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venerdì 2 gennaio 2026

Colpire lo Zar per firmare la pace: il pericoloso "poker" di Kiev del 2026 - ecco cosa ne penso

L'attacco alla residenza di Putin e l'annuncio di un accordo imminente non sono una contraddizione, ma l'atto finale di una strategia brutale. Zelenskiy alza la posta per chiudere la partita, ma il rischio di un collasso negoziale è altissimo.

2 Gennaio 2026. Se qualcuno avesse predetto, nel lontano 2022, che quattro anni dopo ci saremmo svegliati con la notizia di un drone ucraino schiantatosi su una delle residenze private di Vladimir Putin, mentre contemporaneamente Volodymyr Zelensky annunciava la "vicinanza di un accordo storico", sarebbe stato preso per pazzo. Eppure, eccoci qui. La realtà del 2026 supera la finzione in un mix di audacia militare e stanchezza diplomatica.

La notizia battuta oggi da Repubblica è l'epitome della dottrina dell'"escalation per la de-escalation". Non è un paradosso, è pura tattica negoziale, la più antica e cinica del mondo: si colpisce il nemico nel suo santuario più intimo non per distruggerlo fisicamente, ma per costringerlo a sedersi al tavolo con la penna in mano invece che con il fucile.

Il mito dell'invulnerabilità infranto

Colpire la residenza di Putin (che sia Valdai, Sochi o Novo-Ogaryovo poco importa ai fini simbolici) è un messaggio devastante per il fronte interno russo. Dopo anni di guerra di attrito, di sanzioni aggirate e di retorica imperiale, il Cremlino si scopre nudo. La difesa aerea, vanto dell'industria bellica russa, ha fallito nel proteggere il simbolo stesso del potere. Criticamente parlando, questo attacco dimostra che Kiev, nonostante l'evidente logoramento delle sue truppe e le incertezze sugli aiuti occidentali che hanno caratterizzato il 2025, ha conservato—o sviluppato—una capacità di deep strike chirurgica. È uno schiaffo politico prima che militare.

La pace armata di Zelensky

Ma il vero snodo cruciale sta nella seconda parte della notizia: "Accordo vicino". Perché colpire proprio ora, a un passo dal traguardo? La risposta è brutale. Zelensky sa che qualsiasi accordo firmato nel 2026 non sarà la vittoria totale sognata nel 2023. I confini probabilmente non torneranno quelli del 1991, e il compromesso sarà amaro. Per vendere questo accordo al suo popolo, e per strappare le migliori garanzie di sicurezza possibili (leggi: scudo NATO o equivalenti blindati), l'Ucraina deve arrivare alla firma da una posizione di forza relativa, non di disperazione.

L'attacco alla residenza serve a dire a Mosca: "Possiamo colpirvi ancora. Firmiamo ora, o il costo per la vostra élite diventerà insostenibile".

I rischi di un gioco al massacro

Tuttavia, il plauso per l'audacia non deve offuscare la critica necessaria. Questa mossa è un azzardo terrificante. Un dittatore messo all'angolo, umiliato "in casa propria", potrebbe reagire irrazionalmente, facendo saltare quel tavolo delle trattative che sembrava finalmente pronto. C'è poi l'Occidente. Le cancellerie europee e Washington, stremate da cicli elettorali e crisi economiche interne, guardano a questo sviluppo con il fiato sospeso. Se l'attacco di Kiev farà deragliare l'accordo, il sostegno internazionale potrebbe incrinarsi definitivamente.

Siamo di fronte al momento più delicato degli ultimi quattro anni. Non è la fine della guerra, ma potrebbe essere l'inizio della fine. Resta da capire se quello di oggi è il botto finale dei fuochi d'artificio o l'innesco di una nuova polveriera. La pace non è mai stata così vicina, né così fragile. (Stefano Donno)




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