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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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domenica 14 dicembre 2025

L’ombra lunga dell’odio sulla sabbia dorata: la fine dell’innocenza australiana - ecco cosa ne penso

 C'è qualcosa di sacrilego nel sangue versato sulla sabbia di Bondi Beach. Non è solo la violazione di uno dei luoghi più iconici del mondo, tempio pagano del surf e della "vita facile" australiana; è la rottura di un patto silenzioso che l'Australia aveva siglato con se stessa quasi trent'anni fa.


Oggi, 14 dicembre 2025, quella promessa è stata infranta. Mentre la comunità ebraica si riuniva per accendere la prima luce di Hanukkah, l’oscurità ha risposto con il crepitio delle armi automatiche. Dieci morti. Decine di feriti. Numeri che in America sarebbero un tragico "martedì qualunque", ma che qui, nell'isola-continente, risuonano come il crollo di una diga.

Dal 1996, anno del massacro di Port Arthur e della successiva, drastica riforma sulle armi voluta da John Howard, l'Australia si è cullata in una certezza: qui non può succedere. Abbiamo guardato al resto del mondo — alle stragi nelle scuole americane, agli attentati nelle piazze europee — con il distacco di chi si sente protetto non solo dall'oceano, ma da un sistema legislativo blindato. Le leggi sulle armi australiane sono state studiate, invidiate, citate come il "Gold Standard" globale del disarmo civile.

Eppure, due uomini vestiti di nero sono riusciti a portare l'inferno nel paradiso.

La domanda politica che scuote Canberra in queste ore non è solo "chi è stato", ma "come è stato possibile". Se confermato che le armi utilizzate erano fucili semiautomatici, ci troviamo di fronte a un fallimento colossale dell'intelligence e del controllo dei confini. Il mercato nero ha aperto una falla nella fortezza Australia? O siamo di fronte a lupi solitari radicalizzati che hanno eluso ogni radar, armandosi in modi che credevamo impossibili?

Ma c'è un secondo livello di lettura, forse ancora più inquietante. L'obiettivo non era casuale. Colpire una celebrazione di Hanukkah significa importare un conflitto globale sulle nostre rive. Significa che l'antisemitismo, quel virus antico che sta mutando e infettando nuovamente l'Occidente, non ha bisogno di passaporti per viaggiare. L'Australia pensava che la tirannia della distanza la proteggesse dalle tensioni mediorientali o dall'estremismo politico che divora l'Europa. Ci sbagliavamo.

Anthony Albanese oggi parla di "scene scioccanti", ma la politica dovrà andare oltre il cordoglio di rito. Questo evento costringerà il governo a ripensare il concetto stesso di "Soft Target". Come si protegge una spiaggia? Come si blinda una festa all'aperto senza trasformare una democrazia liberale in uno stato di polizia?

I surfisti torneranno a Bondi, le onde laveranno via le tracce fisiche della tragedia. Ma l'illusione psicologica — quella sensazione di intoccabilità che rendeva l'Australia un'eccezione felice in un mondo in fiamme — è morta oggi insieme alle vittime sulla Campbell Parade. Il mondo, con tutto il suo odio e le sue contraddizioni, ci ha infine raggiunto. E da domani, anche sotto il sole australiano, le ombre sembreranno un po' più lunghe. (Stefano Donno)







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