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domenica 8 febbraio 2026

L'Iran alza la voce: la bomba nucleare come "potere di dire no" - ecco cosa ne penso

 Leggendo le parole pronunciate ieri dal ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi al Congresso Nazionale sulla Politica Estera, mi è venuto in mente un vecchio detto persiano: «Chi non ha spada, non può sedersi al tavolo delle trattative». Solo che stavolta Teheran non sta più sussurrando. Lo sta gridando.

«La nostra bomba nucleare è il potere di dire di no alle grandi potenze».
È una frase che non lascia spazio a interpretazioni. Non è una minaccia velata, è una dichiarazione di principio. Araghchi non sta dicendo «vogliamo la bomba». Sta dicendo: ce l'abbiamo già nel cassetto, e il cassetto è aperto. L'arricchimento dell'uranio non è più un "diritto pacifico" da difendere con il fioretto diplomatico: è un'arma di dissuasione, un biglietto da visita, un modo per ricordare a Washington, Tel Aviv e a chiunque altro che l'Iran non è più il paese che nel 2015 firmò il JCPOA con il cappello in mano.
Il presidente Pezeshkian, nello stesso momento, parla di «passo avanti» nei colloqui indiretti in Oman con gli americani. Ma subito dopo aggiunge: «Rifiutiamo la coercizione». Traduzione: parliamo, ma solo se ci trattate da pari. Se arrivate con il bastone (sanzioni, minacce militari, "diktat" trumpiani), noi rispondiamo con il bastone. Se arrivate con rispetto, noi rispondiamo con rispetto.È la stessa logica che usava Khamenei vent'anni fa, solo che oggi la ripetono in pubblico, senza più giri di parole. E lo fanno in un momento in cui Trump è tornato alla Casa Bianca, Netanyahu è sotto pressione interna, e l'Iran ha dimostrato – con gli attacchi del 2024 e la resilienza del suo programma – che gli strike israeliani e americani non bastano a fermarlo.Cosa significa davvero questa svolta retorica?
  1. L'Iran ha rinunciato alla "ambiguità nucleare". Per decenni Teheran ha giocato la carta del "non vogliamo la bomba, ma sappiamo farla". Ora Araghchi dice esplicitamente che la bomba è potere. È un cambio di paradigma: non più "non la vogliamo", ma "ce l'abbiamo e la usiamo come scudo".
  2. Sta preparando il terreno per un negoziato duro. Quando un paese dice «abbiamo la bomba» prima di sedersi al tavolo, di solito vuole alzare il prezzo. Teheran sa che Trump vuole un accordo "meglio del JCPOA". L'Iran risponde: va bene, ma questa volta partiamo da qui. Niente più "arricchimento al 3,67%", ma forse al 60% o oltre. Niente più ispezioni illimitate. E soprattutto: riconoscimento del diritto all'arricchimento come diritto sovrano, non come concessione.
  3. È un messaggio anche interno. Pezeshkian è un riformista, eletto con la promessa di dialogo. Ma in Iran i riformisti sopravvivono solo se dimostrano di non essere "morbidi". Araghchi gli copre le spalle: «Parlo io, il duro, così tu puoi dire che stai negoziando».
Da libero cittadino cosmopolita, che ha visto fallire il JCPOA, l'accordo di Trump, le massime pressioni, le minime pressioni, mi viene da pensare una cosa semplice: l'Iran ha vinto la guerra della pazienza. Ha resistito a Trump 1.0, a Biden, alle sanzioni, agli omicidi mirati, agli attacchi cibernetici, ai sabotaggi. Oggi ha scorte di uranio arricchito al 60%, centrifughe avanzate, know-how che nessuno gli ha portato via. E lo dice apertamente.Il rischio è che questa trasparenza diventi detonatore. Perché se l'Iran dichiara di avere la capacità di "dire no" con la bomba, Israele non può più permettersi di aspettare. E Trump, che ama gli ultimatum, potrebbe decidere che il "tempo è scaduto" prima di quanto Teheran immagini.Ma c'è anche un'altra possibilità, più sottile. Che questa sia la versione iraniana del "madman theory" di Nixon: facciamo paura, così ci prendono sul serio. E poi, dietro le quinte, si tratta.Per ora, però, le parole sono chiare. E in Medio Oriente le parole, quando vengono dette così forte, di solito precedono i fatti (Stefano Donno) 






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