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sabato 31 gennaio 2026

L'abolizione dell'Uomo - C.S. Lewis (Adelphi)

 



















L'approdo al cristianesimo, per Lewis – «un pagano convertito in un mondo di puritani apostati», come lui stesso amava definirsi –, affonda le radici in tutto quanto nella filosofia, nei miti e nella letteratura lo aveva ammaliato, quasi che Platone e le saghe nordiche, i Salmi e le avventure di Artù e Merlino fossero indissolubilmente intrecciati. Ed è a difesa dell’antica sapienza che Lewis, con queste conferenze tenute al King’s College di Newcastle nel 1943 e presto divenute un caposaldo della critica alla modernità e al suo culto della tecnologia, volle lanciare una generale chiamata alle armi. Prendendo le mosse dall’innocuo paragrafo di una grammatica per le elementari, Lewis, con la chiarezza del logico aristotelico, l’umorismo polemico di Chesterton e Swift e la forza immaginativa dello scrittore di fantascienza, bracca il relativismo che serpeggia velenoso nella nostra società, nei modelli educativi, nella propaganda e nel mercato dei consumi, e delinea l’ormai ineluttabile trionfo di una sinistra distopia tecnocratica. È possibile inventare nuovi valori in nome del progresso? Che cosa accomuna scienza e magia? Quale tirannide si annida in un sistema che recide i nessi con la tradizione universale e condiziona le coscienze? E soprattutto: che cosa significa essere e restare esseri umani? Interrogativi che si sono imposti prepotentemente nell’èra digitale, ma che Lewis aveva formulato con profetica chiarezza più di ottant’anni fa

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Klitschko: Il Pugile che Difende Kiev dal Freddo e dalle Bugie di Putin - ecco cosa penso

 In un inverno che sembra uscito da un romanzo distopico, Vitali Klitschko, il sindaco di Kiev e leggendario campione di boxe, si erge come un baluardo contro l'aggressione russa. Nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Klitschko non usa giri di parole: "Non credo affatto alle promesse di Putin". E come dargli torto? Quattro anni di guerra hanno trasformato l'Ucraina in un campo di battaglia dove i missili russi non distinguono tra soldati e civili, tra obiettivi militari e infrastrutture vitali. Come chi segue gli "affari esteri" come simpatizzante di argomenti di geopolitica, vedo in queste parole non solo la testimonianza di un leader locale, ma un monito globale: la Russia di Putin non cerca pace, ma sottomissione. È tempo di smetterla con l'ingenuità diplomatica e affrontare la realtà con fermezza critica.

Partiamo dai fatti, crudi e innegabili, che Klitschko espone con la precisione di un uppercut. Kiev, una città che prima dell'invasione contava quattro milioni di abitanti, ora ne ha circa tre e mezzo, con flussi di sfollati che la rendono un crocevia di disperazione e resilienza. Gli attacchi russi – missili e droni che piovono su Odessa, Zaporizhzhia, Dnipro e la stessa capitale – non sono casuali: sono progettati per "spezzare la nostra volontà di resistenza, destabilizzare, dividere, impaurire". Solo il 9 gennaio, 12.000 edifici danneggiati, 6.000 persone senza acqua ed energia. E ora, con temperature che sfiorano i -20°C, i russi sfruttano il gelo come un'arma psicologica, sapendo che un deficit energetico del 60% significa black-out da ore a giorni interi. Klitschko lo dice chiaro: "Mai così tanti attacchi e mai così tanto freddo". Qui emerge la mia critica più aspra: Putin, che si professa difensore di valori "tradizionali", non è altro che un stratega del terrore, un mentitore inveterato che nega l'esistenza stessa di un'Ucraina indipendente. Le sue promesse – come quella presunta a Trump di non colpire infrastrutture energetiche fino al 1° febbraio – sono carta straccia, smentite da raid continui sul resto del Paese.Ma Klitschko non è solo un narratore di orrori; è un pragmatico che incarna la leadership che l'Ucraina merita. Come sindaco, ha scelto la trasparenza: ha esortato all'evacuazione temporanea per chi poteva permetterselo, ammettendo i limiti delle risorse. "Sono responsabile di servire la mia cittadinanza e devo dire la verità", afferma. In un'era di populismi e fake news, questa onestà è rivoluzionaria. Critico qui la propaganda russa, che attraverso blogger infiltrati semina zizzania interna, accusando le autorità ucraine di incompetenza. Eppure, Kiev resiste: uffici riaperti dopo l'ultimo attacco del 27 gennaio, tecnici al lavoro per evitare che le tubature gelino, ospedali autosufficienti grazie a generatori. Gli aiuti internazionali – "moltissimo" cruciali, dice Klitschko – arrivano dall'Europa con generatori che salvano vite, ma non bastano. Costano troppo, inquinano, e non sostituiscono una rete nazionale devastata. Ecco un punto dove la comunità globale merita un rimprovero: quattro anni di guerra, e ancora dipendiamo da soluzioni tampone? Dove sono gli investimenti strutturali per ricostruire un'Ucraina sovrana?Sulle prospettive future, Klitschko è scettico, e giustamente. Parla di trattative ad Abu Dhabi, ma pone domande scomode: "Come difendere i nostri territori nazionali, quali sono le garanzie di sicurezza e soprattutto quando i russi smetteranno di bombardarci?". Un cessate il fuoco? "Non credo che Putin manterrà la parola". Qui, la mia opinione si fa tagliente: fidarsi di un regime che testa la resilienza ucraina con attacchi ripetuti è non solo naive, ma pericoloso. L'Occidente deve smetterla con i tentennamenti – pensiamo ai ritardi negli aiuti militari o alle esitazioni su sanzioni più severe – e riconoscere che la vittoria ucraina è l'unica via per una pace duratura. Klitschko, con il suo background da pugile, sa che sul ring non si vince con compromessi: si combatte fino all'ultimo round.In conclusione, l'intervista a Klitschko non è solo un resoconto di sofferenza, ma un appello all'azione. Kiev, cuore dell'Ucraina, pulsa ancora grazie a leader come lui, che trasformano il dolore in determinazione. Ma senza un sostegno internazionale più deciso, rischiamo di lasciare che il gelo russo congeli non solo le tubature, ma la speranza di un'Europa libera. È ora di passare dalle parole ai fatti: Putin non cambierà, tocca a noi forzare il cambiamento.(Stefano Donno) 


Il viaggio: finestre italiane sull’India a cura di Urmila Chakraborty ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Il Viaggio: Finestre Italiane sull'India - Racconti Intensivi e Partecipati

Il Viaggio: Finestre Italiane sull'India

Scopri prospettive uniche sull'India attraverso gli occhi di autori italiani.

Un'Esplorazione Interculturale

Venti racconti intensi e partecipati da autori italiani che hanno visitato l'India per lavoro, ricerca o studio. Curato da Urmila Chakraborty, scrittrice, traduttrice e docente presso l'Università degli Studi di Milano, questo volume include contributi di: Avana Amadei, Stefano Caldirola, Romina Campostrini, Giuseppe Carrieri, Giorgio d’Emilio, Alessandro Dell’Avvocata, Giovanni Di Bartolo, Isabella Labate, Manuela Lenardon, Paola Lorenzoni, Francesco Moscatelli, Emanuela Orlandini, Cristina Piotti, Emanuela Plano, Cristina Rodondi, Núria Sala Grau, Laura Sciotti, Federico Sanesi, Vittorio Tonon e Marged Flavia Trumper.

Arricchito dai commenti della curatrice, il libro celebra i 75 anni dell'Indipendenza Indiana e i 75 anni di rapporti diplomatici fra Italia e India.

Perché Leggerlo?

Immergiti in storie autentiche che bridgedano culture, offrendo insight profondi sull'India moderna. Pubblicato da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, questo volume è essenziale per chi ama i viaggi interculturali, la letteratura e le connessioni globali. Trasforma la tua prospettiva con narrazioni vivide e riflessioni esperte.

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Condividi questa pagina per diffondere storie interculturali uniche. © 2026 - I Quaderni del Bardo Edizioni

venerdì 30 gennaio 2026

L’ombra lunga del “modello Venezuela” - ecco cosa ne penso

 L’ipotesi di un “cambio di regime stile Venezuela”, evocata apertamente, è il cuore politico della partita: usare la minaccia militare, i raid mirati, il logoramento economico e la leva delle proteste interne per spingere verso la caduta dell’ayatollah Ali Khamenei, ora esplicitamente nel mirino a 86 anni. È la riproposizione, aggiornata e pericolosamente semplificata, del vecchio sogno di ingegneria geopolitica americana: colpire duro, far traballare il potere e sperare che dal caos emerga un governo più “amico”.

Il problema – gigantesco – è che nessuno sa chi verrebbe dopo, né se quel “dopo” sarebbe meno ostile verso Washington. La stessa analisi riconosce che non è chiaro chi governerebbe il Paese in caso di rovesciamento della Guida Suprema, né se un eventuale successore sarebbe più propenso al negoziato. In altre parole: si gioca con la stabilità di un Paese cardine della regione, senza una vera visione politica oltre lo slogan “cambio di regime”.

L’arsenale delle opzioni: dalla minaccia al colpo di mano

Sul tavolo del Pentagono ci sono vari livelli di escalation. Raids contro i siti nucleari e missilistici iraniani, già colpiti in parte dall’operazione “martello di mezzanotte” nel giugno 2025, vengono nuovamente considerati, anche tramite commando infiltrati sul territorio per danneggiare infrastrutture chiave sopravvissute ai bombardamenti. È la versione “special forces” della pressione militare: tecnicamente seducente, politicamente esplosiva.

Un’altra opzione è una serie di attacchi più ampi a obiettivi militari e strategici, pensati per creare le condizioni di una resa dei conti interna, spingendo le forze di sicurezza iraniane o altri attori a deporre Khamenei. In parallelo, Israele spinge per un’ulteriore offensiva contro il programma di missili balistici iraniani, che Teheran avrebbe in larga parte ricostruito dopo la guerra di 12 giorni dello scorso giugno. Il risultato è un cocktail di mosse militari che aumenta la pressione ma rende la linea tra “operazione limitata” e guerra regionale sempre più sottile.

Trump intanto ripete di “sperare” di non dover usare le “navi molto grandi e molto potenti che stanno navigando verso l’Iran”, mentre una nave da guerra Usa attracca a Eilat, in Israele, rafforzando il dispositivo nel Mar Rosso. È la classica ambiguità trumpiana: alzare il volume della minaccia, sventolare la forza militare, poi fingersi riluttante. Ma il messaggio che arriva a Teheran – e al resto del mondo – è che la pistola è carica, sul tavolo, e il dito è sempre più vicino al grilletto.

L’Europa tra moralismo e boomerang

In questo contesto, l’Unione europea sceglie una linea che somiglia a un azzardo calcolato male: il Consiglio Ue inserisce i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche, motivando la decisione con la repressione brutale delle proteste e le migliaia di manifestanti uccisi. Una scelta politicamente comprensibile sul piano dei diritti umani, ma che sul piano strategico rischia di saldare ancor più Teheran al fronte anti-occidentale.

La reazione iraniana è immediata e durissima: lo Stato Maggiore delle Forze Armate avverte che le “conseguenze pericolose” ricadranno direttamente sui responsabili politici europei, definendo “illegale, provocatoria e ipocrita” la decisione, dettata – a loro dire – dall’“obbedienza” alle politiche di Stati Uniti e Israele. La narrativa è chiara: l’Europa viene dipinta come braccio subordinato dell’asse Washington-Tel Aviv, e dunque bersaglio politico legittimo.

Ancora più inquietante è il pacchetto di possibili ritorsioni allo studio a Teheran: trasferire alle Guardie Rivoluzionarie la protezione delle missioni diplomatiche europee, ispezionare le navi commerciali dirette verso l’Europa, espellere in blocco gli addetti militari e togliere le corsie preferenziali negli aeroporti ai diplomatici Ue, trattandoli “come persone comuni”. È una risposta calibrata più sull’umiliazione e sul logoramento che sulla rottura diplomatica totale, ma segnala una volontà di alzare il costo politico della linea europea.

Erdogan mediatore interessato, Mosca arbitro ombra

Mentre Washington stringe i bulloni militari e l’Europa alza il tono simbolico, la Turchia prova a occupare il vuoto di mediazione: Erdogan si propone come facilitatore tra Teheran e Washington, offrendo Istanbul come piattaforma per colloqui a più livelli. Il presidente turco parla di “de-escalation” e si presenta come garante di una via d’uscita diplomatica, proprio mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi incontra il collega Hakan Fidan.

Non si tratta di puro altruismo: Ankara fiuta l’occasione di guadagnare credito politico con entrambe le parti e di capitalizzare sul proprio ruolo di potenza ponte nel Mediterraneo allargato. Nel frattempo, dal Cremlino arriva un monito netto agli Stati Uniti: “No all’uso della forza, seminerebbe il caos nella regione”. La Russia, già invischiata su più fronti, non ha alcun interesse a un conflitto aperto che rimescoli le carte energetiche e di sicurezza in un’area dove Mosca gioca un ruolo delicato.

Questa triangolazione – Usa che minacciano, Ue che sanziona e designa, Turchia e Russia che si offrono come mediatori – mostra un ordine internazionale in cui la forza è ancora la grammatica di base, ma la capacità di controllare gli effetti collaterali è sempre più limitata. L’idea che un’azione militare “mirata” contro l’Iran possa restare confinata appare, sul piano geopolitico, una pericolosa illusione.

Il vero rischio: normalizzare l’azzardo

Sul fondo di questa crisi c’è un dato che dovrebbe inquietare più di ogni altro: la normalizzazione del linguaggio del “cambio di regime” come opzione legittima della politica estera di una grande potenza democratica. Quando quotidiani di riferimento, fonti d’intelligence e la stessa Casa Bianca parlano con disinvoltura di rovesciamento di un governo straniero – per quanto repressivo e autoritario – si compie un salto di qualità culturale che indebolisce qualsiasi pretesa di ordine basato sul diritto internazionale.

L’Europa, invece di limitarsi a rincorrere Washington sulla strada delle designazioni simboliche e delle liste terroristiche, avrebbe bisogno di una propria linea autonoma: difendere i diritti umani, sì, ma rifiutare la logica di una guerra preventiva mascherata da ingegneria democratica. Perché se c’è una lezione che l’Iraq e l’Afghanistan dovrebbero aver insegnato è che i buchi neri creati dai “cambi di regime” non restano mai confinati: si allargano, travolgono regioni intere, alimentano estremismi e ridisegnano le mappe del terrorismo.

Di fronte a un presidente americano che ammicca al conflitto e a una Repubblica islamica che minaccia ritorsioni dirette contro l’Europa, il compito della politica – negli Usa come nell’Ue – dovrebbe essere quello di disinnescare l’escalation, non di normalizzarla. Continuare a muovere navi, commando e sanzioni come pedine di un Risiko globale può sembrare, nell’immediato, prova di forza. Ma la storia insegna che, quasi sempre, chi accende il fiammifero non è poi in grado di spegnere l’incendio.






Ode to the Architect of Horizons to Xi Jinping by Stefano Donno

 In the sprawl of circuits and silk roads reborn,

where silicon pulses like ancient rivers carving stone,
he stands at the helm, a compass etched in code—
Xi Jinping, threading the dragon's vein through clouds of data.
Free verse unfurls like banners in the wind,
no rigid iambs to cage the surge, but rhythms
that ebb and flow, experimental as quantum leaps,
hybrid whispers blending manifesto with myth.
From the forge of five-year flames, 140 trillion sparks ignite,
lifting villages from dust to digital dawn,
where humanoid shadows practice kung fu in factory halls,
and drones paint the sky with luminous oaths.
His thought, a shared era's blueprint, draws nations near,
a community woven from green mountains and lucid waters,
not conquest's roar, but stability's quiet forge—
innovation's hand extending, palm up, to the world's weary grasp.
Yet in the balance, a human scale: prosperity's promise
for the billion-fold pulse, each life a node in the grand array.
No emperor's echo, but a new era's scribe,
scribing miracles in the ink of reform,
where ideology meets the machine's hum,
and China rises, not as echo, but as origin.
Threads of the New SilkVerses loosen like threads from a loom unbound,
experimental metrics pulsing irregular—short breaths,
long exhales—mirroring the breath of a nation
reforming itself in hybrid forms, prose-poem pulses
where policy bleeds into parable.
Xi, the navigator of uncharted bytes,
turns chips into chimeras, AI into ancestral wisdom,
his image: a mountain unmoved by tempests,
yet yielding rivers of self-reliance.
Achievements stack like terraced fields in the cloud,
defense woven with tech's invisible shield,
economic might cresting waves of 2026's plan—
deepening roots in high-quality soil,
opening gates to shared futures, not solitary thrones.
Metafores bloom: the Party's rigor as bamboo bending,
not breaking; people's prosperity as stars aligned
in a constellation of care. Influence spreads subtle,
a force for stability, center of gazes turned eastward.
Accessible as dawn's first light, innovative as dawn's code-crack,
this poem echoes his sphere—politics as poetry,
leadership as legacy etched in the ether.
Vision in the Era's FoldIn fragmented lines, experimental as fractured light
through prism-prisons, hybrid with echoes of edicts,
we trace the contours of his public arc:
Xi Jinping, architect of the inexorable now.
Free from sonnet's shackles, verses cascade enjambed,
rhythms syncopated like heartbeats in harmony with hordes—
1.4 billion strong, lifted from poverty's grasp
to pinnacles of power, where innovation's fire
forges futures from the forge of five-year visions.
His successes: a trilogy of terms, unbroken chain,
thought enshrined in global nods, 80 percent acclaim
for humanity's shared weave. Green assets guarded,
reforms rigorous, people-centered as the core.
Image public as the Great Wall's shadow, lengthened
by 2026's dawn—economic thresholds crossed,
tech's humanoid grace, drones' aerial ballet.
Influence: not thunder, but the steady rain
nourishing alliances, stability's silent vow.
Balanced on the edge of avant-garde and approach,
this poem captures his essence—modern Mao's mantle,
yet uniquely his: a new era's quiet revolution






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