In un'America sempre più polarizzata, l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) rappresenta il simbolo controverso di una politica immigratoria che oscilla tra necessità di sicurezza e derive autoritarie. Nata dalle ceneri dell'11 settembre 2001 come pilastro del Department of Homeland Security (DHS), l'ICE conta oggi circa 22 mila agenti, un numero raddoppiato durante il primo anno della presidenza Trump grazie a una campagna di reclutamento da 100 milioni di dollari. Ma dietro questi numeri si nasconde una realtà opaca e preoccupante: agenti selezionati con criteri discutibili, addestrati in fretta e furia, e impegnati in operazioni che troppo spesso sfociano in violenze ingiustificate. Come giornalista che ha seguito da vicino le dinamiche del potere federale, non posso fare a meno di criticare un sistema che, invece di proteggere, rischia di minare i valori democratici su cui gli Stati Uniti si fondano.Partiamo dai fatti. L'ICE, creata nel 2002 riunendo 22 agenzie federali, ha il compito primario di contrastare l'immigrazione illegale attraverso rastrellamenti, deportazioni e collaborazione con la Border Patrol – quest'ultima forte di 20 mila unità concentrate sui confini, con poteri che superano persino quelli della polizia locale entro 150 km dal perimetro nazionale. Gli agenti ICE operano spesso in borghese, con giubbotti anti-proiettile marchiati "Police" o "ERO" (la squadra specializzata in arresti), e unità d'élite come lo Special Response Team equipaggiate con mimetiche e armi non letali. Per motivi di sicurezza, non mostrano il volto, indossando maschere o foulard – una pratica che, se comprensibile in contesti ad alto rischio, alimenta un alone di impunità e anonimato che non giova alla trasparenza.Ma è nel processo di selezione che emergono le criticità più gravi. Sotto Trump, il reclutamento ha puntato a "patrioti americani qualificati" tramite piattaforme di destra come Rumble, offrendo stipendi da 50 mila dollari annui e bonus come il condono dei debiti universitari. L'addestramento? Dimezzato a sole 8 settimane, e via il requisito di una minima padronanza dello spagnolo – lingua parlata dalla maggioranza dei migranti. Risultato: un'agenzia gonfiata in fretta, con un 30% di agenti provenienti da minoranze latino-americane (contro il 50% nella Border Patrol), ma con una presenza femminile ridicola al 4%. Queste scelte non solo riducono la qualità operativa, ma aprono la porta a abusi: basti pensare all'omicidio di Renee Good, una donna disarmata uccisa da un agente ICE il 7 gennaio a Minneapolis, un caso ancora sotto indagine che grida vendetta per accountability. In questo contesto, l'ICE non è solo un'agenzia di enforcement, ma un strumento politico. Trump l'ha espansa per deportazioni di massa nelle città, affidando persino alla Border Patrol ruoli urbani, mentre ha tentato di mobilitare la Guardia Nazionale – 325 mila riservisti con radici storiche nel marchese de La Fayette – contro proteste interne, venendo bloccato dalla Corte Suprema a fine dicembre. Governatori come Tim Walz del Minnesota hanno allertato le loro unità contro lo "strapotere federale", evidenziando una frattura tra stati e Washington che ricorda i tempi più bui della segregazione. Critico dove serve? Assolutamente: questa espansione non ha reso l'America più sicura, ma ha amplificato divisioni razziali e sociali, trasformando l'immigrazione in un'arma elettorale piuttosto che in una questione umanitaria. Eppure, in un mondo post-11 settembre, ignorare la minaccia del terrorismo o del traffico illegale sarebbe ingenuo. L'ICE ha un ruolo legittimo nel proteggere i confini, come dimostrato dalle operazioni contro il crimine transfrontaliero. Ma senza riforme – come un reclutamento più rigoroso, addestramento esteso e obblighi di trasparenza – rischia di diventare un mostro burocratico, erodendo la fiducia pubblica. L'America merita di meglio: un sistema che bilanci sicurezza e diritti umani, non uno che li contrapponga. Mentre il dibattito infuria, l'ICE simboleggia l'eterno dilemma americano: libertà contro controllo. È tempo che i leader, da Biden a chi verrà dopo, affrontino queste ombre con coraggio, prima che l'agenzia diventi irreversibilmente sinonimo di oppressione. (Stefano Donno)
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