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giovedì 8 gennaio 2026

Groenlandia in saldo: quando la geopolitica diventa un capriccio da miliardari - ecco cosa ne penso

Ci sono momenti nella storia recente in cui il confine tra la strategia di Stato e la sceneggiatura di una commedia dell'assurdo diventa talmente sottile da svanire. La rivelazione che dietro il bizzarro tentativo di Donald Trump di "comprare" la Groenlandia nel 2019 ci fosse la mano — e il portafoglio — di Ronald Lauder, erede dell'impero cosmetico Estée Lauder, è uno di questi momenti.

Non era, come molti di noi avevano liquidato all'epoca, l'ennesimo tweet estemporaneo di un Presidente insonne. Era un piano. O meglio, era la proiezione di una mentalità imprenditoriale applicata brutalmente alla diplomazia internazionale, dove la sovranità nazionale viene scambiata per un asset immobiliare in sofferenza.

Il trucco e l'inganno

La notizia riportata, secondo cui Lauder avrebbe addirittura commissionato a sue spese esperti legali e cartografici per valutare l'acquisizione, svela un retroscena inquietante sul modus operandi dell'amministrazione Trump (e potenzialmente di quella futura). Ronald Lauder, amico di vecchia data del tycoon e figura di spicco del Congresso Ebraico Mondiale, ha agito come un ministro degli esteri ombra. Ha offerto a Trump ciò che Trump ama di più: l'illusione che tutto, nel mondo, abbia un prezzo e un codice a barre.

L'idea di offrire alla Danimarca un vitalizio di 600 milioni di dollari all'anno per cedere l'isola artica non è solo diplomaticamente goffa; è concettualmente violenta. Tratta 56.000 abitanti e una cultura millenaria come inquilini di un palazzo di Manhattan in attesa di sfratto o di rinnovo contrattuale.

La diplomazia del "Deal"

Questa vicenda è l'epitome della Trump Doctrine: la riduzione delle relazioni internazionali a transazioni commerciali. Lauder, re della cosmesi, ha suggerito l'acquisto come si suggerisce l'acquisizione di un brand concorrente. Ma le nazioni non sono aziende. La reazione gelida — e giustamente indignata — della premier danese Mette Frederiksen, che definì la proposta "assurda", fu lo scontro inevitabile tra la vecchia politica (fatta di trattati, storia e diritti) e la nuova politica dei miliardari (fatta di acquisizioni, leverage e profitto).

Non si nega l'interesse strategico. La Groenlandia è cruciale per le rotte artiche, per le terre rare e come avamposto militare (la base di Thule ne è la prova). Ma c'è una differenza abissale tra negoziare accordi di cooperazione e presentarsi alla cassa con il libretto degli assegni in mano.

Un campanello d'allarme

Il fatto che un privato cittadino, per quanto influente, abbia avuto la capacità di mobilitare l'agenda presidenziale su un'operazione di tale portata territoriale, scavalcando probabilmente i canali tradizionali del Dipartimento di Stato, dovrebbe far riflettere. Ci dice che l'accesso al potere, a certi livelli, non è mediato dalle istituzioni, ma dalle amicizie nei club esclusivi di Palm Beach.

La "Groenlandia di Trump" non è mai diventata realtà. È rimasta un meme, una barzelletta globale. Tuttavia, sapere oggi che dietro quella barzelletta c'era uno studio serio finanziato da un magnate della bellezza rende il tutto meno divertente e molto più preoccupante. Ci ricorda che quando la politica estera viene appaltata agli amici del Presidente, il rischio non è solo quello di fare una figuraccia internazionale. Il rischio è di trattare il mondo intero come un enorme tabellone del Monopoly, dimenticando che su quelle caselle vivono persone vere.

La Danimarca ha detto no. Ma la domanda resta: quale sarà il prossimo "acquisto" consigliato al prossimo giro di valzer alla Casa Bianca? (Stefano Donno)




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Messalina di Daniela Musini (Piemme)

Messalina, romanzo di grande presa narrativa e ricco di dettagli storici e descrizioni, racconta una figura grandiosa, opulenta, capace di districarsi tra complotti e sfrenatezze di corte, e testimonia la sua resistenza al tentativo, secolare, di ridurla all'oblio.


Valeria Messalina fu una delle donne più temerarie e discusse dell'Antica Roma. Ricordata dagli antichi per la sua lussuria sfrenata, era astuta, intelligente e di grande carisma. Moglie dell'imperatore Claudio, sposato a soli quindici anni, visse nei palazzi di potere dell'impero, condizionando la politica del tempo. La sua fama di meretrix augusta, formula coniata da Giovenale, nasconde volontariamente il vero cuore tragico della sua storia: seppe esercitare influenza e potere in un mondo che non concedeva spazio alle donne, e pagò l'ambizione dimostrata con la damnatio memoriae - per ordine del senato, quindi, furono distrutte le statue erette in suo onore e fu cancellato il suo nome. Nel romanzo è Lavinia, ancella prediletta, a illuminare la sua vita. Resa muta da un trauma infantile, Lavinia è custode silenziosa di segreti e dissolutezze, e accompagna Messalina dall'infanzia fino all'età adulta. Ormai anziana, Lavinia si rifugia a Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia, dove davanti al meraviglioso golfo di Napoli si abbandona ai ricordi, ricostruendo il ritratto intimo e struggente di una delle figure più affascinanti e controverse dell'epoca romana. Daniela Musini restituisce al lettore un vivido affresco della Roma imperiale del I secolo d.C., caput mundi di un impero smisurato e teatro di intrighi, fasti e congiure




mercoledì 7 gennaio 2026

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L'ALCHIMIA DEL SILENZIO: ELEONORA RUBERTI E LA RESISTENZA DELL'ASSENZA

 In un'epoca in cui l'artista è brand, Eleonora Ruberti pratica l'estinzione di sé. Un viaggio attraverso l'espressionismo esoterico, dove la voce tace affinché l'opera possa finalmente urlare.

C'è un rumore bianco che avvolge l'arte contemporanea. È il frastuono dello storytelling personale, l'obbligo della presenza digitale, la biografia che divora la tela. In questo ecosistema saturo di io, il rifiuto di Eleonora Ruberti di concedersi al microfono non appare come una ritrosia caratteriale, ma come un atto politico. Una scelta estetica radicale. Ruberti non si nasconde; si sottrae. E in questa sottrazione, simile a quella operata dai grandi mistici o dagli artisti che hanno anteposto l'opera all'ego, accade qualcosa di paradossale: il vuoto lasciato dalla sua voce viene riempito dalla violenza psichica delle sue immagini. Se state cercando un'intervista, non la troverete qui. Se state cercando di capire chi sia Eleonora Ruberti attraverso le sue parole, state guardando nella direzione sbagliata. L'artista ha scelto il silenzio non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha delegato ogni sillaba al colore, alla linea spezzata, all'occhio che vi fissa dalla tela e che non ammette repliche.

L'Eredità della Carne: Tra Kokoschka e Schiele

Avvicinarsi a un'opera pittorica di Ruberti significa accettare un disagio. Non c'è compiacimento decorativo. La prima sensazione è tattile, quasi un'abrasione retinica. La critica più attenta non può fare a meno di notare una genealogia illustre, che affonda le radici nella Vienna del primo Novecento, ma che viene qui declinata con una sintassi ferocemente contemporanea. Il debito verso Egon Schiele è evidente nella nervosità del tratto, in quella linea che non definisce il corpo ma lo erode, quasi a volerne scarnificare l'identità sociale per rivelarne la polpa nervosa. Ma dove Schiele cercava l'oscenità della vulnerabilità sessuale, Ruberti opera una traslazione verso l'esoterico. I corpi non sono solo nudi; sono aperti, sezionati non anatomicamente ma spiritualmente.

C'è poi l'eco di Oskar Kokoschka

Come nel maestro austriaco, in Ruberti il colore non è descrittivo ma psicologico. È una temperatura emotiva. I rossi non sono sangue, sono allarme; i blu non sono cielo, sono abissi interiori. Tuttavia, Ruberti purifica l'espressionismo storico dalla sua componente puramente biografica. Non stiamo guardando il dolore dell'artista; stiamo guardando un archetipo del dolore umano, filtrato attraverso una lente che deforma la realtà per renderla, paradossalmente, più vera.

 

La Geometria del Sacro: Il Simbolismo Strutturale

Ciò che distingue Ruberti dai neo-espressionisti contemporanei è l'intrusione dell'elemento esoterico. Non si tratta di citazionismo New Age, né di decorazione mistica. Nel suo lavoro, il simbolo è strutturale: regge l'architettura del dipinto. Osservando le composizioni, emergono costanti: l'occhio onnisciente che non giudica ma osserva, le geometrie sacre che intersecano la carne sfatta, figure androgine che sembrano sospese tra due stati dell'essere. Questi elementi non sono sovrapposti; sono intessuti nella materia pittorica. Ricordano l'approccio di Hilma af Klint, dove l'astrazione era un mezzo per cartografare l'invisibile. In Ruberti, il simbolo funziona come un sigillo ermetico. Blocca il significato immediato e costringe lo spettatore a un lavoro di decifrazione. L'opera diventa un enigma, uno specchio invertito dove ciò che si riflette non è il volto di chi guarda, ma la sua ombra junghiana. È un'arte che richiede tempo, che rifiuta il consumo rapido dello scorrimento su uno schermo.

 

La Maschera e il Doppio: L'Indagine Fotografica

Se la pittura è l'urlo, la fotografia di Eleonora Ruberti è l'eco distorta. Qui, il tema del Doppio diventa centrale. Attraverso l'uso sapiente della maschera – intesa non come nascondiglio ma come strumento di rivelazione, sulla scia delle sperimentazioni di Claude Cahun o delle trasformazioni di Cindy Sherman – l'artista indaga la frantumazione dell'identità contemporanea. Nelle sue fotografie, il soggetto è spesso sdoppiato, riflesso, o parzialmente oscurato. Non è un gioco di vanità, ma una documentazione clinica della scissione dell'Io. La tecnologia (specchi, post-produzione, o forse interazioni algoritmiche) agisce come co-autore involontario, creando quello che potremmo definire un "realismo magico digitale". La maschera in Ruberti ci dice che l'identità è una performance. Togliendo il volto, l'artista paradossalmente si rende universale. Il corpo diventa un testo indecifrabile, un geroglifico di carne e luce che interroga chi guarda: chi sei tu, quando nessuno ti osserva?

 

L'Estetica del Silenzio

Arriviamo quindi al cuore della questione: il silenzio. In un mercato dell'arte che fagocita le personalità, la scelta di Eleonora Ruberti di rendersi inaccessibile è la sua opera più complessa. Rifiutando l'esposizione mediatica, Ruberti protegge l'integrità del mistero. Costringe la critica a fare il suo lavoro: guardare, analizzare, interpretare, senza la stampella delle "intenzioni dell'autore". È una strategia che ricorda la Morte dell'Autore di Roland Barthes, ma attuata con una disciplina monastica. Questo silenzio crea uno spazio sacro attorno all'opera. Senza la voce dell'artista a guidarci, siamo soli davanti alla tela o alla fotografia. Sentiamo la vertigine dell'interpretazione. L'assenza dell'artista diventa una presenza ingombrante, magnetica, che carica l'oggetto d'arte di un potere quasi totemico.

 

L'Aporia Generativa

Eleonora Ruberti rimane un'aporia, una contraddizione irrisolta. È espressionista e simbolista. È viscerale e geometrica. È presente ovunque nelle sue opere, eppure è invisibile.

Forse, la vera domanda non è "chi è Eleonora Ruberti?", ma "cosa stiamo diventando noi?". La sua arte non offre risposte consolatorie. Offre specchi rotti, linee di tensione e simboli antichi. Ci offre il lusso, ormai rarissimo, di confrontarci con un'opera che non cerca di venderci una storia, ma che ci sfida a costruirne una. E nel silenzio assordante che lascia dietro di sé, l'unica cosa che resta da fare è, finalmente, guardare. L'opera di Eleonora Ruberti è un labirinto visivo. Non cercate la sua voce, cercate i suoi simboli. Quale archetipo risuona con la vostra parte più oscura? L'occhio, la maschera, o la carne? La discussione è aperta, ma la risposta è solo vostra 

(le immagini qui riprodotte sono opere dell'artista dal titolo "Madam Death" e "Senza Titolo")





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