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venerdì 30 gennaio 2026

L’ombra lunga del “modello Venezuela” - ecco cosa ne penso

 L’ipotesi di un “cambio di regime stile Venezuela”, evocata apertamente, è il cuore politico della partita: usare la minaccia militare, i raid mirati, il logoramento economico e la leva delle proteste interne per spingere verso la caduta dell’ayatollah Ali Khamenei, ora esplicitamente nel mirino a 86 anni. È la riproposizione, aggiornata e pericolosamente semplificata, del vecchio sogno di ingegneria geopolitica americana: colpire duro, far traballare il potere e sperare che dal caos emerga un governo più “amico”.

Il problema – gigantesco – è che nessuno sa chi verrebbe dopo, né se quel “dopo” sarebbe meno ostile verso Washington. La stessa analisi riconosce che non è chiaro chi governerebbe il Paese in caso di rovesciamento della Guida Suprema, né se un eventuale successore sarebbe più propenso al negoziato. In altre parole: si gioca con la stabilità di un Paese cardine della regione, senza una vera visione politica oltre lo slogan “cambio di regime”.

L’arsenale delle opzioni: dalla minaccia al colpo di mano

Sul tavolo del Pentagono ci sono vari livelli di escalation. Raids contro i siti nucleari e missilistici iraniani, già colpiti in parte dall’operazione “martello di mezzanotte” nel giugno 2025, vengono nuovamente considerati, anche tramite commando infiltrati sul territorio per danneggiare infrastrutture chiave sopravvissute ai bombardamenti. È la versione “special forces” della pressione militare: tecnicamente seducente, politicamente esplosiva.

Un’altra opzione è una serie di attacchi più ampi a obiettivi militari e strategici, pensati per creare le condizioni di una resa dei conti interna, spingendo le forze di sicurezza iraniane o altri attori a deporre Khamenei. In parallelo, Israele spinge per un’ulteriore offensiva contro il programma di missili balistici iraniani, che Teheran avrebbe in larga parte ricostruito dopo la guerra di 12 giorni dello scorso giugno. Il risultato è un cocktail di mosse militari che aumenta la pressione ma rende la linea tra “operazione limitata” e guerra regionale sempre più sottile.

Trump intanto ripete di “sperare” di non dover usare le “navi molto grandi e molto potenti che stanno navigando verso l’Iran”, mentre una nave da guerra Usa attracca a Eilat, in Israele, rafforzando il dispositivo nel Mar Rosso. È la classica ambiguità trumpiana: alzare il volume della minaccia, sventolare la forza militare, poi fingersi riluttante. Ma il messaggio che arriva a Teheran – e al resto del mondo – è che la pistola è carica, sul tavolo, e il dito è sempre più vicino al grilletto.

L’Europa tra moralismo e boomerang

In questo contesto, l’Unione europea sceglie una linea che somiglia a un azzardo calcolato male: il Consiglio Ue inserisce i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche, motivando la decisione con la repressione brutale delle proteste e le migliaia di manifestanti uccisi. Una scelta politicamente comprensibile sul piano dei diritti umani, ma che sul piano strategico rischia di saldare ancor più Teheran al fronte anti-occidentale.

La reazione iraniana è immediata e durissima: lo Stato Maggiore delle Forze Armate avverte che le “conseguenze pericolose” ricadranno direttamente sui responsabili politici europei, definendo “illegale, provocatoria e ipocrita” la decisione, dettata – a loro dire – dall’“obbedienza” alle politiche di Stati Uniti e Israele. La narrativa è chiara: l’Europa viene dipinta come braccio subordinato dell’asse Washington-Tel Aviv, e dunque bersaglio politico legittimo.

Ancora più inquietante è il pacchetto di possibili ritorsioni allo studio a Teheran: trasferire alle Guardie Rivoluzionarie la protezione delle missioni diplomatiche europee, ispezionare le navi commerciali dirette verso l’Europa, espellere in blocco gli addetti militari e togliere le corsie preferenziali negli aeroporti ai diplomatici Ue, trattandoli “come persone comuni”. È una risposta calibrata più sull’umiliazione e sul logoramento che sulla rottura diplomatica totale, ma segnala una volontà di alzare il costo politico della linea europea.

Erdogan mediatore interessato, Mosca arbitro ombra

Mentre Washington stringe i bulloni militari e l’Europa alza il tono simbolico, la Turchia prova a occupare il vuoto di mediazione: Erdogan si propone come facilitatore tra Teheran e Washington, offrendo Istanbul come piattaforma per colloqui a più livelli. Il presidente turco parla di “de-escalation” e si presenta come garante di una via d’uscita diplomatica, proprio mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi incontra il collega Hakan Fidan.

Non si tratta di puro altruismo: Ankara fiuta l’occasione di guadagnare credito politico con entrambe le parti e di capitalizzare sul proprio ruolo di potenza ponte nel Mediterraneo allargato. Nel frattempo, dal Cremlino arriva un monito netto agli Stati Uniti: “No all’uso della forza, seminerebbe il caos nella regione”. La Russia, già invischiata su più fronti, non ha alcun interesse a un conflitto aperto che rimescoli le carte energetiche e di sicurezza in un’area dove Mosca gioca un ruolo delicato.

Questa triangolazione – Usa che minacciano, Ue che sanziona e designa, Turchia e Russia che si offrono come mediatori – mostra un ordine internazionale in cui la forza è ancora la grammatica di base, ma la capacità di controllare gli effetti collaterali è sempre più limitata. L’idea che un’azione militare “mirata” contro l’Iran possa restare confinata appare, sul piano geopolitico, una pericolosa illusione.

Il vero rischio: normalizzare l’azzardo

Sul fondo di questa crisi c’è un dato che dovrebbe inquietare più di ogni altro: la normalizzazione del linguaggio del “cambio di regime” come opzione legittima della politica estera di una grande potenza democratica. Quando quotidiani di riferimento, fonti d’intelligence e la stessa Casa Bianca parlano con disinvoltura di rovesciamento di un governo straniero – per quanto repressivo e autoritario – si compie un salto di qualità culturale che indebolisce qualsiasi pretesa di ordine basato sul diritto internazionale.

L’Europa, invece di limitarsi a rincorrere Washington sulla strada delle designazioni simboliche e delle liste terroristiche, avrebbe bisogno di una propria linea autonoma: difendere i diritti umani, sì, ma rifiutare la logica di una guerra preventiva mascherata da ingegneria democratica. Perché se c’è una lezione che l’Iraq e l’Afghanistan dovrebbero aver insegnato è che i buchi neri creati dai “cambi di regime” non restano mai confinati: si allargano, travolgono regioni intere, alimentano estremismi e ridisegnano le mappe del terrorismo.

Di fronte a un presidente americano che ammicca al conflitto e a una Repubblica islamica che minaccia ritorsioni dirette contro l’Europa, il compito della politica – negli Usa come nell’Ue – dovrebbe essere quello di disinnescare l’escalation, non di normalizzarla. Continuare a muovere navi, commando e sanzioni come pedine di un Risiko globale può sembrare, nell’immediato, prova di forza. Ma la storia insegna che, quasi sempre, chi accende il fiammifero non è poi in grado di spegnere l’incendio.






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