Immaginate una scacchiera globale dove ogni mossa è un misto di bluff e strategia reale. È esattamente questo lo scenario che si sta delineando nel Medio Oriente, con la notizia che la USS Gerald R. Ford, la colossale portaerei americana – la più grande al mondo – sta per salpare dalle acque venezuelane diretta verso il Golfo Persico. Non è solo un trasferimento navale di routine; è un segnale forte, quasi un ruggito silenzioso, in un momento in cui le tensioni tra Stati Uniti e Iran sembrano danzare sul filo del rasoio tra negoziati e confronto militare.
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venerdì 13 febbraio 2026
La Portaerei Ford Verso il Medio Oriente: Un Gioco di Forze tra Diplomazia e Muscoli USA - ecco cosa ne penso
Partiamo dai fatti: secondo fonti attendibili, il presidente Donald Trump ha ordinato questo spostamento, che vede la Ford e il suo gruppo di attacco – completo di navi di scorta – lasciare il Venezuela per unirsi alla portaerei Abraham Lincoln già presente nella regione. Ricordate l'operazione del 3 gennaio scorso, quando caccia decollati dalla Ford hanno supportato la cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro? Quella missione, audace e controversa, ha segnato un capitolo nella politica estera trumpiana, e ora la stessa forza navale si proietta verso l'Iran, con un ritorno negli USA previsto non prima di maggio o giugno. È come se Washington stesse spostando i suoi pezzi più pesanti per premere su Teheran, proprio mentre Trump ribadisce la volontà di un accordo sul nucleare iraniano.Ma qui entra in gioco l'aspetto umano della geopolitica, quello che spesso sfugge alle analisi fredde. Trump, con il suo stile imprevedibile, ha sempre mescolato bastone e carota: da un lato, l'escalation militare per mostrare i muscoli e dissuadere; dall'altro, l'insistenza sui colloqui. Eppure, le trattative recenti – accennate ma mai concretizzate – sembrano evaporare come nebbia mattutina. Pensateci: un alto ufficiale di sicurezza iraniano ha fatto tappa in Oman e Qatar questa settimana, scambiando messaggi con intermediari americani. È un segno di aperture sotterranee? O solo un modo per guadagnare tempo? In un contesto dove le proteste anti-governative in Iran hanno infiammato gennaio, il rilascio su cauzione di due figure riformiste chiave come Javad Emam e Ebrahim Asgharzadeh – annunciato dal loro avvocato Hojjat Kermani – potrebbe indicare un tentativo di Teheran di allentare la pressione interna, forse per concentrarsi sul fronte esterno.Da osservatore di questi intrecci, non posso fare a meno di chiedermi: siamo di fronte a un vero rischio di escalation, o è tutto parte di un teatro negoziale? L'Iran, con il suo programma nucleare al centro del dibattito, sa bene che due portaerei americane nel Golfo non sono solo una parata; sono una minaccia tangibile che potrebbe complicare qualsiasi dialogo. Trump, d'altronde, ha fatto della "massima pressione" una firma della sua politica estera – basti pensare al Venezuela – ma sa anche che un conflitto aperto sarebbe un disastro per tutti, inclusa la sua eredità presidenziale. E l'Europa? Rimane in disparte, con l'accordo nucleare del 2015 in bilico, mentre Oman e Qatar fungono da ponti discreti in questo balletto diplomatico.Alla fine, questa mossa della Ford potrebbe essere il catalizzatore per un accordo storico, o il preludio a tensioni più acute. Dipende da quanto ciascuna parte è disposta a cedere senza perdere la faccia. Se fossi un diplomatico a Washington o Teheran, mi preparerei a notti insonni: la storia ci insegna che in Medio Oriente, le navi da guerra spesso navigano acque più profonde di quanto appaiano. Rimaniamo a osservare, con un misto di apprensione e speranza che la ragione prevalga sui cannoni (Stefano Donno)
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