Ci sono libri che si leggono, e ci sono libri che si respirano. Quando ho aperto le prime pagine de "Il leone nell'anima: I racconti di un marinaio con la mimetica del San Marco" di Maurizio Bisanti (I Quaderni del Bardo edizioni), non mi aspettavo di essere travolto da un'onda emotiva così potente. Non è il classico, freddo resoconto militare. È un diario intimo, viscerale, in cui il sudore della fatica si mescola alle lacrime di una moglie che aspetta a casa.
L'altra faccia del coraggio: l'attesa
La genialità di quest'opera inizia fin dalla prefazione, affidata non a un generale, ma a Grazia, la moglie dell'autore. Come una Penelope moderna, Grazia racconta la solitudine dei mesi di missione, l'attesa scandita dal lavoro a maglia e il profumo intenso della divisa del marito: un misto di nafta, petrolio e ferro. Quell'odore era il simbolo della sua "bella e stimata rivale", la Marina Militare. Inserire questa prospettiva rende il libro universale. Non parla solo a chi ama la storia militare, ma a chiunque sappia cosa significhi amare qualcuno che rischia la vita per il proprio Paese.
Un viaggio innescato dal dolore
Il prologo ci porta nel 2020. Maurizio, ormai in pensione, è ricoverato in terapia intensiva per un ictus. Nel silenzio asettico dell'ospedale, isolato dal mondo a causa della pandemia, la sua mente inizia a riavvolgere il nastro. Compare la "malesciana" (la saudade salentina), la nostalgia per le nipoti lontane in Brasile, e da lì sgorga il bisogno di raccontare. Da quel letto d'ospedale nasce il patto con la memoria: ripercorrere 30 anni di servizio, partendo da quel tuffo nel mare del "Ciolo" in cui suo padre gli insegnò, spingendolo in acqua, a rimanere a galla nella vita.
Beirut, 1983: Quando la storia ti esplode in faccia
Il cuore pulsante del libro è la missione "Libano 2". Bisanti ci trasporta nelle strade devastate di Beirut con una prosa cruda. Non ci risparmia nulla: l'inferno degli agguati notturni, l'odore della polvere da sparo e il tragico 15 marzo 1983, quando una pattuglia del San Marco subisce un agguato mortale. La perdita del marò Filippo Montesi e le gravi ferite di compagni fraterni come Claudio Parodi e Luigi Fiorella segnano uno spartiacque. La guerra smette di essere un'esercitazione e diventa sangue sull'asfalto.
Ma è in questo scenario apocalittico che emerge l'umanità più pura. Il momento in cui Bisanti incontra Fatima, una madre palestinese del campo di Shatila sopravvissuta ai massacri, che offre un vassoio di tè bollente e pane pita ai soldati italiani, è letteratura pura. È l'incontro tra mondi lontani uniti dalla sofferenza.
Perché leggerlo?
Maurizio Bisanti ha scritto un capolavoro di resilienza. Con ironia levantina, rigore militare e una profonda umanità, l'autore ci ricorda che sotto la mimetica di un "Leone" batte il cuore di un padre, di un marito, di un uomo che ha visto la morte ma ha scelto, sempre, di difendere la vita

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