In un'epoca in cui l'artista è brand, Eleonora Ruberti pratica l'estinzione di sé. Un viaggio attraverso l'espressionismo esoterico, dove la voce tace affinché l'opera possa finalmente urlare.
C'è un rumore bianco che avvolge l'arte contemporanea. È il frastuono dello storytelling personale, l'obbligo della presenza digitale, la biografia che divora la tela. In questo ecosistema saturo di io, il rifiuto di Eleonora Ruberti di concedersi al microfono non appare come una ritrosia caratteriale, ma come un atto politico. Una scelta estetica radicale. Ruberti non si nasconde; si sottrae. E in questa sottrazione, simile a quella operata dai grandi mistici o dagli artisti che hanno anteposto l'opera all'ego, accade qualcosa di paradossale: il vuoto lasciato dalla sua voce viene riempito dalla violenza psichica delle sue immagini. Se state cercando un'intervista, non la troverete qui. Se state cercando di capire chi sia Eleonora Ruberti attraverso le sue parole, state guardando nella direzione sbagliata. L'artista ha scelto il silenzio non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha delegato ogni sillaba al colore, alla linea spezzata, all'occhio che vi fissa dalla tela e che non ammette repliche.
L'Eredità della Carne: Tra Kokoschka e Schiele
Avvicinarsi a un'opera pittorica di Ruberti significa accettare un disagio. Non c'è compiacimento decorativo. La prima sensazione è tattile, quasi un'abrasione retinica. La critica più attenta non può fare a meno di notare una genealogia illustre, che affonda le radici nella Vienna del primo Novecento, ma che viene qui declinata con una sintassi ferocemente contemporanea. Il debito verso Egon Schiele è evidente nella nervosità del tratto, in quella linea che non definisce il corpo ma lo erode, quasi a volerne scarnificare l'identità sociale per rivelarne la polpa nervosa. Ma dove Schiele cercava l'oscenità della vulnerabilità sessuale, Ruberti opera una traslazione verso l'esoterico. I corpi non sono solo nudi; sono aperti, sezionati non anatomicamente ma spiritualmente.
C'è poi l'eco di Oskar Kokoschka
Come nel maestro austriaco, in Ruberti il colore non è descrittivo ma psicologico. È una temperatura emotiva. I rossi non sono sangue, sono allarme; i blu non sono cielo, sono abissi interiori. Tuttavia, Ruberti purifica l'espressionismo storico dalla sua componente puramente biografica. Non stiamo guardando il dolore dell'artista; stiamo guardando un archetipo del dolore umano, filtrato attraverso una lente che deforma la realtà per renderla, paradossalmente, più vera.
La Geometria del Sacro: Il Simbolismo Strutturale
Ciò che distingue Ruberti dai neo-espressionisti contemporanei è l'intrusione dell'elemento esoterico. Non si tratta di citazionismo New Age, né di decorazione mistica. Nel suo lavoro, il simbolo è strutturale: regge l'architettura del dipinto. Osservando le composizioni, emergono costanti: l'occhio onnisciente che non giudica ma osserva, le geometrie sacre che intersecano la carne sfatta, figure androgine che sembrano sospese tra due stati dell'essere. Questi elementi non sono sovrapposti; sono intessuti nella materia pittorica. Ricordano l'approccio di Hilma af Klint, dove l'astrazione era un mezzo per cartografare l'invisibile. In Ruberti, il simbolo funziona come un sigillo ermetico. Blocca il significato immediato e costringe lo spettatore a un lavoro di decifrazione. L'opera diventa un enigma, uno specchio invertito dove ciò che si riflette non è il volto di chi guarda, ma la sua ombra junghiana. È un'arte che richiede tempo, che rifiuta il consumo rapido dello scorrimento su uno schermo.
La Maschera e il Doppio: L'Indagine Fotografica
Se la pittura è l'urlo, la fotografia di Eleonora Ruberti è l'eco distorta. Qui, il tema del Doppio diventa centrale. Attraverso l'uso sapiente della maschera – intesa non come nascondiglio ma come strumento di rivelazione, sulla scia delle sperimentazioni di Claude Cahun o delle trasformazioni di Cindy Sherman – l'artista indaga la frantumazione dell'identità contemporanea. Nelle sue fotografie, il soggetto è spesso sdoppiato, riflesso, o parzialmente oscurato. Non è un gioco di vanità, ma una documentazione clinica della scissione dell'Io. La tecnologia (specchi, post-produzione, o forse interazioni algoritmiche) agisce come co-autore involontario, creando quello che potremmo definire un "realismo magico digitale". La maschera in Ruberti ci dice che l'identità è una performance. Togliendo il volto, l'artista paradossalmente si rende universale. Il corpo diventa un testo indecifrabile, un geroglifico di carne e luce che interroga chi guarda: chi sei tu, quando nessuno ti osserva?
L'Estetica del Silenzio
Arriviamo quindi al cuore della questione: il silenzio. In un mercato dell'arte che fagocita le personalità, la scelta di Eleonora Ruberti di rendersi inaccessibile è la sua opera più complessa. Rifiutando l'esposizione mediatica, Ruberti protegge l'integrità del mistero. Costringe la critica a fare il suo lavoro: guardare, analizzare, interpretare, senza la stampella delle "intenzioni dell'autore". È una strategia che ricorda la Morte dell'Autore di Roland Barthes, ma attuata con una disciplina monastica. Questo silenzio crea uno spazio sacro attorno all'opera. Senza la voce dell'artista a guidarci, siamo soli davanti alla tela o alla fotografia. Sentiamo la vertigine dell'interpretazione. L'assenza dell'artista diventa una presenza ingombrante, magnetica, che carica l'oggetto d'arte di un potere quasi totemico.
L'Aporia Generativa
Eleonora Ruberti rimane un'aporia, una contraddizione irrisolta. È espressionista e simbolista. È viscerale e geometrica. È presente ovunque nelle sue opere, eppure è invisibile.
Forse, la vera domanda non è "chi è Eleonora Ruberti?", ma "cosa stiamo diventando noi?". La sua arte non offre risposte consolatorie. Offre specchi rotti, linee di tensione e simboli antichi. Ci offre il lusso, ormai rarissimo, di confrontarci con un'opera che non cerca di venderci una storia, ma che ci sfida a costruirne una. E nel silenzio assordante che lascia dietro di sé, l'unica cosa che resta da fare è, finalmente, guardare. L'opera di Eleonora Ruberti è un labirinto visivo. Non cercate la sua voce, cercate i suoi simboli. Quale archetipo risuona con la vostra parte più oscura? L'occhio, la maschera, o la carne? La discussione è aperta, ma la risposta è solo vostra
(le immagini qui riprodotte sono opere dell'artista dal titolo "Madame Death" e "Senza Titolo")


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