C'era una volta, non troppo tempo fa, un mondo in cui la proposta di Donald Trump di "comprare" la Groenlandia veniva archiviata come una stravagante boutade estiva, materiale buono per i meme e per qualche risata imbarazzata nelle cancellerie europee. Oggi, quella risata ci muore in gola. Le dichiarazioni riportate nelle ultime ore — "La prenderemo con le buone o con le cattive" — segnano un cambio di passo che non possiamo permetterci di ignorare. Non siamo più nel campo della speculazione immobiliare applicata alla geopolitica; siamo entrati nel territorio della minaccia esplicita a un alleato storico.
Il linguaggio utilizzato dal Presidente è, come spesso accade, rivelatore. "Con le buone o con le cattive" non è il lessico della diplomazia internazionale, né quello della NATO. È il linguaggio del racket, o nella migliore delle ipotesi, di un’acquisizione societaria ostile (una hostile takeover) dove l'azionista di minoranza — in questo caso il popolo groenlandese e il governo danese — è visto solo come un ostacolo burocratico da aggirare o schiacciare.
Sia chiaro: nessuno nega l'importanza strategica dell'Artico. Con lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte commerciali e la fame globale di terre rare (di cui l'isola è ricchissima), la Groenlandia è il "Graal" del XXI secolo. La preoccupazione di Washington di non voler vedere la Cina o la Russia stabilirsi nel cortile di casa è legittima, strategica e condivisa da molti analisti. Ma la politica estera non è un cantiere edile di Manhattan.
L'errore macroscopico di Trump è di categoria, prima ancora che politico. Tratta la sovranità nazionale e l'identità di un popolo (che ha risposto con ammirevole dignità: "Non vogliamo essere americani, vogliamo essere groenlandesi") come asset liquidabili. Dire "sono un grande fan della Danimarca" mentre si minaccia di strapparle un territorio obtorto collo è l'equivalente geopolitico di lodare l'arredamento di una casa mentre si cerca di sfondare la porta con un ariete.
Se gli Stati Uniti decidono che la sicurezza nazionale giustifica l'annessione forzata o la coercizione economica estrema verso un partner democratico, quale messaggio stiamo inviando a Mosca e Pechino? Come possiamo condannare l'espansionismo altrui se il leader del "mondo libero" adotta la logica del might makes right, la forza crea il diritto?
La Groenlandia non è in vendita, e la dignità dell'Occidente non dovrebbe esserlo nemmeno. Se Trump pensa di poter ridisegnare la mappa del mondo con "le cattive", troverà che il ghiaccio dell'Artico è molto più sottile e pericoloso di quanto appaia dal suo ufficio ovale. La storia ci insegna che i popoli non si comprano; al massimo si affittano, ma il prezzo dell'affitto, quando imposto con la forza, è sempre la stabilità globale. (Stefano Donno)