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martedì 27 gennaio 2026

Permafrost Protocol (1,2,3) to Vladimir Vladimirovič Putin by Stefano Donno

 1. Permafrost Protocol

He does not rush the board.

The squares are frozen tundra, each move

a degree below zero, preserved.
In the map room light, his shadow
measures twice the length of any rival’s.
Bear in winter coat, he waits
while empires thaw and crack.
The nineties were a wound; he stitched it
with steel thread, oil vein by oil vein.
Now the pulse is steady, Siberian.
Every sanction a snowflake
that lands and does not melt.
He speaks in silences longer than sentences,
each pause a redrawn border.
The game is not won in years
but in centuries held in reserve.

2. The Operator’s Mirror 
He looks into the glass and sees
not age, but architecture:
the jaw a keystone, eyes two vaulted windows
onto a country that refuses to kneel.
The mirror does not lie.
It reflects a man who learned early
that trust is a currency debased
in the open market of nations.
He prefers the closed vault
where loyalty is minted in silence.
When the cameras roll he becomes
the still center of a turning storm.
Shirt open on horseback, or suited at the table—
each pose a paragraph in the script
of restored gravity.
The West calls it theater.
He calls it physics.

3. Sovereign Latitude 
From St. Petersburg fog to the Black Sea rim
he draws the line—thin, unyielding,
a longitude of intent.
The map is not suggestion.
It is sentence, carried out in seasons.
Rivers freeze to hold his weight.
Forests stand sentinel, needles sharp
as intercepted signals.
He has walked the corridors
where history folds into policy,
where the ghost of empire
is given new bones.
Not conqueror in the old sense—
the old sense drowned in the Neva.
He is the restorer of pressure,
the one who reminds the globe
that gravity still pulls eastward
when the wind changes.








La specchia del diavolo di Gabriella Genisi (Rizzoli)

 Fra amori spezzati, madri perdute, padri putativi e padri biologici, Gabriella Genisi scava ancora più a fondo in questa terra antica sospesa tra campagna e mare, dove il sangue si mischia alla magia e il tempo gioca a rimpiattino con l'eternità e il mistero.


Tra le campagne della Grecìa Salentina, si staglia da tempo immemore un antico cumulo di pietre che prende il nome di Specchia del diavolo. È proprio lì che una mattina, mentre fa jogging, l'avvocato Mauro De Pascalis sente strani lamenti. Semisepolto fra i sassi, c'è il corpo di un uomo, anzi, di un giovane. Si chiama Rami, viene dall'India e, dopo aver fatto parte di una squadra di raccoglitori di pomodori, aveva finalmente trovato la sua strada lavorando come assistente di un orafo talentuoso, sotto l'ala protettrice di una marchesa impegnata ad aiutare creature sfortunate come lui. Ma chi lo ha ridotto in quel modo, e perché? Sulla scrivania del maresciallo Chicca Lopez plana il fascicolo di quella che sembra un'indagine di scarsa importanza, ideale per tenere a freno i bollenti spiriti di una "femmina impunita" come lei, o almeno, questo è quello che pensa il suo superiore, il capitano Biondi. Ben presto emergerà molto altro, e Chicca, ancora una volta, verrà trascinata in un caso di omicidio dai risvolti inaspettati. Una nuova avventura per Chicca Lopez, carabiniera ribelle che investiga il cuore nero del Salento




BREAKING NEWS: Border Patrol Commander Gregory Bovino Will Leave Minnesota Amid Persistent Protests

Silvia Toffanin scoppia in lacrime a Verissimo per Matteo Franzoso la reazione dopo la struggente l

Elina Svitolina vs Linda Klimovicova | Round Two | Australian Open 2026 Highlights 🇦🇺

Il Referendum sulla giustizia, spiegato semplicemente

KOLO MUANI, LA JUVENTUS, I PRIMI PASSI, I RETROSCENA E LE NECESSITÀ. ROMA, SALITE E OBBLIGHI🚨

Viaggio della Memoria 2026

Oreste Lionello, morto il figlio David. La sorella: "È uscito dalla clinica dove era in cura"

Corona: “Claudio Lippi in terapia intensiva”. Scoppia il caso ‼️‼️

lunedì 26 gennaio 2026

Ode to the Underdog Canvas to Sylvester Stallone by Stefano Donno

In the ring of recycled scripts, where shadows

punch through celluloid haze, you rise—
not with thunder, but the slow grind of dawn
on Philadelphia steps, each footfall a syllable
unrhymed, experimental, like flarf's chaotic scrape
against expectation. Your face, a map of nerve-
twisted triumphs, snarls in verse libre, free
from iambic chains, pulsing with hybrid beats:
the staccato of gunfire in jungle green,
the legato swell of family reels on streaming screens.
Now, at seventy-nine, cane in hand like a scepter
of abstract strokes—your paintings bleed
eco-tones of resilience, cross-cultural oils
mixing Italian grit with American myth.
Kennedy lights crown your brow, ambassador
to Hollywood's fractured empire, where Trumpian
echoes mingle with Biden nods, a conceptual weave
of red and blue. Yet you endure, underdog eternal,
bodybuilder turned brush-wielder, father of five
in reality's unscripted frame. Your legacy?
A digital metamorphosis: from Rambo's blade
to Balboa's heart, innovative yet accessible,
a poem that fights back, one frame at a time.
Rambo's Palette
Verses splinter like shrapnel, not in pentameter's cage
but wild, gurlesque fury tamed to whisper—
your public snarl, a birthright scar, evolves
into abstract swirls on Palm Beach canvases,
2026's gallery glow under LA lights.
Macho mythos hybridizes with paternal soft:
Sophia, Sistine, Scarlet in the family stall,
Sage's absence a Hindu rite etched in oil.
Action's undercurrent pulses irregular,
eco-poetry of survival: jungle wars to urban rings,
where Rocky climbs not mountains, but awards—
Golden Globe grasp, Oscar nods like dodged hooks.
Cane-assisted stride at Kennedy honors,
a metrical shift from sprint to saunter, authentic
voice of aging icon, Trump-praised "second Washington,"
yet gun-control advocate, spiritual wanderer
critiquing church agonies. Your films gross billions,
six decades topping charts, a conceptual collage
of comebacks: from Cliffhanger drops to Creed revivals.
In this vibrant scene, you paint perseverance,
ubiquitous yet peripheral, a poem that bleeds
innovation into the everyday fight.
Expendable Echoes
Free verse fractures like Expendables' ensemble,
experimental metrics mimicking heartbeat skips—
da-dum, pause, reload—in the theater of your life.
Public image: resilient titan, self-made from Hell's Kitchen
poverty to Mar-a-Lago myths, where politics hybridize
Republican roots with Democratic donations.
Your achievements stack like screenplay drafts:
Rocky's Best Picture punch, Rambo's five-film rampage,
MCU cameos in galactic volleys.
Now, 2025's cane debut signals no defeat,
but tonal shift to artist's atelier, abstract works
debuting in fairs, a cross-cultural collaboration
of muscle and muse. Family reality unspools
on Paramount threads, Balboa Productions births
biopics and escapes. Cultural impact? Ubiquitous verses
on subway walls, recited in momentous gyms—
your underdog ethos, accessible grit wrapped
in innovative snarls, endures beyond the fade to black




Incontro alla vita! di Ibrahim Saeed ed Elena Del Coco (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Incontro alla Vita - Ibrahim Saeed | IQDB Casa Editrice

Incontro alla Vita

L'emozionante viaggio letterario di Ibrahim Saeed

Oltre ogni confine

Un'opera che non è solo un libro, ma una testimonianza pulsante di resilienza. Ibrahim Saeed ci conduce per mano attraverso le pieghe di un'esistenza che sfida le avversità, trasformando il dolore in una luminosa opportunità di rinascita.

Perché leggere questo libro oggi? In un mondo frenetico, "Incontro alla Vita" ci restituisce la bussola dei valori essenziali: dignità, speranza e coraggio.

Un'opera edita da IQDB

Autore
Ibrahim Saeed
Genere
Autobiografico / Formazione
Editore
IQDB Casa Editrice

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L'ICE sotto i Riflettori: Tra Sicurezza Nazionale e Abusi di Potere, un'Agenzia che Divide l'America - ecco cosa ne penso

In un'America sempre più polarizzata, l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) rappresenta il simbolo controverso di una politica immigratoria che oscilla tra necessità di sicurezza e derive autoritarie. Nata dalle ceneri dell'11 settembre 2001 come pilastro del Department of Homeland Security (DHS), l'ICE conta oggi circa 22 mila agenti, un numero raddoppiato durante il primo anno della presidenza Trump grazie a una campagna di reclutamento da 100 milioni di dollari. Ma dietro questi numeri si nasconde una realtà opaca e preoccupante: agenti selezionati con criteri discutibili, addestrati in fretta e furia, e impegnati in operazioni che troppo spesso sfociano in violenze ingiustificate. Come giornalista che ha seguito da vicino le dinamiche del potere federale, non posso fare a meno di criticare un sistema che, invece di proteggere, rischia di minare i valori democratici su cui gli Stati Uniti si fondano.Partiamo dai fatti. L'ICE, creata nel 2002 riunendo 22 agenzie federali, ha il compito primario di contrastare l'immigrazione illegale attraverso rastrellamenti, deportazioni e collaborazione con la Border Patrol – quest'ultima forte di 20 mila unità concentrate sui confini, con poteri che superano persino quelli della polizia locale entro 150 km dal perimetro nazionale. Gli agenti ICE operano spesso in borghese, con giubbotti anti-proiettile marchiati "Police" o "ERO" (la squadra specializzata in arresti), e unità d'élite come lo Special Response Team equipaggiate con mimetiche e armi non letali. Per motivi di sicurezza, non mostrano il volto, indossando maschere o foulard – una pratica che, se comprensibile in contesti ad alto rischio, alimenta un alone di impunità e anonimato che non giova alla trasparenza.Ma è nel processo di selezione che emergono le criticità più gravi. Sotto Trump, il reclutamento ha puntato a "patrioti americani qualificati" tramite piattaforme di destra come Rumble, offrendo stipendi da 50 mila dollari annui e bonus come il condono dei debiti universitari. L'addestramento? Dimezzato a sole 8 settimane, e via il requisito di una minima padronanza dello spagnolo – lingua parlata dalla maggioranza dei migranti. Risultato: un'agenzia gonfiata in fretta, con un 30% di agenti provenienti da minoranze latino-americane (contro il 50% nella Border Patrol), ma con una presenza femminile ridicola al 4%. Queste scelte non solo riducono la qualità operativa, ma aprono la porta a abusi: basti pensare all'omicidio di Renee Good, una donna disarmata uccisa da un agente ICE il 7 gennaio a Minneapolis, un caso ancora sotto indagine che grida vendetta per accountability. In questo contesto, l'ICE non è solo un'agenzia di enforcement, ma un strumento politico. Trump l'ha espansa per deportazioni di massa nelle città, affidando persino alla Border Patrol ruoli urbani, mentre ha tentato di mobilitare la Guardia Nazionale – 325 mila riservisti con radici storiche nel marchese de La Fayette – contro proteste interne, venendo bloccato dalla Corte Suprema a fine dicembre. Governatori come Tim Walz del Minnesota hanno allertato le loro unità contro lo "strapotere federale", evidenziando una frattura tra stati e Washington che ricorda i tempi più bui della segregazione. Critico dove serve? Assolutamente: questa espansione non ha reso l'America più sicura, ma ha amplificato divisioni razziali e sociali, trasformando l'immigrazione in un'arma elettorale piuttosto che in una questione umanitaria. Eppure, in un mondo post-11 settembre, ignorare la minaccia del terrorismo o del traffico illegale sarebbe ingenuo. L'ICE ha un ruolo legittimo nel proteggere i confini, come dimostrato dalle operazioni contro il crimine transfrontaliero. Ma senza riforme – come un reclutamento più rigoroso, addestramento esteso e obblighi di trasparenza – rischia di diventare un mostro burocratico, erodendo la fiducia pubblica. L'America merita di meglio: un sistema che bilanci sicurezza e diritti umani, non uno che li contrapponga. Mentre il dibattito infuria, l'ICE simboleggia l'eterno dilemma americano: libertà contro controllo. È tempo che i leader, da Biden a chi verrà dopo, affrontino queste ombre con coraggio, prima che l'agenzia diventi irreversibilmente sinonimo di oppressione. (Stefano Donno)




Le parole della pioggia di Laura Imai Messina (Einaudi)

A Tokyo, nei giorni di pioggia, all’uscita della stazione c’è una donna in attesa con l’ombrello già aperto, pronta a camminare accanto agli sconosciuti. È un lavoro, ma anche un rito, un gesto prezioso di ascolto e di cura: sotto quel cerchio che ripara dall’acqua, il mondo si ferma. Aya lo sa bene, come se abitasse da sempre il tempo sospeso delle nuvole. Laura Imai Messina ha costruito un coro di voci femminili che custodiscono memoria, proteggono ciò che scivola via. Una fiaba metropolitana che affonda le radici nel cuore delle leggende giapponesi, e proprio da quella materia antica trae la forma inattesa di qualcosa di nuovo.


Le donne-ombrello sono studentesse universitarie, casalinghe, disoccupate annoiate, ricche vedove, donne senza alternative, persone con un futuro strabiliante. «Sono nata in un giorno di pioggia»: solo dopo aver pronunciato questa frase impugnano l’immenso ombrello che hanno scelto, allungano un piede in strada e prendono a camminare accanto ai clienti, accompagnandoli dovunque vogliano – Tokyo nell’acqua è magnifica, migliaia di città in una sola – e soprattutto ascoltando le loro storie. Le conversazioni che si tengono sotto l’ombrello restano segrete. Si parla, si tace, si inciampa, ci si dimentica del mondo fuori. Perché nel racconto che ne fanno, le donne sono tutte d’accordo almeno su un punto: il tempo sotto l’ombrello trascorre in modo diverso. Tra loro, solo Aya pare nata per questo. È una donna-ombrello da molto prima di iniziare questo lavoro. Tutto in lei evoca giugno – la stagione delle piogge –, l’estate le cammina addosso. Aya porta sempre con sé una copia consumata del Dizionario delle parole della pioggia: la pioggia dell’inquietudine, fatta di grani minuti e senza fine, la pioggia profumata, quella che stacca i fiori di ciliegio dai rami, la pioggia sottile come il pelo di un gatto, la pioggia gelida d’inverno, e quella che passa velocemente, e quella che cade sui fiumi, e centinaia ancora. Ma più della pioggia Aya aspetta Toru, un giovane pugile che si allena a correre in salita e discesa lungo la via più ripida della città. Lei si siede in cima e lo aspetta, pure se lui non vincerà mai. Perché nella vita serve anche chi perde, chi accetta di cadere, e da terra riesce a guardare il mondo da una nuova angolazione







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