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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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lunedì 29 dicembre 2025

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024 - ecco cosa ne penso

Siamo arrivati al "95%", dice Donald Trump dalla Florida, con quella sua tipica sicurezza da venditore immobiliare che sta per chiudere l'affare del secolo. Ma in diplomazia, come in guerra, è quel restante 5% a decidere se stiamo firmando una pace duratura o solo una pausa tattica prima del prossimo massacro.

Il documento sul tavolo, quei famosi 20 punti discussi tra Washington, Kiev e (indirettamente) Mosca, rappresenta il tentativo più concreto, e al contempo più cinico, di fermare le armi in Ucraina dal 2022. Leggendo tra le righe di quanto emerso nelle ultime ore, la sensazione è quella di un do ut des brutale, dove il realismo politico calpesta i principi di giustizia internazionale.

Da un lato, Zelensky porta a casa quello che chiedeva da anni: una garanzia di sicurezza "blindata". Il piano prevede un meccanismo speculare all'Articolo 5 della NATO: se Mosca attacca di nuovo, scatta la risposta militare coordinata e il ritorno immediato di tutte le sanzioni. Non è l'ingresso nella NATO – che resta il grande tabù – ma è un surrogato muscolare che permetterebbe a Kiev di mantenere un esercito di 800.000 uomini in tempo di pace. Una fortezza armata nel cuore dell'Europa.

Ma il prezzo? Il prezzo è la realtà sul terreno. I nodi cruciali, quelli che il piano definisce eufemisticamente "da risolvere", sono il Donbass e Zaporizhzhia.

Sul Donbass, l'idea di congelare la linea del fronte o di procedere a referendum locali sotto supervisione internazionale (in territori ormai spopolati o russificati a forza) suona come una resa differita. Zelensky sa che accettare la perdita de facto di Donetsk e Lugansk è un suicidio politico, motivo per cui evoca il referendum nazionale: vuole che siano gli ucraini a bere l'amaro calice, non vuole essere lui a servirlo.

Ancora più surreale, se non grottesca, è la proposta sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia: una gestione condivisa? Un condominio energetico con l'invasore che ha militarizzato i reattori? Sembra una soluzione scritta da chi non ha mai messo piede in una zona di guerra, o da chi – come Trump, che si auto-candida a presiedere il "Consiglio di Pace" di supervisione – pensa che tutto si possa risolvere dividendo le quote di profitto.

C'è poi l'elefante nella stanza: l'Unione Europea. Il piano promette l'ingresso di Kiev nell'UE con tempistiche certe. Bruxelles pagherà il conto della ricostruzione, mentre Washington si intesterà il successo diplomatico. Un classico copione transatlantico dove l'Europa apre il portafogli e gli USA dettano la linea.

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024. È un piano di sopravvivenza. È il riconoscimento che la riconquista totale è militarmente impossibile senza scatenare la Terza Guerra Mondiale, e che il sostegno occidentale ha un data di scadenza.

Se questa bozza diventerà realtà, non avremo la pace giusta. Avremo una pace armata, vigilata da droni e satelliti, con un'Ucraina mutilata ma viva, e una Russia non sconfitta ma contenuta. È il meglio che si poteva ottenere? Forse. Ma non chiamiamola vittoria. È solo la fine dell'inizio.

(Stefano Donno)





mercoledì 3 dicembre 2025

L’Ultimatum di Putin e il Grande Sonno dell’Europa: Perché l'essere "Pronti alla Guerra" è l'Unica Via per la Pace - ecco cosa ne penso

Se c'era ancora bisogno di un segnale inequivocabile, Vladimir Putin lo ha appena servito su un piatto d'argento, o meglio, di acciaio balistico. La sua recente dichiarazione — "Se l'Europa vuole la guerra, la Russia è pronta" — non è la solita retorica da talk show propagandistico di Mosca. È un cambio di paradigma. È una dichiarazione di intenti che sposta l'asticella dal conflitto regionale a uno scontro sistemico totale.

E l'Europa? L'Europa, per ora, sembra guardare il dito mentre la luna sta per crollare.

Analizzando quanto riportato da RID (Rivista Italiana Difesa), il messaggio è agghiacciante nella sua semplicità: il Cremlino ha accettato psicologicamente e industrialmente l'idea della guerra su larga scala. Mosca non si limita più a minacciare ritorsioni asimmetriche; sta dicendo al Vecchio Continente che l'opzione militare diretta è sul tavolo.

Qui sta il punto critico, quello che troppi cancellieri e burocrati a Bruxelles faticano a metabolizzare. La Russia opera ormai in una "economia di guerra" permanente, non solo finanziaria ma mentale. Hanno normalizzato l'escalation. Noi, al contrario, viviamo ancora nell'illusione che le sanzioni, il "soft power" o le conferenze diplomatiche possano fermare divisioni corazzate o missili ipersonici.

L'editoriale di RID tocca il nervo scoperto: dobbiamo essere pronti a combattere "in tutti i campi: da quello grigio a quello aperto". Cosa significa? Significa che la guerra ibrida (cyberattacchi, disinformazione, sabotaggi alle infrastrutture critiche) è solo l'antipasto. La portata principale è il conflitto convenzionale ad alta intensità.

È tempo di essere brutalmente onesti: il pacifismo ideologico, in questo momento storico, è il miglior alleato di Putin. Non si ferma un aggressore chiedendo "per favore". Lo si ferma solo se l'aggressore sa che, colpendo, verrà colpito più duramente. Questa si chiama deterrenza. E la deterrenza non si fa con i comunicati stampa, si fa con capacità militari credibili, scorte di munizioni piene (e non vuote come quelle attuali), difesa aerea integrata e una popolazione consapevole che la libertà non è gratis.

Svegliamoci. La frase "Dobbiamo esserlo anche noi" (pronti alla guerra) non è un invito al bellicismo, ma un disperato appello alla sopravvivenza. Se vogliamo evitare la Terza Guerra Mondiale, l'unica strada è dimostrare a Mosca che non può vincerla. L'Europa deve smettere di essere un "consumatore di sicurezza" pagato dagli USA e diventare un "produttore di sicurezza" autonomo e letale.

Putin ha gettato la maschera. Se l'Europa non indossa l'elmetto — anche solo metaforicamente, per accelerare la sua industria della difesa — rischia di trovarsi nuda nella tempesta. E la storia, si sa, non ha pietà per gli impreparati. (Stefano Donno)