In una Russia che sembra ormai aver smarrito ogni parvenza di stato di diritto per rifugiarsi in un bunker ideologico impenetrabile, l’ultima mossa sulla scacchiera del Cremlino non sorprende, ma disgusta. La condanna a due mesi di reclusione per Garry Kasparov, emessa dal tribunale Zamoskvoretsky di Mosca, non è che l’ennesimo timbro burocratico apposto su una sentenza già scritta anni fa, quando il più grande scacchista della storia decise che la libertà valeva più di una medaglia del Ministero dello Sport.
L'accusa di "apologia del terrorismo" è il nuovo passe-partout del regime di Putin per silenziare chiunque non si allinei alla narrazione bellica o, peggio, chi osi criticare le ambiguità delle diplomazie internazionali. Kasparov, che dal suo esilio a New York continua a denunciare la trasformazione della Russia in una "democratura" autoritaria, viene oggi colpito non per le sue mosse sulla scacchiera, ma per la lucidità delle sue analisi geopolitiche.
È paradossale, ma coerente nel suo cinismo, che il Cremlino scelga proprio questo momento per formalizzare l'arresto (seppur in contumacia). Kasparov non ha risparmiato critiche velenose nemmeno oltreoceano, definendo le recenti bozze di pace americane come un "accordo immobiliare" per arricchire interessi privati a scapito della sovranità ucraina. Questa sua posizione "scomoda" per tutti lo rende il bersaglio perfetto: troppo radicale per l’Occidente che cerca il compromesso, troppo pericoloso per una Mosca che teme il dissenso intellettuale più dei droni.
La condanna a Kasparov ci ricorda che in Russia il gioco degli scacchi è finito da un pezzo. Non ci sono più regole condivise, non c'è rispetto per l'avversario. C'è solo un tabellone rovesciato da chi, non sapendo più come vincere secondo le norme, ha deciso di arrestare chiunque sappia ancora pensare. La "lista degli agenti stranieri" si allunga, ma la verità è che l’unico vero straniero in Russia, oggi, sembra essere la libertà (Stefano Donno)

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