In un'Italia sempre più polarizzata, dove la giustizia è diventata il campo di battaglia prediletto per vendette politiche, l'assemblea per il "No" al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, tenutasi ieri al Centro Congressi Frentani di Roma, ha rappresentato un momento di chiarezza cristallina. Gremita di partecipanti – da leader sindacali a giornalisti d'inchiesta – l'evento ha visto Giuseppe Conte e Elly Schlein unire le forze in un fronte compatto contro quella che è stata definita, non a torto, una "controriforma" destinata a minare l'indipendenza della magistratura. Ma andiamo con ordine: è davvero questa la panacea per i mali della giustizia italiana, o si tratta dell'ennesimo tentativo di una destra ossessionata dal controllo di piegare le istituzioni ai propri voleri?Partiamo dai fatti, perché in politica, come in giornalismo, i fatti sono sacri. La campagna per il "No" è stata lanciata con enfasi, supportata da una raccolta firme che ha già superato le 300mila adesioni in soli venti giorni. Intervenendo dal palco, Maurizio Landini, segretario della CGIL, ha colpito nel segno: "La maggioranza dei cittadini italiani se gli parli di separazione della carriera non sai di cosa stai parlando". Ha ragione: questo referendum, promosso dal ministro Nordio, è avvolto in un'aura di tecnicismo che nasconde le sue vere implicazioni. Non si tratta di efficienza giudiziaria – i processi lenti, le carceri sovraffollate e la corruzione endemica rimangono intatti – ma di separare i pubblici ministeri dai giudici, creando due carriere distinte che potrebbero facilitare interferenze politiche. Nicola Fratoianni lo ha detto senza mezzi termini: "È una controriforma che non migliora in nessun modo i problemi della giustizia italiana". E come dargli torto? Da trent'anni, la destra italiana – da Berlusconi a Meloni – vede nei magistrati non un pilastro della democrazia, ma un nemico da domare.Sigfrido Ranucci, il conduttore di "Report" che ha smascherato innumerevoli scandali, ha aggiunto un tassello cruciale: "Quello che sta succedendo con la Magistratura, con la Magistratura contabile, con la stampa è la manifesta denuncia dell’insofferenza nei confronti di ogni tipo di controllo". Ecco il cuore del problema. In un Paese dove il premier Giorgia Meloni ha recentemente postato sui social per criticare la Corte dei Conti (riferendosi a un articolo su un'opera pubblica bocciata), questa riforma appare come l'ultimo atto di un disegno autoritario. Conte, abile nel collegare i puntini, ha citato proprio quel post per avvertire: "Con il Sì torna la Casta". E Schlein, rispondendo a Nordio che aveva insinuato un beneficio per il centrosinistra, ha replicato con fermezza: "Non vogliamo che ci serva, vinceremo le prossime elezioni e non vogliamo una riforma che ci consenta di controllare la Magistratura. Vogliamo essere controllati perché così funziona in una democrazia".Criticamente parlando, questa riforma è un bluff. Promette modernità ma consegna debolezza: una magistratura divisa rischia di diventare più vulnerabile alle pressioni esterne, specialmente in un contesto dove il governo controlla già troppi leve del potere. È accattivante pensare a una giustizia più rapida, ma senza investimenti reali – in personale, digitalizzazione e risorse – resta solo propaganda. Landini ha chiuso l'assemblea con un appello all'unità: "Per vincere dobbiamo parlare a tutti". Giusto, ma il centrosinistra deve fare di più: non basta opporsi, serve una visione alternativa per una giustizia equa e indipendente.In conclusione, questo referendum non è solo una questione tecnica; è un test per la democrazia italiana. Votare "No" significa difendere i controlli che tengono a bada la "Casta", come l'ha chiamata Conte. Altrimenti, rischiamo di svegliarci in un Paese dove la giustizia serve il potere, non il popolo. È ora di dire basta alle ossessioni ideologiche e tornare a una politica che risolva problemi reali (Stefano Donno)
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