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venerdì 9 gennaio 2026

L'ombra dell'Oreshnik su Leopoli: il messaggio di Putin che l'Europa non può permettersi di ignorare - ecco cosa ne penso

 LEOPOLI – Non è più solo una guerra di trincea nel Donbass, né una macabra contabilità di droni abbattuti nei cieli di Kiev. L'alba del 9 gennaio 2026 ha portato con sé un cambio di paradigma che faremmo bene a non archiviare come l'ennesimo bollettino di guerra. L'attacco russo su Leopoli con il sistema missilistico balistico a raggio intermedio Oreshnik non è un semplice raid: è un avvertimento recapitato a velocità ipersonica sul pianerottolo di casa della NATO.

Mosca ha scelto il bersaglio con una precisione chirurgica e politica. Colpire le infrastrutture critiche nella regione di Leopoli, a una manciata di chilometri dal confine polacco, significa testare i nervi di un'Alleanza Atlantica che osserva, condanna, ma fatica a trovare una contromisura proporzionata a questa nuova escalation. L'Oreshnik, già mostrato al mondo come lo "spauracchio" tecnologico del Cremlino, non serve solo a distruggere depositi di gas o reti elettriche; serve a dimostrare che la Russia può colpire ovunque, con vettori che le difese aeree occidentali faticano a intercettare, e che non ha paura di sfiorare l'incidente internazionale.

La narrazione del Cremlino, che etichetta l'attacco come una "rappresaglia" per un presunto (e smentito da Kiev e Washington) raid di droni sulla residenza di Putin, è un copione stantio. È la classica maskirovka per giustificare l'uso di un'arma strategica in un teatro convenzionale. La verità è più cruda: Putin sta alzando la posta perché sa che l'Occidente è stanco, distratto e diviso.

Il ministro degli Esteri ucraino Sybiha ha ragione da vendere quando definisce questo attacco una "grave minaccia per la sicurezza europea". Ma la domanda che dobbiamo porci, da Roma a Berlino, non è quanto sia grave la minaccia, ma quanto sia fragile la nostra deterrenza. Se un missile ipersonico capace di trasportare testate nucleari (anche se usato in configurazione convenzionale) può cadere impunemente alle porte dell'Unione Europea, il concetto stesso di "linea rossa" è evaporato.

Zelensky chiede risposte forti, riunioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e vertici NATO. Otterrà comunicati di solidarietà e promesse di nuove forniture. Ma la politica della reazione tardiva ha mostrato tutti i suoi limiti. L'attacco del 9 gennaio ci dice che il tempo dell'attesa è finito: o l'Europa trova il coraggio di blindare i propri cieli e quelli dei suoi vicini con una determinazione d'acciaio, o dovrà abituarsi a vivere sotto l'ombra costante di un ricatto balistico. Leopoli oggi è molto più vicina di quanto le mappe geografiche ci dicano. E il boato dell'Oreshnik dovrebbe aver svegliato anche i più sordi tra le cancellerie europee (Stefano Donno)







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