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sabato 10 gennaio 2026

L'Artico non è un campo da golf: perché l'ultimatum di Trump sulla Groenlandia segna la fine della diplomazia - ecco cosa ne penso

 C'era una volta, non troppo tempo fa, un mondo in cui la proposta di Donald Trump di "comprare" la Groenlandia veniva archiviata come una stravagante boutade estiva, materiale buono per i meme e per qualche risata imbarazzata nelle cancellerie europee. Oggi, quella risata ci muore in gola. Le dichiarazioni riportate nelle ultime ore — "La prenderemo con le buone o con le cattive" — segnano un cambio di passo che non possiamo permetterci di ignorare. Non siamo più nel campo della speculazione immobiliare applicata alla geopolitica; siamo entrati nel territorio della minaccia esplicita a un alleato storico.


Il linguaggio utilizzato dal Presidente è, come spesso accade, rivelatore. "Con le buone o con le cattive" non è il lessico della diplomazia internazionale, né quello della NATO. È il linguaggio del racket, o nella migliore delle ipotesi, di un’acquisizione societaria ostile (una hostile takeover) dove l'azionista di minoranza — in questo caso il popolo groenlandese e il governo danese — è visto solo come un ostacolo burocratico da aggirare o schiacciare.

Sia chiaro: nessuno nega l'importanza strategica dell'Artico. Con lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte commerciali e la fame globale di terre rare (di cui l'isola è ricchissima), la Groenlandia è il "Graal" del XXI secolo. La preoccupazione di Washington di non voler vedere la Cina o la Russia stabilirsi nel cortile di casa è legittima, strategica e condivisa da molti analisti. Ma la politica estera non è un cantiere edile di Manhattan.

L'errore macroscopico di Trump è di categoria, prima ancora che politico. Tratta la sovranità nazionale e l'identità di un popolo (che ha risposto con ammirevole dignità: "Non vogliamo essere americani, vogliamo essere groenlandesi") come asset liquidabili. Dire "sono un grande fan della Danimarca" mentre si minaccia di strapparle un territorio obtorto collo è l'equivalente geopolitico di lodare l'arredamento di una casa mentre si cerca di sfondare la porta con un ariete.

Se gli Stati Uniti decidono che la sicurezza nazionale giustifica l'annessione forzata o la coercizione economica estrema verso un partner democratico, quale messaggio stiamo inviando a Mosca e Pechino? Come possiamo condannare l'espansionismo altrui se il leader del "mondo libero" adotta la logica del might makes right, la forza crea il diritto?

La Groenlandia non è in vendita, e la dignità dell'Occidente non dovrebbe esserlo nemmeno. Se Trump pensa di poter ridisegnare la mappa del mondo con "le cattive", troverà che il ghiaccio dell'Artico è molto più sottile e pericoloso di quanto appaia dal suo ufficio ovale. La storia ci insegna che i popoli non si comprano; al massimo si affittano, ma il prezzo dell'affitto, quando imposto con la forza, è sempre la stabilità globale. (Stefano Donno)




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