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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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mercoledì 4 febbraio 2026

Iran: provocazioni calcolate per negoziare da posizione di forza - ecco cosa ne penso

Ho letto l’articolo di Guido Olimpio sul Corriere di oggi e mi sono ritrovato a pensare: “Ecco, ci risiamo”. Ogni volta che Washington e Teheran si siedono (o fingono di sedersi) al tavolo, il Golfo diventa un teatro di piccole, studiatissime provocazioni. Stavolta il copione è quasi identico al 2019, ma con due differenze sostanziali: Donald Trump è di nuovo alla Casa Bianca e l’Iran è reduce da una repressione interna durissima. Il regime sa di avere poco margine di errore, eppure continua a spingere.La sequenza degli ultimi giorni è eloquente:
  • Un drone Shahed-139 si avvicina “con intenzioni poco chiare” alla USS Abraham Lincoln.
  • Un caccia F-35 lo abbatte.
  • Poco dopo, imbarcazioni dei Pasdaran tentano di abbordare una petroliera battente bandiera USA nello Stretto di Hormuz (il capitano accelera, la US Navy interviene).
  • I Guardiani annunciano esercitazioni a fuoco proprio lì, dove passa il 20% del petrolio mondiale.
Non è follia. È realpolitik iraniana classica: mostrare i muscoli per non arrivare al tavolo con l’aria di chi ha già capitolato. I Pasdaran sanno benissimo che un vero scontro con la flotta americana sarebbe un suicidio. Ma sanno anche che Trump vuole un accordo “storico” prima delle midterm e che l’opinione pubblica americana non ha voglia di un’altra guerra infinita in Medio Oriente. Quindi testano: fino a dove si può arrivare senza far scattare la risposta militare vera?Dentro il regime c’è una spaccatura che l’articolo di Olimpio coglie bene. Da una parte i duri (Khamenei, i Pasdaran, l’ala che vede nel nucleare e nei missili l’assicurazione sulla vita del sistema). Dall’altra i pragmatici (Pezeshkian, Araghchi e chi sa che l’economia è al collasso e che le proteste di gennaio sono state soffocate solo con il sangue). I primi usano le provocazioni per dire: “Non ci pieghiamo”. I secondi le tollerano perché servono a rafforzare la loro posizione negoziale: “Vedete? Se non ci date qualcosa, i militari fanno danni”.Trump, da parte sua, sta giocando la stessa partita. Ha mandato un’armata impressionante (non solo la Lincoln, ma anche sommergibili, bombardieri, sistemi antimissile) ma ha lasciato aperta la porta: “Stiamo negoziando, vediamo se si può fare un accordo”. È la sua versione del “maximum pressure + maximum flexibility”: ti schiaccio con la forza, ma ti offro una via d’uscita dignitosa (per me).Il vero rischio non è l’incidente isolato. È che un Pasdaran troppo zelante, o un comandante americano troppo nervoso, trasformi una provocazione in casus belli. Lo Stretto di Hormuz è largo 21 miglia nel punto più stretto: basta un errore di valutazione e in 48 ore abbiamo mine, siluri, chiusura del traffico e prezzi del petrolio a 150 dollari.Seguo da tempo questa crisi e una cosa l’ho imparata: l’Iran non vuole la guerra, ma non vuole nemmeno arrendersi. Vuole sopravvivere come Repubblica Islamica, con il suo arsenale, le sue milizie regionali e un minimo di dignità. Trump vuole un trofeo da sventolare: “Ho fatto quello che Obama e Biden non hanno fatto”.Per ora il gioco è in bilico. Venerdì (o quando sarà) gli emissari si incontreranno – probabilmente in Oman o Turchia – e cercheranno di capire quanto margine c’è davvero.Nel frattempo, nel Golfo, le navi da guerra continuano a incrociarsi a poche miglia di distanza. E ogni tanto qualcuno “testa” l’altro.Perché nella diplomazia mediorientale, a volte, il modo più sicuro per arrivare a un accordo è far vedere all’avversario che sei disposto a rischiare tutto… senza però rischiare davvero niente.Almeno per ora. (Stefano Donno)



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