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sabato 24 gennaio 2026

Tra Bombe e Dialoghi: Il Cinismo Russo Espone le Fragilità della Pace in Ucraina

In un mondo dove la diplomazia dovrebbe essere un baluardo contro la barbarie, gli eventi di queste ore in Ucraina ci ricordano quanto fragile sia il confine tra negoziato e aggressione. Mentre delegazioni ucraine e russe si siedono al tavolo dei colloqui ad Abu Dhabi, mediati dagli Stati Uniti, Mosca non esita a lanciare un'offensiva notturna massiccia contro Kiev e Kharkiv, con oltre 370 droni e 21 missili che piovono dal cielo come un macabro sfondo ai dialoghi di pace.

È un atto di cinismo puro, come lo ha definito il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga, che non solo mina la credibilità dei negoziati ma evidenzia la strategia russa: negoziare con la pistola puntata alla tempia.Partiamo dai fatti nudi e crudi. A Kiev, gli attacchi hanno colpito impianti energetici, lasciando 88.000 famiglie al buio e quasi 6.000 case senza riscaldamento in pieno inverno – un colpo al cuore della resilienza civile.

Una persona è morta, e la difesa aerea ucraina ha fatto il possibile per intercettare la minaccia, ma il messaggio è chiaro: la Russia punta a congelare l'Ucraina, letteralmente e metaforicamente. A Kharkiv, la situazione è ancora più tragica: danni a una maternità, un dormitorio per sfollati e una facoltà di medicina, con decine di feriti, tra cui un bambino innocente.


E non dimentichiamo Chernihiv, dove oltre 400.000 persone sono rimaste senza elettricità, con infrastrutture vitali convertite a generatori di emergenza. Questi non sono "obiettivi militari", ma un attacco deliberato alla vita quotidiana, un terrorismo di Stato che sfrutta il freddo come arma. Nel frattempo, ad Abu Dhabi, il secondo giorno di colloqui trilaterali – i primi contatti diretti dall'estate – procede in vari formati, con gli USA a fare da ponte.


La prima giornata è stata definita "produttiva" da Washington, ma il nodo gordiano resta il Donbass. La Russia pretende il ritiro completo delle forze ucraine da questa regione, legandolo a parametri di "sicurezza" e alla cosiddetta "formula di Anchorage" concordata tra Putin e Trump.


Senza concessioni territoriali, avverte Mosca, l'offensiva continuerà, e la ricostruzione post-bellica sarà vincolata ai suoi interessi. È una pretesa arrogante, che ignora il diritto internazionale e la sovranità ucraina, riducendo la pace a una spartizione coloniale.Qui entra in gioco la mia critica più aspra: Putin sta giocando una partita doppia, bombardando mentre negozia, per indebolire Kiev e forzare concessioni. È una tattica che ricorda i peggiori capitoli della storia europea, dove il dialogo serve solo a mascherare l'aggressione. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha esitato a denunciare questo su X, chiedendo con urgenza sistemi di difesa aerea come Patriot e NASAMS per proteggere le infrastrutture critiche.


Ha ragione: ogni ritardo negli aiuti occidentali – inclusa la piena attuazione degli accordi con Trump a Davos – è un invito alla Russia a escalare. Zelensky ringrazia i partner per l'assistenza, ma è tempo che l'Occidente passi dalle parole ai fatti, fornendo non solo armi ma un impegno strategico per una pace giusta, non imposta dal più forte.Eppure, in questo scenario cupo, c'è un barlume di speranza nei colloqui stessi. Il fatto che si stiano chiarendo posizioni, pur senza progressi immediati, suggerisce che la pressione internazionale – dagli USA in primis – potrebbe costringere Mosca a un compromesso. Ma attenzione: cedere sul Donbass significherebbe premiare l'aggressore, incoraggiando futuri conflitti. L'Ucraina ha resistito per anni, e merita un sostegno incondizionato, non un patto faustiano.In conclusione, questi attacchi durante i negoziati non sono un incidente, ma una dichiarazione di intenti. La Russia vuole il Donbass a tutti i costi, e l'Occidente deve rispondere con fermezza, non con ambiguità. Solo così la diplomazia potrà prevalere sulle bombe, trasformando Abu Dhabi da palcoscenico di cinismo in vero crocevia di pace.




lunedì 29 dicembre 2025

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024 - ecco cosa ne penso

Siamo arrivati al "95%", dice Donald Trump dalla Florida, con quella sua tipica sicurezza da venditore immobiliare che sta per chiudere l'affare del secolo. Ma in diplomazia, come in guerra, è quel restante 5% a decidere se stiamo firmando una pace duratura o solo una pausa tattica prima del prossimo massacro.

Il documento sul tavolo, quei famosi 20 punti discussi tra Washington, Kiev e (indirettamente) Mosca, rappresenta il tentativo più concreto, e al contempo più cinico, di fermare le armi in Ucraina dal 2022. Leggendo tra le righe di quanto emerso nelle ultime ore, la sensazione è quella di un do ut des brutale, dove il realismo politico calpesta i principi di giustizia internazionale.

Da un lato, Zelensky porta a casa quello che chiedeva da anni: una garanzia di sicurezza "blindata". Il piano prevede un meccanismo speculare all'Articolo 5 della NATO: se Mosca attacca di nuovo, scatta la risposta militare coordinata e il ritorno immediato di tutte le sanzioni. Non è l'ingresso nella NATO – che resta il grande tabù – ma è un surrogato muscolare che permetterebbe a Kiev di mantenere un esercito di 800.000 uomini in tempo di pace. Una fortezza armata nel cuore dell'Europa.

Ma il prezzo? Il prezzo è la realtà sul terreno. I nodi cruciali, quelli che il piano definisce eufemisticamente "da risolvere", sono il Donbass e Zaporizhzhia.

Sul Donbass, l'idea di congelare la linea del fronte o di procedere a referendum locali sotto supervisione internazionale (in territori ormai spopolati o russificati a forza) suona come una resa differita. Zelensky sa che accettare la perdita de facto di Donetsk e Lugansk è un suicidio politico, motivo per cui evoca il referendum nazionale: vuole che siano gli ucraini a bere l'amaro calice, non vuole essere lui a servirlo.

Ancora più surreale, se non grottesca, è la proposta sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia: una gestione condivisa? Un condominio energetico con l'invasore che ha militarizzato i reattori? Sembra una soluzione scritta da chi non ha mai messo piede in una zona di guerra, o da chi – come Trump, che si auto-candida a presiedere il "Consiglio di Pace" di supervisione – pensa che tutto si possa risolvere dividendo le quote di profitto.

C'è poi l'elefante nella stanza: l'Unione Europea. Il piano promette l'ingresso di Kiev nell'UE con tempistiche certe. Bruxelles pagherà il conto della ricostruzione, mentre Washington si intesterà il successo diplomatico. Un classico copione transatlantico dove l'Europa apre il portafogli e gli USA dettano la linea.

Questo non è il "piano della vittoria" che Zelensky sognava nel 2024. È un piano di sopravvivenza. È il riconoscimento che la riconquista totale è militarmente impossibile senza scatenare la Terza Guerra Mondiale, e che il sostegno occidentale ha un data di scadenza.

Se questa bozza diventerà realtà, non avremo la pace giusta. Avremo una pace armata, vigilata da droni e satelliti, con un'Ucraina mutilata ma viva, e una Russia non sconfitta ma contenuta. È il meglio che si poteva ottenere? Forse. Ma non chiamiamola vittoria. È solo la fine dell'inizio.

(Stefano Donno)





HA ROVINATO I NIRVANA?!