Seconda e quarta economia del pianeta si stringono la mano e la Commissione europea esulta: 180 miliardi di scambi l’anno, dazi azzerati o ridotti sul 96,6% delle esportazioni europee, 4 miliardi di euro l’anno di risparmi per le imprese, prospettiva di raddoppiare le vendite di beni Ue in India entro il 2032.
Sul palcoscenico di Nuova Delhi, Ursula von der Leyen presenta l’intesa come risposta “cooperativa” al protezionismo trumpiano, segnalando che l’Europa non vuole ripiegarsi su sé stessa.
Il messaggio politico è chiaro: l’Ue vuole dimostrare di saper giocare la partita della potenza commerciale in Asia, non solo subire l’asse Washington‑Pechino. Ma dietro le cifre scintillanti resta la domanda: questo accordo è costruito anche a misura di cittadini e lavoratori europei o soprattutto per i grandi esportatori?
Agroalimentare: chi brinda e chi resta alla finestra
Il cuore dell’intesa è agroalimentare. Lì l’Europa ottiene ciò che chiede da anni: abbattere una muraglia di dazi indiani con punte fino al 150%.
Vini: da 150% a 75% subito, poi giù fino al 20%.
Olio d’oliva: dal 45% allo 0% in cinque anni.
Prodotti trasformati come pane, biscotti, dolciumi: via dazi fino al 50%.
Quote, salvaguardie e la retorica del “tutto sotto controllo”
Per altri prodotti – carne ovina e caprina, mais dolce, uva, cetrioli, cipolle essiccate, rum, amidi – arrivano contingenti tariffari con volumi limitati e dazi ridotti, più un meccanismo di salvaguardia che promette di intervenire in caso di “perturbazioni del mercato” causate dall’accordo.
È la grammatica classica del libero scambio controllato: apriamo le porte, ma con la mano sempre vicino alla maniglia, pronti a richiuderla. Il problema è che la storia degli accordi commerciali Ue dimostra quanto spesso queste clausole arrivino tardi, quando i danni per interi comparti sono già concreti e difficili da invertire.
Strategia globale: tra difesa, tecnologia e ombre democratiche
L’accordo commerciale non è un’isola: al vertice si è lanciato anche un partenariato UE‑India per sicurezza e difesa, con cooperazione su sicurezza marittima, cyber, antiterrorismo e spazio, oltre a negoziati su sicurezza delle informazioni e tecnologie critiche, con l’accordo scientifico prorogato fino al 2030.
L’Europa prova così a legare la dimensione economica a quella strategica, in un mondo in cui la neutralità non è più un’opzione. Ma mentre si firma con Nuova Delhi, pesa ancora il deficit di dibattito pubblico su cosa significhi, per i cittadini europei, intrecciare così strettamente commercio, difesa e tecnologie sensibili con un partner che non è certo immune da criticità in termini di diritti civili e libertà di stampa.
Il passaggio al vaglio del Consiglio, del Parlamento europeo e della ratifica indiana sarà il banco di prova: vera discussione politica o semplice ratifica di un percorso già scritto?
Una domanda finale: chi è seduto al tavolo?
Se 4 miliardi di dazi in meno per le aziende europee diventeranno più diritti, salari migliori, servizi pubblici più forti – o solo dividendi più alti – dipenderà da ciò che accadrà dopo le firme, non nelle foto di rito a Nuova Delhi. (Stefano Donno)

Nessun commento:
Posta un commento