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mercoledì 14 gennaio 2026

L'Iran in Fiamme: Tra la Promessa di Trump e la Brutalità del Regime, un Bivio Pericoloso per il Mondo - ecco cosa ne penso

 In un mondo già segnato da instabilità geopolitiche, l'Iran emerge come un vulcano pronto a eruttare, con proteste represse nel sangue e un regime che vacilla sotto il peso della sua stessa violenza. Le recenti dichiarazioni di Donald Trump – "Aiuti in arrivo" – suonano come un'eco di speranze per i manifestanti iraniani, ma anche come un campanello d'allarme per un'escalation che potrebbe travolgere l'intera regione. Non posso fare a meno di essere critico: siamo di fronte a un regime autoritario che ha trasformato le piazze in campi di battaglia, e a un leader americano che gioca con il fuoco, rischiando di ripetere errori del passato.

Partiamo dai fatti, crudi e innegabili. Secondo fonti attendibili come Iran International e l'opposizione iraniana, le proteste – scatenate da anni di repressione e malcontento – hanno già causato almeno 12mila morti tra i manifestanti, molti dei quali giovani sotto i 30 anni. Il regime, dal canto suo, ammette "solo" tremila vittime, inclusi agenti delle forze dell'ordine, ma organizzazioni come Hrana certificano 2.571 morti, con un breakdown agghiacciante: 2.403 manifestanti, 147 affiliati al governo, e persino 12 minori. Queste cifre non sono astratte statistiche; sono il prezzo umano di un sistema che promette processi rapidi e pubblici per gli arrestati, come annunciato dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, ma che in realtà pratica esecuzioni sommarie e torture. L'intelligence israeliana aggiunge un dettaglio inquietante: circa 500 membri delle forze dell'ordine iraniane sono stati uccisi, segnalando una frattura interna che potrebbe preludere a un collasso.In questo caos, entra in scena Trump, con il suo stile diretto e provocatorio. "Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani, l’aiuto è in arrivo", ha twittato, incitando i manifestanti a "prendere il controllo delle istituzioni". Durante una riunione alla Casa Bianca, ha definito la situazione "davvero brutta" e promesso di agire basandosi su dati precisi sulle vittime. Il suo segretario di Stato, Rubio, parla di "risposte non militari", ma il post su Truth Social del 2 gennaio – "locked and loaded" – evoca immagini di un'America pronta alla guerra. Qui sta il mio primo punto critico: Trump, fresco di rielezione, si trova in un dilemma shakespeariano. Da un lato, ignorare le grida di aiuto dagli iraniani – che scandiscono slogan come "Trump, simbolo di pace: non lasciate che ci uccidano" – significherebbe tradire la sua immagine di difensore della libertà, erodendo la credibilità USA. Dall'altro, un intervento militare rischierebbe di trasformare l'Iran in un nuovo Iraq o Afghanistan, con conseguenze disastrose per la stabilità globale.Il regime iraniano, radicato nella rivoluzione del 1979, non resta a guardare. L'ambasciatore all'Onu, Amir Saeid Iravani, accusa USA e Israele di orchestrare il caos per un "cambio di regime", e minaccia di colpire basi americane in Arabia Saudita, Emirati e Turchia se attaccati. È una retorica che puzza di disperazione: con oltre 10mila arresti e internet bloccato, Teheran cerca di dipingere le proteste come un complotto esterno. Ma Reza Pahlavi, figlio esiliato dell'ultimo Scià, chiama l'esercito a unirsi ai manifestanti, ricordando che è "l'esercito nazionale dell’Iran, non della Repubblica Islamica". Queste parole riecheggiano un potenziale punto di non ritorno, dove le forze armate potrebbero ribaltare il tavolo.Criticamente, devo sottolineare l'ipocrisia internazionale. Mosca definisce le minacce USA "inaccettabili", mentre Pechino si oppone a "ingerenze esterne", sostenendo la "stabilità" iraniana. Ma dove era questa indignazione quando il regime iraniano reprimeva il suo popolo? L'Occidente, inclusa l'America di Trump, deve evitare di cadere nella trappola di un intervento affrettato, ma l'inazione non è un'opzione. Un approccio intelligente potrebbe includere sanzioni mirate, supporto umanitario ai manifestanti e pressione diplomatica per indagini indipendenti sulle violenze.In conclusione, l'Iran non è solo una crisi lontana: è un test per l'ordine mondiale. Trump ha l'opportunità di essere un catalizzatore per il cambiamento, ma solo se agisce con saggezza, non con impulsività. I manifestanti meritano più di promesse; meritano un mondo che non li lasci morire invano. Altrimenti, rischiamo un Medio Oriente in fiamme, con ripercussioni che arriveranno fino alle nostre porte (Stefano Donno )




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