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giovedì 12 febbraio 2026

L'Europa divisa nel castello di Alden Biesen: tra eurobond, dazi e il futuro del Green Deal - ecco cosa ne penso

 Nel suggestivo castello di Alden Biesen, tra le campagne belghe, i ventisette leader dell'Unione europea si sono ritrovati per quello che doveva essere un vertice informale sulla competitività. In teoria, un momento per ragionare a mente fredda su come rendere l'Europa più forte di fronte a Stati Uniti e Cina. In pratica, è emersa la solita fotografia: un'Unione capace di grandi ambizioni ma paralizzata dalle sue divisioni storiche.

Al centro del dibattito, tre nodi che non sono mai davvero separati: come difendersi dai dazi (soprattutto quelli che potrebbero arrivare da Washington), se e come emettere nuovo debito comune (gli eurobond), e che fine farà il Green Deal in un contesto di crescita anemica.La proposta francese e il no tedescoEmmanuel Macron è arrivato con la sua consueta visione alta: eurobond “orientati al futuro” per finanziare difesa, transizione verde, intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche. Per il presidente francese si tratta di una scelta esistenziale: o l'Europa diventa una vera potenza capace di investire centinaia di miliardi all'anno, o verrà schiacciata tra dollaro e yuan.La Germania ha risposto con il suo classico realismo (o rigidità, a seconda dei punti di vista). Berlino vede negli eurobond una distrazione pericolosa dal vero problema: la perdita di produttività del continente. «Non è questione di debito, ma di competitività», è il refrain che arriva da Friedrich Merz e dal suo entourage. Per i tedeschi, prima di indebitarsi insieme bisogna semplificare regole, tagliare burocrazia e far funzionare davvero il mercato unico.L'Italia in mezzo, la Spagna che spingeInteressante la posizione italiana. Giorgia Meloni, che ha co-presieduto il pre-vertice con Merz, ha scelto un profilo pragmatico. Ha evitato di trasformare il confronto in uno scontro franco-tedesco e ha lasciato filtrare una frase significativa: «Personalmente sono favorevole» agli eurobond, ma sa benissimo che è «uno dei temi più divisivi» in Europa. Un modo per tenere i piedi in due staffe: non alienarsi i partner del Nord più rigoristi, ma nemmeno chiudere la porta a strumenti di finanziamento comune che potrebbero servire all'Italia.Più netta la Spagna. Pedro Sánchez si è schierato apertamente a favore di nuovo debito comune e ha rilanciato con forza il “Buy European”, la preferenza per prodotti e tecnologie made in UE negli appalti pubblici. Madrid, come Parigi e Roma, guarda al debito comune non solo come strumento finanziario, ma come leva politica per proteggere le proprie industrie.Green Deal sotto pressioneIl Green Deal, grande bandiera della Commissione von der Leyen, è finito inevitabilmente nel mezzo. Da una parte c'è chi lo vede come un'opportunità strategica (e un bacino di investimenti da finanziare con eurobond). Dall'altra, chi teme che gli obiettivi climatici troppo rigidi stiano diventando un lusso che l'Europa, con la sua industria in difficoltà, non può più permettersi senza rischiare delocalizzazioni e perdita di posti di lavoro.Il “Buy European” invocato da spagnoli e francesi è anche un modo per difendere proprio la transizione verde: se dobbiamo spendere centinaia di miliardi in rinnovabili, batterie e idrogeno, meglio che quei soldi restino dentro i confini europei.Il fantasma dei dazi americaniNon è un caso che il vertice si sia tenuto proprio ora. L'ombra dei possibili dazi di un'amministrazione Trump (o comunque protezionista) aleggia su tutto. L'Europa sa di dover rispondere con un mix di apertura selettiva e protezione intelligente. Ma per farlo serve coesione, e al momento la coesione latita.Ursula von der Leyen ha ricordato che, se necessario, si potrà ricorrere alla cooperazione rafforzata: ovvero, chi vuole andare avanti lo faccia anche senza aspettare gli altri. È un segnale chiaro: l'Unione non può permettersi di restare bloccata dal paese più riluttante.Cosa ci dice davvero questo verticeAlden Biesen non ha prodotto grandi accordi (era informale, del resto). Ha però reso visibile la geografia politica attuale dell'Europa: un asse Merz-Meloni che cerca di coniugare rigore fiscale e pragmatismo industriale; una Francia che continua a spingere per più integrazione e debito comune; una Spagna che si schiera con Parigi quando si tratta di investimenti; e un gruppo di paesi “frugali” che restano guardinghi.Il rischio è che, come spesso accade, si arrivi a compromessi al ribasso: un po' di semplificazione burocratica, qualche annuncio sul mercato unico, ma niente di veramente trasformativo sul fronte del finanziamento comune.Eppure c'è anche un segnale positivo. Il fatto che Meloni dica apertamente di essere «personalmente favorevole» agli eurobond, pur sapendo quanto sia divisivo, indica che persino i governi più cauti sul debito stanno capendo che l'Europa non può competere con le superpotenze restando aggrappata solo alle regole del 1992.L'alternativa è chiara: o l'Unione trova il modo di investire insieme su scala adeguata (difesa, energia, tecnologie), oppure continuerà a gestire il declino in ordine sparso. Il castello di Alden Biesen ha mostrato le divisioni. Ora tocca ai leader decidere se trasformarle in un dibattito sterile o in una spinta per superare finalmente i vecchi tabù. Il tempo stringe (Stefano Donno)




Elisabetta Gualmini, Eurodeputata a Connact Annual Meeting 2026

 

CONFIRMED! Kurt Cobain was Murdered - Here’s The Proof | Redacted w Clayton Morris

 

Francesca Albanese – Discorso integrale | Al Jazeera Forum 2026

 

James Van Der Beek Dead at 48

 

Arrivano i barbari. Voci del poetry slam di Filippo Capobianco, Martina Lauretta, Francesca Pels (Solferino - Corriere della Sera)

 Nel 1986 l’operaio e poeta Marc Smith inaugura il format Uptown Poetry Slam al Green Mill jazz club, a Chicago: uno spettacolo interattivo, che contamina la poesia con la musica, il teatro, il cabaret in un rituale che prevede l’intervento del pubblico, chiamato a partecipare votando la performance preferita. Da allora, il poetry slam si è diffuso ovunque e ha moltiplicato le occasioni di incontro, promuovendo una poesia che recupera la fisicità, l’azione, il contesto agonistico tipici della cultura orale. In sintesi, una poesia che si fa «con il corpo e con la voce» e dunque lontana, diversa, a volte polemica rispetto alle consuete sedi e certificazioni da cui passa – e in cui spesso impigrisce e ingrigisce – la tradizione letteraria. Da questa storia vengono i «barbari» che firmano questo volume: poetesse e poeti di età compresa tra i 26 e i 40 anni, provenienti da tutta Italia, con i timbri e le anime più diverse, le più diverse ispirazioni, ma accomunati dalle premesse ideali alla base del poetry slam. Questo libro, curato dalla Redazione Cultura del «Corriere della Sera», offre un coinvolgente specchio rappresentativo di come questo movimento sia vivo in Italia, a ulteriore riprova dello sguardo attento con cui il quotidiano fin dalla sua nascita osserva l’universo della poesia e i suoi testimoni, curioso soprattutto delle novità, delle forme di ricerca non convenzionali, delle sperimentazioni. Se quella che lega il «Corriere» alla poesia è una lunga relazione d’amore, come scrive Antonio Troiano nella sua Postfazione, Arrivano i barbari ne è un ulteriore capitolo, che festeggia i 150 anni del quotidiano mantenendo accesa, alla stessa temperatura, questa passione antica




mercoledì 11 febbraio 2026

Celluloid Saint for Sofia Loren by Stefano Donno

 1. Celluloid Saint 

The lens arrives hungry.
First the shoulder, then the sway—
a coastline refusing the page.
Pozzuoli’s ash still clings
to the arches of her feet
even in satin. She walks
as if the war owed her
every red carpet since.
In black and white she mothers
through teeth of history,
claws hidden in the cradle.
In color she strips
the performance bare,
laughing smoke over ruins.
The camera eats.
She eats back.
Leaves tooth marks on the reel.
Now the nitrate fades
but she does not.
Silver in the hair,
volcano in the eyes—
still erupting,
still warm.
2. Negative Space She is the negative from which the century developed its desire.A body drawn in curves that refuse the straight line of progress: hips like the Amalfi road after rain, dangerous and inevitable. From the rubble she salvaged this silhouette, dressed it in Dior, taught it to speak English with a throat full of Naples.In Two Women the Madonna learns how to bite. In Marriage Italian Style the wife becomes the director. Always she returns the gaze—those eyes, dark wells where every spectator drowns willingly.Time has pixelated the old stock, turned silver to code, yet she remains analog, warm, flesh that remembers hunger. At the edge of the frame she lingers, a single frame that outlives the entire film.Beauty, she once said, is how you feel inside and it shows in the eyes.
So the eyes remain.
Still burning.
Still watching us watch her.





L’Europa e l'illusione della Competitivita "per decreto" - ecco cosa ne penso

C’è un paradosso che attraversa i corridoi di Bruxelles: l'idea che per rendere un continente competitivo basti scrivere una direttiva più lunga della precedente o convocare un Consiglio Europeo straordinario con un titolo altisonante. Ma la realtà, quella che si misura sui mercati globali e nei bilanci delle aziende, ci dice l'esatto contrario. La competitività non è un atto legislativo; è un ecosistema. E l'Europa, al momento, sembra più impegnata a potare l'albero che a nutrirne le radici.

Il mito della regolamentazione salvifica

Mentre gli Stati Uniti corrono con l’Inflation Reduction Act e la Cina domina la catena del valore delle tecnologie green attraverso sussidi massicci e controllo delle materie prime, l’Europa risponde con la sua arma preferita: la regolamentazione. Siamo diventati i primi della classe nel dare regole a mercati che, spesso, non abbiamo nemmeno creato (si pensi al settore tecnologico e dell'IA).

Tuttavia, normare un settore prima che questo possa svilupparsi sul suolo domestico è come mettere i limiti di velocità su una strada che non è ancora stata asfaltata. Il risultato? I capitali fuggono dove l'incertezza normativa è minore e il supporto all'innovazione è più concreto.

L’energia come tallone d’Achille

Non si può parlare di competitività senza affrontare il costo dei fattori produttivi. Il divario energetico tra le due sponde dell'Atlantico non è solo un dato statistico, è una condanna per l'industria pesante europea. Finché il costo dell’energia in Europa resterà strutturalmente superiore a quello dei nostri competitor, ogni discorso sulla "leadership industriale" rimarrà pura retorica da convegno. La transizione ecologica è un obiettivo nobile e necessario, ma se non è accompagnata da una strategia di sicurezza energetica che tuteli i costi per le imprese, rischia di trasformarsi in un processo di deindustrializzazione assistita.

Il capitale che manca (o che scappa)

Un altro nodo cruciale è l'integrazione dei mercati dei capitali. È frustrante osservare come il risparmio europeo finisca spesso per finanziare l'innovazione americana perché non esistono strumenti di investimento continentali abbastanza fluidi e integrati. Senza un’unione dei mercati dei capitali (la tanto discussa Capital Markets Union), le nostre startup continueranno a guardare a New York per la quotazione, portando con sé brevetti, talenti e gettito fiscale.

Una nuova visione politica

Per invertire la rotta, serve un cambio di paradigma mentale. La politica europea deve smettere di agire come un arbitro severo in una partita dove i suoi giocatori sono esausti. Serve:

  • Meno burocrazia, più strategia: Semplificare non significa deregolamentare selvaggiamente, ma rendere le norme prevedibili e meno opprimenti per le PMI.

  • Investimenti comuni: Senza un "braccio finanziario" comune, la frammentazione tra stati membri più forti (che possono permettersi aiuti di stato) e quelli più deboli finirà per distruggere il mercato unico dall'interno.

  • Realismo Geopolitico: Riconoscere che la competizione globale oggi è una lotta per l'autonomia strategica.

In sintesi, la competitività non si ottiene chiedendola gentilmente nei documenti programmatici. Si ottiene creando le condizioni affinché chi vuole fare impresa in Europa non si senta un eroe che lotta contro il sistema, ma un motore sostenuto dal sistema stesso. Il tempo dei consigli formali è scaduto; è il momento di decidere se vogliamo essere un museo regolamentato o un laboratorio pulsante di futuro.

(Stefano Donno) 




Zen Buddhistic Poems ‐ Poesie buddiste zen di Dongho Choi ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Zen Buddhistic Poems

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Roberto De Zerbi ‘LEAVES Marseille with immediate effect’ just as pressure mounts on Brighton manage

 

TOTTENHAM WILL GET RELEGATED IF THEY DON’T SACK THOMAS FRANK!

 

JUVENTUS. PRIMO AMORE - Al cinema il 16, 17 e 18 febbraio - TRAILER

 

Giornale di uno straniero a Parigi di Curzio Malaparte (Adelphi)

 Dal sogno di una seconda patria alla lacerante solitudine di chi è straniero in due patrie.

«Che è, che è, che brucia laggiù, che splende laggiù, che abbaglia laggiù, in fondo all’orizzonte? No, non è una nuvola che apre il suo grembo, che disseta la terra, una nuvola bianca di primavera. Non è un fiume, né un vetro di finestra, né un incendio di un pagliaio. No, non è il bagliore dell’occhio di un cavallo, del sorriso di una ragazza, dell’ala di un’allodola. È la faccia di Dio. È la terribile faccia di Dio. È il bagliore fermo, immobile, immutabile, e triste, e cattivo, che è nella faccia di Dio. È la faccia di Dio nella sua nudità più assoluta».


Nel giugno del 1947 Malaparte torna a Parigi dopo quattordici anni: non di assenza ma «d’esilio», precisa, come se la Francia fosse per lui una seconda patria. Una patria anzitutto letteraria: non a caso lo scrittore moderno che sente più vicino è Chateaubriand, di cui condivide i gusti, l’indole, i sentimenti, le inclinazioni – e la profonda malinconia: «È in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese». Non si tratta però solo di inclinazioni letterarie: «Ogni volta che attraverso la frontiera francese,» confessa «respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo, e sicuro». È un’intera civiltà ad attirarlo irresistibilmente: la modernità «raffinatissima e intransigente» dell’età di Luigi XV, fiduciosa nell’«uomo perfetto»; la follia «fredda, chiara» di Cocteau e Giraudoux, che correggono con l’immaginazione quanto di troppo cartesiano c’è nello spirito francese; il colore del cielo di Parigi, degli alberi e dell’acqua della Senna, che Madame Schiaparelli sa catturare nelle sue stoffe. Ma il giornale di Malaparte è un racconto attorno a un «io» destinato al naufragio, in un’epoca che non gli appartiene più. I salons dove intreccia conversazioni con scrittori, gente di teatro, artisti e diplomatici sono ormai solo un riverbero del passato. I quattordici anni trascorsi hanno scavato un solco: nello sguardo di Mauriac, Malaparte coglie ora un oscuro rimprovero, e in quello di Camus incomprensione se non odio. È lo scotto che deve pagare in quanto italiano, e sospetto di collaborazionismo. Intorno a lui ormai serpeggia la convinzione «che soltanto i Francesi abbiano lottato per la libertà»: il sogno di una patria ideale non ha retto all’impatto della Storia, e ha lasciato posto alla lacerante solitudine di chi si scopre straniero in due patrie




martedì 10 febbraio 2026

Lost Alleys ‐ Viali perduti di Kooseul Kim (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Lost Alleys

Viali Perduti di Kooseul Kim

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Ogni "viale" descritto è una riflessione sulla perdita, la ricerca e la riscoperta di sé.

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