In un mondo dove la geopolitica si gioca tra ghiacci polari e sabbie mediorientali, la premier italiana Giorgia Meloni si trova a Seul, lontana dai riflettori romani, ma al centro di una tempesta diplomatica. Dall'articolo pubblicato oggi su La Repubblica, emerge un quadro intrigante: gli Stati Uniti, sotto la guida di un Donald Trump tornato al potere con il suo marchio protezionista, hanno imposto dazi punitivi sui paesi europei che hanno osato inviare truppe in Groenlandia per garantire la sicurezza dell'isola. Meloni, con il suo solito piglio deciso, bolla questa mossa come un "errore" e la rifiuta categoricamente. Ma è davvero solo un malinteso, o siamo di fronte a un ritorno al nazionalismo trumpiano che rischia di frantumare l'alleanza atlantica?Partiamo dai fatti: la Groenlandia, quel gigante ghiacciato conteso per risorse strategiche e rotte artiche, è diventata un nuovo fronte di tensione. Paesi UE, spinti da una logica di solidarietà collettiva, hanno dispiegato truppe per proteggerla da minacce esterne – forse russe o cinesi, anche se l'articolo non lo specifica. Trump, fedele al suo "America First", risponde con dazi che colpiscono proprio questi alleati. Meloni, che ha già contattato il tycoon americano per dirgli "quello che penso", invoca dialogo e avverte contro un'escalation. Giusto: la comunicazione è chiave in un'era di fake news e tweet impulsivi. Eppure, qui emerge una critica inevitabile. Perché l'Europa, inclusa l'Italia, si è mossa senza un coordinamento ferreo con Washington? Meloni parla di "problema di comprensione e comunicazione" tra i paesi UE, ma non è forse un eufemismo per una leadership europea frammentata, dove ognuno gioca la sua partita? L'Italia, cauta come sempre, promette truppe nell'Artico solo sotto l'egida Nato – una posizione saggia, che evita avventure solitarie, ma che evidenzia la dipendenza da un'alleanza che Trump ha più volte messo in discussione.E poi c'è il fronte interno, dove le crepe si fanno evidenti. La Lega di Matteo Salvini, partner di coalizione, non lesina critiche ai "deboli d'Europa" con la loro "smania" di inviare soldati, raccogliendo ora "frutti amari". Salvini ha ragione a puntare il dito sul costo di queste missioni, ma la sua retorica populista rischia di isolare l'Italia proprio quando serve unità. Meloni, abile navigatrice, nega problemi politici con la Lega, ma queste divergenze non sono solo folklore: riflettono una destra italiana divisa tra atlantismo e sovranismo, un tallone d'Achille che potrebbe costare caro in tempi di crisi globali.Ma non tutto è gelo artico. L'articolo regala un barlume di ottimismo con l'invito all'Italia nel "Board of Peace" per Gaza, un comitato internazionale per costruire un piano di pace in quel martoriato lembo di terra. Meloni vede qui un "ruolo di primo piano" per Roma, pronta a "fare la nostra parte". È un'opportunità ghiotta: l'Italia, con la sua tradizione di mediazione mediterranea, potrebbe distinguersi come attore di pace, lontano dalle logiche belliciste. Critica doverosa, però: Gaza è un vespaio di interessi contrastanti, e un board senza poteri reali rischia di essere l'ennesimo forum di chiacchiere. Meloni dovrà spingere per azioni concrete, non solo parole, per non deludere le aspettative.In conclusione, questa vicenda Groenlandia-Gaza ci ricorda che la politica estera italiana è un equilibrismo costante: fedeltà atlantica, ambizioni europee e pragmatismo interno. Meloni sta gestendo la crisi con fermezza, ma Trump le ha servito una palla avvelenata. Evitare l'escalation è imperativo, ma serve anche una visione strategica più audace per non subire sempre le mosse altrui. L'Europa, e l'Italia con essa, deve imparare a parlare con una voce sola – altrimenti, i dazi saranno solo l'inizio di un inverno diplomatico più lungo del previsto.
(Stefano Donno)
(Stefano Donno)

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