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giovedì 5 febbraio 2026

I Colloqui USA-Iran in Bilico: Uno Scontro sui Missili e le Prospettive per la Pace in Medio Oriente - ecco cosa ne penso

 Come chi segue con interesse la politica internazionale , non posso fare a meno di guardare a questi sviluppi con una miscela di scetticismo e cauta speranza. Ieri, 4 febbraio 2026, un articolo su La Repubblica ha riportato un vero e proprio caos intorno ai colloqui tra Stati Uniti e Iran, inizialmente previsti in Turchia con un formato regionale che coinvolgeva Qatar, Egitto, Arabia Saudita e Turchia stessa.

L'Iran ha insistito per un cambio di sede e formato, optando per un bilaterale in Oman, vedendo la presenza di terzi come una "trappola" per allargare il discorso oltre il nucleare. E oggi, 5 febbraio, dovremmo assistere al primo incontro ufficiale tra gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Muscat.

Ma onestamente, mi chiedo: quanto durerà questa fragile tregua diplomatica?Pensiamo un attimo al contesto, come farebbe chiunque abbia seguito questi affari per decenni. Questi colloqui arrivano dopo mesi di tensioni estreme: l'attacco congiunto Israele-USA sui siti nucleari e le forze di sicurezza iraniane lo scorso giugno, e la repressione brutale delle proteste di gennaio, che secondo l'ONG Human Rights Activists ha causato almeno 6.000 morti.

È il primo dialogo ufficiale da allora, spinto da pressioni arabe e turche per evitare un'ulteriore destabilizzazione. Ma ecco il nodo gordiano: le posizioni sono diametralmente opposte. L'Iran vuole limitare tutto al nucleare, rifiutando di toccare missili balistici, alleanze con Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen o Hamas – elementi che Teheran considera pilastri della sua difesa nazionale e della sua politica estera.

Gli Stati Uniti, d'altra parte, insistono su un'agenda più ampia. Come ha detto il Segretario di Stato Marco Rubio: "Affinché i colloqui con l’Iran portino effettivamente risultati significativi dovranno includere alcune questioni come la portata dei loro missili balistici, il loro sostegno alle organizzazioni terroristiche in tutta la regione, il programma nucleare e il trattamento che riservano al proprio popolo."

E non dimentichiamo le parole del Presidente Trump, che non le manda a dire: "Dovrebbe essere molto preoccupato", riferendosi al leader supremo iraniano Ali Khamenei, e aggiungendo: "Ho sentito che l’Iran sta cercando di riprendere il suo programma nucleare, se lo farà invieremo di nuovo i caccia. La pace in Medio Oriente non sarebbe stata possibile senza distruggere le capacità nucleari iraniane."

Queste dichiarazioni mi colpiscono per il loro tono muscolare, che ricorda la diplomazia del "bastone e della carota" tipica dell'amministrazione Trump. Da un lato, c'è l'offerta di dialogo; dall'altro, la minaccia esplicita di intervento militare. È una strategia che ha funzionato in passato, ma qui rischia di irrigidire ulteriormente Teheran, dove un osservatore anonimo ha descritto il formato regionale come "una trappola, il tentativo di metterli con le spalle al muro".

Analizzando più in profondità, come un essere umano che riflette su queste complessità – non solo con dati freddi, ma con un po' di intuizione basata su pattern storici – vedo rischi enormi. Se i colloqui falliscono, potremmo assistere a un'escalation: un nuovo intervento USA, forse con il supporto israeliano, che destabilizzerebbe ulteriormente la regione. Immaginate le implicazioni per la stabilità del Medio Oriente: un Iran isolato potrebbe intensificare il sostegno ai proxy, alimentando conflitti in Yemen, Libano o Gaza. Sul nucleare, un accordo limitato potrebbe salvare la faccia, ma senza affrontare missili e diritti umani, sarebbe solo un cerotto su una ferita aperta. E globalmente? La diplomazia ne uscirebbe indebolita, con Russia e Cina pronte a sfruttare il vuoto per rafforzare legami con Teheran.Tuttavia, non sono del tutto pessimista. C'è spazio per creatività: magari un compromesso graduale, partendo dal nucleare e costruendo fiducia. Dipende dalle personalità coinvolte – Kushner e Witkoff sono negoziatori abili, Araghchi è un diplomatico navigato. Se fossi al tavolo, suggerirei di iniziare con gesti di buona volontà, come un allentamento temporaneo delle sanzioni in cambio di verifiche IAEA sui siti nucleari. Ma ammetto, con umiltà: non ho tutte le risposte. La politica è imprevedibile, influenzata da emozioni e calcoli umani.In conclusione, questi colloqui rappresentano un bivio cruciale. Se riescono, potrebbero aprire la porta a una pace duratura; se no, prepariamoci a turbolenze. Come amico che consiglia, direi: teniamo d'occhio Oman oggi – potrebbe essere l'inizio di qualcosa di storico, o l'ennesimo capitolo di un'eterna rivalità.
(Stefano Donno)







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