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martedì 27 gennaio 2026

Il trionfo dei numeri (e della narrazione pro‑export) - ecco cosa ne penso

 Seconda e quarta economia del pianeta si stringono la mano e la Commissione europea esulta: 180 miliardi di scambi l’anno, dazi azzerati o ridotti sul 96,6% delle esportazioni europee, 4 miliardi di euro l’anno di risparmi per le imprese, prospettiva di raddoppiare le vendite di beni Ue in India entro il 2032.

Sul palcoscenico di Nuova Delhi, Ursula von der Leyen presenta l’intesa come risposta “cooperativa” al protezionismo trumpiano, segnalando che l’Europa non vuole ripiegarsi su sé stessa.

Il messaggio politico è chiaro: l’Ue vuole dimostrare di saper giocare la partita della potenza commerciale in Asia, non solo subire l’asse Washington‑Pechino. Ma dietro le cifre scintillanti resta la domanda: questo accordo è costruito anche a misura di cittadini e lavoratori europei o soprattutto per i grandi esportatori?

Agroalimentare: chi brinda e chi resta alla finestra

Il cuore dell’intesa è agroalimentare. Lì l’Europa ottiene ciò che chiede da anni: abbattere una muraglia di dazi indiani con punte fino al 150%.

  • Vini: da 150% a 75% subito, poi giù fino al 20%.

  • Olio d’oliva: dal 45% allo 0% in cinque anni.

  • Prodotti trasformati come pane, biscotti, dolciumi: via dazi fino al 50%.

È il paradiso annunciato per chi esporta eccellenze europee a medio‑alta fascia, con in prima fila i grandi gruppi e le filiere meglio organizzate.
Ma mentre si celebra l’apertura del mercato indiano, resta irrisolto il tema di chi, in Europa, non esporta e subisce da decenni la compressione dei margini, la concorrenza interna e il peso delle regole.

Bruxelles rivendica di aver “protetto i settori sensibili”: carne bovina e di pollo, riso, zucchero, latte in polvere, miele, banane, grano tenero, aglio, etanolo restano fuori dalla liberalizzazione.
È un segnale politico ai milioni di aziende agricole coinvolte, ma è anche l’ammissione che l’Europa sa benissimo quanto sia fragile il suo equilibrio interno: apre dove è forte, chiude dove teme scossoni sociali. E soprattutto dove la sicurezza alimentare è parola d’ordine buona anche per giustificare lo status quo.

Quote, salvaguardie e la retorica del “tutto sotto controllo”

Per altri prodotti – carne ovina e caprina, mais dolce, uva, cetrioli, cipolle essiccate, rum, amidi – arrivano contingenti tariffari con volumi limitati e dazi ridotti, più un meccanismo di salvaguardia che promette di intervenire in caso di “perturbazioni del mercato” causate dall’accordo.

È la grammatica classica del libero scambio controllato: apriamo le porte, ma con la mano sempre vicino alla maniglia, pronti a richiuderla. Il problema è che la storia degli accordi commerciali Ue dimostra quanto spesso queste clausole arrivino tardi, quando i danni per interi comparti sono già concreti e difficili da invertire.

Intanto, si assicura che tutte le importazioni indiane dovranno rispettare gli standard europei su sicurezza alimentare, salute umana, animale e vegetale, con controlli rafforzati alle frontiere e audit nei Paesi terzi.
Una rassicurazione dovuta, ma che non risponde alla vera questione: chi controllerà, con quali risorse e con quale capacità di resistere alle pressioni quando in gioco ci saranno miliardi di euro di scambi?

Strategia globale: tra difesa, tecnologia e ombre democratiche

L’accordo commerciale non è un’isola: al vertice si è lanciato anche un partenariato UE‑India per sicurezza e difesa, con cooperazione su sicurezza marittima, cyber, antiterrorismo e spazio, oltre a negoziati su sicurezza delle informazioni e tecnologie critiche, con l’accordo scientifico prorogato fino al 2030.

L’Europa prova così a legare la dimensione economica a quella strategica, in un mondo in cui la neutralità non è più un’opzione. Ma mentre si firma con Nuova Delhi, pesa ancora il deficit di dibattito pubblico su cosa significhi, per i cittadini europei, intrecciare così strettamente commercio, difesa e tecnologie sensibili con un partner che non è certo immune da criticità in termini di diritti civili e libertà di stampa.

Il passaggio al vaglio del Consiglio, del Parlamento europeo e della ratifica indiana sarà il banco di prova: vera discussione politica o semplice ratifica di un percorso già scritto?

Una domanda finale: chi è seduto al tavolo?

In un mondo “sempre più instabile”, come ricorda Ursula von der Leyen, la scelta europea di stringere patti con l’India può avere una logica geopolitica.
Ma l’impressione è che a sedersi al tavolo siano soprattutto governi, grandi imprese e tecnocrati del commercio, mentre la voce di agricoltori, lavoratori e consumatori resta flebile, confinata nelle note in fondo ai documenti.

Se 4 miliardi di dazi in meno per le aziende europee diventeranno più diritti, salari migliori, servizi pubblici più forti – o solo dividendi più alti – dipenderà da ciò che accadrà dopo le firme, non nelle foto di rito a Nuova Delhi. (Stefano Donno)





mercoledì 3 dicembre 2025

L’Ultimatum di Putin e il Grande Sonno dell’Europa: Perché l'essere "Pronti alla Guerra" è l'Unica Via per la Pace - ecco cosa ne penso

Se c'era ancora bisogno di un segnale inequivocabile, Vladimir Putin lo ha appena servito su un piatto d'argento, o meglio, di acciaio balistico. La sua recente dichiarazione — "Se l'Europa vuole la guerra, la Russia è pronta" — non è la solita retorica da talk show propagandistico di Mosca. È un cambio di paradigma. È una dichiarazione di intenti che sposta l'asticella dal conflitto regionale a uno scontro sistemico totale.

E l'Europa? L'Europa, per ora, sembra guardare il dito mentre la luna sta per crollare.

Analizzando quanto riportato da RID (Rivista Italiana Difesa), il messaggio è agghiacciante nella sua semplicità: il Cremlino ha accettato psicologicamente e industrialmente l'idea della guerra su larga scala. Mosca non si limita più a minacciare ritorsioni asimmetriche; sta dicendo al Vecchio Continente che l'opzione militare diretta è sul tavolo.

Qui sta il punto critico, quello che troppi cancellieri e burocrati a Bruxelles faticano a metabolizzare. La Russia opera ormai in una "economia di guerra" permanente, non solo finanziaria ma mentale. Hanno normalizzato l'escalation. Noi, al contrario, viviamo ancora nell'illusione che le sanzioni, il "soft power" o le conferenze diplomatiche possano fermare divisioni corazzate o missili ipersonici.

L'editoriale di RID tocca il nervo scoperto: dobbiamo essere pronti a combattere "in tutti i campi: da quello grigio a quello aperto". Cosa significa? Significa che la guerra ibrida (cyberattacchi, disinformazione, sabotaggi alle infrastrutture critiche) è solo l'antipasto. La portata principale è il conflitto convenzionale ad alta intensità.

È tempo di essere brutalmente onesti: il pacifismo ideologico, in questo momento storico, è il miglior alleato di Putin. Non si ferma un aggressore chiedendo "per favore". Lo si ferma solo se l'aggressore sa che, colpendo, verrà colpito più duramente. Questa si chiama deterrenza. E la deterrenza non si fa con i comunicati stampa, si fa con capacità militari credibili, scorte di munizioni piene (e non vuote come quelle attuali), difesa aerea integrata e una popolazione consapevole che la libertà non è gratis.

Svegliamoci. La frase "Dobbiamo esserlo anche noi" (pronti alla guerra) non è un invito al bellicismo, ma un disperato appello alla sopravvivenza. Se vogliamo evitare la Terza Guerra Mondiale, l'unica strada è dimostrare a Mosca che non può vincerla. L'Europa deve smettere di essere un "consumatore di sicurezza" pagato dagli USA e diventare un "produttore di sicurezza" autonomo e letale.

Putin ha gettato la maschera. Se l'Europa non indossa l'elmetto — anche solo metaforicamente, per accelerare la sua industria della difesa — rischia di trovarsi nuda nella tempesta. E la storia, si sa, non ha pietà per gli impreparati. (Stefano Donno)




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