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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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mercoledì 11 febbraio 2026

L’Europa e l'illusione della Competitivita "per decreto" - ecco cosa ne penso

C’è un paradosso che attraversa i corridoi di Bruxelles: l'idea che per rendere un continente competitivo basti scrivere una direttiva più lunga della precedente o convocare un Consiglio Europeo straordinario con un titolo altisonante. Ma la realtà, quella che si misura sui mercati globali e nei bilanci delle aziende, ci dice l'esatto contrario. La competitività non è un atto legislativo; è un ecosistema. E l'Europa, al momento, sembra più impegnata a potare l'albero che a nutrirne le radici.

Il mito della regolamentazione salvifica

Mentre gli Stati Uniti corrono con l’Inflation Reduction Act e la Cina domina la catena del valore delle tecnologie green attraverso sussidi massicci e controllo delle materie prime, l’Europa risponde con la sua arma preferita: la regolamentazione. Siamo diventati i primi della classe nel dare regole a mercati che, spesso, non abbiamo nemmeno creato (si pensi al settore tecnologico e dell'IA).

Tuttavia, normare un settore prima che questo possa svilupparsi sul suolo domestico è come mettere i limiti di velocità su una strada che non è ancora stata asfaltata. Il risultato? I capitali fuggono dove l'incertezza normativa è minore e il supporto all'innovazione è più concreto.

L’energia come tallone d’Achille

Non si può parlare di competitività senza affrontare il costo dei fattori produttivi. Il divario energetico tra le due sponde dell'Atlantico non è solo un dato statistico, è una condanna per l'industria pesante europea. Finché il costo dell’energia in Europa resterà strutturalmente superiore a quello dei nostri competitor, ogni discorso sulla "leadership industriale" rimarrà pura retorica da convegno. La transizione ecologica è un obiettivo nobile e necessario, ma se non è accompagnata da una strategia di sicurezza energetica che tuteli i costi per le imprese, rischia di trasformarsi in un processo di deindustrializzazione assistita.

Il capitale che manca (o che scappa)

Un altro nodo cruciale è l'integrazione dei mercati dei capitali. È frustrante osservare come il risparmio europeo finisca spesso per finanziare l'innovazione americana perché non esistono strumenti di investimento continentali abbastanza fluidi e integrati. Senza un’unione dei mercati dei capitali (la tanto discussa Capital Markets Union), le nostre startup continueranno a guardare a New York per la quotazione, portando con sé brevetti, talenti e gettito fiscale.

Una nuova visione politica

Per invertire la rotta, serve un cambio di paradigma mentale. La politica europea deve smettere di agire come un arbitro severo in una partita dove i suoi giocatori sono esausti. Serve:

  • Meno burocrazia, più strategia: Semplificare non significa deregolamentare selvaggiamente, ma rendere le norme prevedibili e meno opprimenti per le PMI.

  • Investimenti comuni: Senza un "braccio finanziario" comune, la frammentazione tra stati membri più forti (che possono permettersi aiuti di stato) e quelli più deboli finirà per distruggere il mercato unico dall'interno.

  • Realismo Geopolitico: Riconoscere che la competizione globale oggi è una lotta per l'autonomia strategica.

In sintesi, la competitività non si ottiene chiedendola gentilmente nei documenti programmatici. Si ottiene creando le condizioni affinché chi vuole fare impresa in Europa non si senta un eroe che lotta contro il sistema, ma un motore sostenuto dal sistema stesso. Il tempo dei consigli formali è scaduto; è il momento di decidere se vogliamo essere un museo regolamentato o un laboratorio pulsante di futuro.

(Stefano Donno) 




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