo l'Iran. Il regime teocratico di Khamenei è oppressivo, con una repressione brutale delle proteste interne e un programma nucleare che desta legittime preoccupazioni. Le sue minacce non sono solo retorica: Teheran ha dimostrato capacità di risposta asimmetrica, dagli attacchi cibernetici alle azioni nei mari dello Stretto di Hormuz. Ma è proprio per questo che la diplomazia, non i missili, dovrebbe prevalere. L'amministrazione Biden, erede di questo pasticcio, ha tentato di rilanciare i negoziati, ma i danni del trumpismo persistono.In conclusione, le rivelazioni su Trump ci ricordano quanto sia fragile l'equilibrio globale. Invece di opzioni belliche, serve un ritorno al multilateralismo: un nuovo accordo nucleare, sanzioni mirate e dialoghi inclusivi. Altrimenti, rischiamo non solo una guerra regionale, ma un incendio che potrebbe propagarsi ben oltre il Medio Oriente. Come ha detto Khamenei, "gli Stati Uniti devono essere consapevoli" – e noi, come osservatori, dobbiamo esigere leader che privilegino la pace alla provocazione. (Stefano Donno) 





domenica 25 gennaio 2026

L’ipocrisia del salotto: perché l'Occidente deve smettere di dare lezioni alla resistenza iraniana - ecco cosa ne penso

C’è un tic nervoso, quasi un riflesso pavloviano, che colpisce le democrazie liberali ogni volta che una rivolta divampa lontano dai propri confini: il desiderio irrefrenabile di mettere i puntini sulle i al coraggio degli altri. L’ultimo terreno di questo paternalismo intellettuale è l’Iran, come analizzato con lucidità nel recente dibattito culturale sollevato su queste colonne.

Il paradosso è servito. Da una parte abbiamo un popolo, guidato da una generazione che non ha più nulla da perdere, che sfida una teocrazia armata di tutto punto. Dall’altra, ci siamo noi: osservatori distanti che, tra un caffè e un tweet, ci permettiamo di sindacare sulle modalità della loro resistenza. "Non usate la violenza", "Siate più inclusivi", "Attenti alle derive radicali". Sono suggerimenti che odorano di una superiorità morale tanto rassicurante quanto sterile.

Il peccato originale del nostro sguardo Il giornalismo e la politica occidentale soffrono di una miopia cronica: credere che i processi democratici siano un kit "IKEA" montabile ovunque allo stesso modo. Chiedere agli iraniani di combattere secondo i canoni della nostra estetica democratica significa ignorare la brutalità di un regime che non risponde alle petizioni online, ma alle esecuzioni in piazza.

Critichiamo la "mancanza di una leadership chiara" o la frammentazione dei movimenti, dimenticando che in un sistema carcerario a cielo aperto, la leadership è il primo bersaglio da eliminare. La pretesa che la rivoluzione sia "pulita" e conforme ai nostri standard di decoro politico è, in ultima analisi, una forma di bullismo intellettuale.

Oltre la solidarietà di facciata Se vogliamo davvero sostenere la causa iraniana, dobbiamo fare un passo indietro. La vera solidarietà non consiste nel fornire una "roadmap" preconfezionata, ma nel garantire che la loro voce arrivi senza filtri, riconoscendo che la libertà ha un prezzo che solo chi è sul campo ha il diritto di quantificare.

Dire agli iraniani come devono combattere non è solo inutile; è offensivo. È il momento di decidere se vogliamo essere alleati del loro futuro o semplici guardalinee di una partita in cui non rischiamo nulla. (Stefano Donno)




sabato 17 gennaio 2026

La Censura Digitale in Iran: Un Regime che Teme la Verità Più di un Attacco Esterno - ecco cosa ne penso

 n un mondo sempre più interconnesso, dove un tweet può scatenare rivoluzioni e un post virale può smascherare tirannie, l'Iran sceglie di isolarsi dietro un muro digitale impenetrabile. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano il 17 gennaio 2026, il regime di Teheran sta valutando un blocco permanente di internet, trasformando l'accesso alla rete globale in un "privilegio governativo" riservato a pochi fedelissimi. Solo chi passa i rigidi controlli di sicurezza potrà navigare in una versione filtrata del web, mentre i cittadini comuni saranno confinati a una intranet domestica, isolata dal resto del mondo. È l'ennesima mossa di un governo che, terrorizzato dalle proteste di massa scoppiate il 28 dicembre scorso, preferisce spegnere la luce della conoscenza piuttosto che affrontare le sue ombre.

I fatti sono agghiaccianti e parlano da soli. Il blackout è iniziato l'8 gennaio, in piena escalation di manifestazioni anti-regime, e ha già superato in durata e severità quello egiziano del 2011 durante la Primavera Araba. Grazie a tecnologie importate dalla Cina – ironia della sorte, un altro campione di censura statale – le autorità iraniane hanno implementato un sistema di "whitelisting", che limita l'accesso solo a siti approvati. Un portavoce governativo ha persino annunciato che il blocco durerà almeno fino al Nowruz, il capodanno persiano intorno al 20 marzo. Ma le denunce dell'ONG Filterwatch, citate dal Guardian, rivelano un piano più sinistro: una trasformazione permanente del web in strumento di controllo, dove la libertà di informazione diventa un lusso per élite leali. In un Paese dove le proteste hanno già causato centinaia di vittime sotto la repressione sanguinosa, questo non è solo un atto tecnico: è una dichiarazione di guerra alla democrazia dal basso.Criticare questo regime non è un esercizio accademico, ma un dovere etico. L'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema, non esita a puntare il dito contro Donald Trump, accusandolo di essere "colpevole per le vittime, i danni e le calunnie" inflitte alla nazione iraniana. Parole che suonano ipocrite da chi ordina impiccagioni di massa – ben 800 previste, poi annullate, come ha ammesso lo stesso Trump – e soffoca il dissenso con il buio digitale. Trump, dal canto suo, si vanta di essersi "convinto da solo" a non attaccare l'Iran, dopo aver flirtato con l'idea di un raid militare. Ma qui non si tratta solo di un duello tra leader egocentrici: è il sintomo di una geopolitica malata, dove gli USA oscillano tra minacce belliche e ritiri opportunistici, lasciando spazio a regimi come quello iraniano per consolidare il potere attraverso la paura e l'isolamento.Immaginate un Iran tagliato fuori dal mondo: attivisti silenziati, giornalisti imprigionati, giovani privati di piattaforme per organizzare il cambiamento. Questo blocco non è solo una misura di "sicurezza nazionale", come la dipingono i media di Stato; è un atto di codardia politica che mina i diritti umani fondamentali. In un'era in cui la Cina esporta il suo modello di sorveglianza globale e regimi autoritari come la Russia o la Turchia intensificano la censura, l'Iran rischia di diventare un laboratorio distopico. E l'Occidente? Troppo distratto dalle sue crisi interne per intervenire con sanzioni mirate o supporto tecnologico agli attivisti. Israele e i Paesi arabi, secondo il Wall Street Journal, hanno premuto su Trump per evitare un attacco, temendo un'escalation. Ma ignorare la censura digitale significa condannare un popolo intero all'oblio.È tempo di alzare la voce: la comunità internazionale deve condannare con forza questo piano, imponendo sanzioni contro le aziende che forniscono tecnologie repressive e sostenendo reti alternative come VPN e satelliti per bypassare i blocchi. La vera minaccia per il regime di Teheran non è un missile americano, ma la luce della verità che filtra attraverso uno smartphone. Se l'Iran spegne internet, spegne anche la speranza di un futuro libero. Non possiamo permettere che accada in silenzio. (Stefano Donno)






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