C’è un silenzio assordante che arriva da Teheran, ed è il rumore più spaventoso di tutti. Mentre scrivo, l’Iran è inghiottito da un blackout digitale che dura da oltre 60 ore. Un’eclissi informativa voluta dal regime per coprire quello che, secondo le poche e frammentarie testimonianze che riescono a bucare la censura, si sta trasformando in un massacro. Oltre cento morti, ospedali al collasso con "corpi ammassati" nei corridoi, migliaia di arresti. Ma se il dramma interno è una tragedia umanitaria, ciò che si muove sullo scacchiere internazionale rischia di trasformare questa crisi in un inferno regionale.
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domenica 11 gennaio 2026
Il buio su Teheran e i tamburi di guerra: mentre l'Iran brucia, Trump e Netanyahu giocano col fuoco - ecco cosa ne penso
Siamo all'11 gennaio 2026 e l'impressione è quella di un déjà-vu tossico, ma con poste in gioco decisamente più alte. Da una parte c'è un regime teocratico con le spalle al muro, indebolito economicamente e sfidato da una popolazione che non chiede più pane, ma libertà; dall'altra, l'asse Washington-Gerusalemme che sembra aver fiutato l'odore del sangue.
La notizia che rimbalza tra le cancellerie è inequivocabile: Israele è in "massima allerta" per un possibile intervento americano. Non parliamo di aiuti umanitari, sia chiaro. Le parole del Presidente Donald Trump – "Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!" – risuonano meno come una promessa di liberazione e più come una minaccia velata. I colloqui tra il Segretario di Stato Marco Rubio e Benjamin Netanyahu suggeriscono scenari che vanno dal sequestro delle petroliere a raid mirati per azzerare le capacità missilistiche degli Ayatollah.
È qui che il cinismo della realpolitik tocca il suo apice. Mentre i giovani iraniani muoiono nelle strade per reclamare un futuro diverso, il loro coraggio rischia di diventare la scusa perfetta per una resa dei conti geopolitica pianificata da tempo. Netanyahu, eterno sopravvissuto della politica israeliana, spinge per l'opzione militare definitiva, vedendo nel caos iraniano l'opportunità storica per decapitare il nemico di sempre. Trump, dal canto suo, oscilla tra la retorica isolazionista e la tentazione di un colpo di scena muscolare che riaffermi il dominio a stelle e strisce.
Ma attenzione ai calcoli sbagliati. Teheran ha già risposto con la consueta ferocia retorica (e non solo): "Se ci attaccate, colpiremo Israele e le vostre basi". Non è un bluff che ci si può permettere di vedere a cuor leggero. Un intervento esterno in questo momento potrebbe non solo incendiare tutto il Medio Oriente, ma paradossalmente ricompattare parte della popolazione iraniana attorno a quel regime che oggi detesta, in nome della difesa della patria contro "l'invasore".
Il mondo guarda con il fiato sospeso, ma per ora vede solo il buio. Il buio di internet spento dai Pasdaran per nascondere le repressioni, e il buio della diplomazia, soffocato dal rumore dei caccia che scaldano i motori. Se l'obiettivo occidentale è davvero la libertà del popolo iraniano, bombardare il loro Paese potrebbe essere il modo peggiore per dimostrarlo. Restiamo in attesa, sperando che la "massima allerta" non diventi l'anticamera dell'abisso.
(Stefano Donno)
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