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venerdì 17 ottobre 2025

Il "Gamble" di Zelensky a Washington: i Tomahawk come arma a doppio taglio - ecco cosa ne penso

In una Washington sempre più epicentro di un complesso gioco di specchi geopolitico, la visita di Volodymyr Zelensky assume i contorni di un'audace, quasi disperata, scommessa. Sul tavolo dello Studio Ovale, di fronte a un Donald Trump imprevedibile e ondivago, il presidente ucraino non ha messo semplici richieste di aiuti, ma un vero e proprio game-changer: la fornitura di missili da crociera Tomahawk. Un'arma capace non solo di alterare gli equilibri sul campo di battaglia, ma di riscrivere le regole d'ingaggio dell'intero conflitto, con rischi di escalation che la diplomazia mondiale osserva con il fiato sospeso.

La richiesta di Zelensky è strategicamente comprensibile. Dopo anni di conflitto logorante, con una linea del fronte che si muove a fatica e con costi umani ed economici insostenibili, l'Ucraina cerca un vantaggio qualitativo. I Tomahawk, con la loro gittata in grado di colpire in profondità il territorio russo, rappresenterebbero una minaccia diretta ai centri di comando, alle linee di rifornimento e alle infrastrutture critiche del Cremlino. Non si tratta più solo di difendersi, ma di portare la guerra "a casa" dell'aggressore, alzando il costo del conflitto per Mosca a un livello potenzialmente intollerabile. È la logica della deterrenza offensiva, un tentativo di forzare la Russia a un negoziato da una posizione di forza.

Tuttavia, è proprio qui che l'azzardo si manifesta in tutta la sua pericolosità. La reazione di Donald Trump, che frena pubblicamente ("Servono anche a noi, non possiamo esaurire le scorte") dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin, è un capolavoro di ambiguità tattica. Da un lato, il tycoon usa la richiesta ucraina come leva negoziale nei confronti del Cremlino, agitando lo spettro di una fornitura missilistica per spingere Putin a più miti consigli e, forse, al vertice di pace che il fedele alleato Viktor Orbán si affretta a organizzare. Dall'altro, rivela la profonda riluttanza di una parte dell'establishment americano a un coinvolgimento così diretto che potrebbe trascinare la NATO in un confronto aperto con la Russia.

La critica fondamentale a questa mossa non risiede tanto nell'obiettivo, quanto nel metodo e nelle sue imprevedibili conseguenze. Fornire armi a così lungo raggio significa superare una linea rossa che le cancellerie occidentali, pur sostenendo Kiev, hanno finora evitato di calpestare. La reazione del Cremlino non sarebbe solo verbale. Un attacco con missili di fabbricazione americana su suolo russo potrebbe essere interpretato come un atto di guerra diretto da parte degli Stati Uniti, innescando una spirale di ritorsioni dagli esiti catastrofici.

In questo scenario, Zelensky si muove su un filo sottilissimo. La sua visita a Washington è un disperato tentativo di mantenere alta l'attenzione e il supporto americano, ma rischia di trasformarsi in un boomerang. Se Trump dovesse negare i Tomahawk, l'immagine di un'Ucraina lasciata parzialmente sola si rafforzerebbe, offrendo un vantaggio psicologico a Putin. Se, al contrario, dovesse concederli, il mondo si troverebbe sull'orlo di un'escalation che nessuno è realmente in grado di controllare. La partita a scacchi di Washington è più complessa che mai, e la prossima mossa potrebbe non lasciare spazio a ripensamenti. (Stefano Donno)




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