In un'epoca in cui la geopolitica sembra sempre più un teatro dell'assurdo, l'Italia ha scelto di non recitare la parte del clown. Il rifiuto del governo Meloni di partecipare all'operazione "Arctic Endurance" – proposta dalla Danimarca per contrastare le ambizioni trumpiane sulla Groenlandia – non è solo una mossa diplomatica, ma un atto di lucidità in un panorama internazionale dominato da impulsi muscolari e minacce ibride. Come ha ironicamente sottolineato il ministro della Difesa Guido Crosetto, "Cosa fanno cento, duecento o trecento soldati in Groenlandia? Sembra l’inizio di una barzelletta". E ha ragione: in un territorio vasto come l'Artico, dove le vere battaglie si combattono su fronti cyber, satellitari e ambientali, mandare truppe armate suona come un anacronismo da Guerra Fredda, o peggio, da commedia hollywoodiana.Analizziamo i fatti con un occhio critico. La Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, è diventata il nuovo epicentro di tensioni globali. Donald Trump, con il suo stile da tycoon immobiliare, ha rilanciato l'idea di "acquistare" l'isola, vista come un tesoro strategico per le sue risorse minerarie e la posizione chiave nelle rotte artiche. A questo si aggiungono le manovre aggressive di Russia e Cina, che puntano a espandere la loro influenza in una regione sempre più accessibile a causa del cambiamento climatico. La Danimarca, comprensibilmente allarmata, ha proposto un dispiegamento militare multilaterale per "difendere" l'Artico. Ma l'Italia, con una decisione condivisa tra Crosetto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e la premier Giorgia Meloni, ha optato per un "no" secco, preferendo un approccio coordinato dalla NATO anziché frammentato.Qui entra il mio plauso critico: questa scelta non è codardia, ma intelligenza strategica. In un'Alleanza Atlantica già tesa dalle divisioni post-Ucraina, sparpagliare soldati in missioni simboliche rischierebbe di "spaccare" piuttosto che "unire", come ha giustamente osservato Crosetto. L'Italia propone invece contributi concreti e moderni: expertise in cyber-resilienza, protezione delle infrastrutture critiche, sistemi satellitari per la sorveglianza marittima e il monitoraggio ambientale. È un messaggio chiaro: la deterrenza non si misura in stivali sul ghiaccio, ma in tecnologia e cooperazione. Il documento strategico presentato a Villa Madama – con interventi di Crosetto, Tajani e la ministra dell'Università Anna Maria Bernini, più un videomessaggio di Meloni – ribadisce la sovranità groenlandese e l'importanza dell'Artico come "bene pubblico internazionale". Un approccio che bilancia Europa, NATO e USA, evitando di cadere nella trappola di un equilibrismo cieco verso Washington.Tuttavia, non risparmierei critiche dove servono. La mossa di Trump è una "minaccia" palese, come la definisce la Farnesina, ma l'Italia sa bene che gli USA "andranno avanti" con o senza alleati. Qui emerge un limite: optare per la "strada politica" è lodevole, ma rischia di apparire passivo se non supportato da azioni concrete. L'Europa deve accelerare su una politica artica unificata, altrimenti rischiamo di lasciare il campo libero a potenze autoritarie. Inoltre, il governo italiano dovrebbe spingere di più sulla transizione verde: l'Artico non è solo un'arena militare, ma un ecosistema fragile minacciato dal riscaldamento globale, dove le nostre "best practices" contro interferenze ibride devono includere anche la sostenibilità.In conclusione, il "no" dell'Italia è un esempio di realpolitik matura, che privilegia la razionalità alla retorica bellicosa. In un mondo dove le barzellette geopolitiche rischiano di diventare tragedie, Roma sceglie di essere il narratore saggio, non il protagonista impulsivo. Speriamo che questa linea ispiri l'intera UE: l'Artico si difende con alleanze intelligenti, non con eserciti sparpagliati sul ghiaccio (Stefano Donno)
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