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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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giovedì 30 ottobre 2025

Giustizia, la Riforma Sbagliata: Separare per Comandare Meglio? - ecco cosa ne penso

 La politica italiana vive di ETERNI RITORNI. Come una cometa che torna a intervalli regolari, riappare nel dibattito pubblico la "madre di tutte le riforme": quella della Giustizia. E, come sempre, la discussione si avvita non sui problemi reali del sistema — la lentezza esasperante dei processi, la carenza cronica di organico, la digitalizzazione a singhiozzo — ma su un'ossessione che sa di regolamento di conti: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Ancora una volta, ci viene presentata una presunta rivoluzione copernicana ammantata dalle migliori intenzioni. Ce lo dicono in tutti i modi: serve a garantire la "terzietà" del giudice, a creare un processo "ad armi pari", a smantellare un presunto "strapotere" delle procure. Parole d'ordine affascinanti, perfette per i titoli dei telegiornali. Ma un giornalista ha il dovere di grattare la vernice della propaganda.

E cosa troviamo sotto questa vernice? Troviamo il sospetto, neanche troppo velato, che l'obiettivo non sia una giustizia più efficiente, ma una magistratura più debole.

Analizziamo il punto focale: la separazione delle carriere. Si insiste sul fatto che pubblico ministero e giudice debbano essere due figure distinte, appartenenti a carriere diverse. Formalmente, lo sono già. Ma la narrazione politica vuole dipingere il PM come un "quasi-giudice" che influenza il vero giudice, in una sorta di "familiarità" che inquinerebbe il processo. È una tesi debole.

La verità è che separare le carriere in modo netto, magari creando due diversi Consigli Superiori (uno per i giudici, uno per i PM), rischia di produrre un effetto devastante. Il pubblico ministero, slegato dalla cultura giurisdizionale comune e dalla garanzia di indipendenza che (pur con tutte le sue storture) il CSM unico rappresenta, rischierebbe di diventare qualcosa di molto diverso: un super-avvocato dell'accusa, potenzialmente più sensibile alle direttive del potere esecutivo.

È questo che vogliamo? Un'accusa che risponde, anche indirettamente, alla politica? La storia del nostro Paese, da Tangentopoli in poi, dovrebbe insegnarci che l'indipendenza del PM — che in Italia, ricordiamolo, ha l'obbligo costituzionale dell'azione penale — è il primo argine contro la corruzione e l'abuso di potere.

La critica si estende inevitabilmente alla riforma del CSM. Si parla di sorteggio per combattere il "correntismo", ma il sorteggio (o "sorteggio temperato") è solo un altro modo per evitare il problema reale: la politicizzazione della magistratura associata. L'attuale crisi del CSM non si risolve con l'alea della sorte; si risolve con una riforma seria dei criteri elettorali e, soprattutto, restituendo centralità alla professionalità e al merito, non all'appartenenza.

Il sospetto, forte e sgradevole, è che questa intera impalcatura non serva a dare risposte ai cittadini che aspettano una sentenza da dieci anni. Serve a mandare un messaggio a quella parte della magistratura considerata "ostile" dalla politica. È una riforma punitiva, che confonde l'efficienza con il controllo.

Invece di separare le carriere, separiamo le ossessioni della politica dai bisogni reali del Paese. Vogliamo processi più rapidi? Assumiamo cancellieri, investiamo in infrastrutture, semplifichiamo le procedure. Volere un PM "separato" suona, oggi più che mai, come il desiderio di un PM "addomesticato". E una giustizia addomesticata non è più giustizia: è solo l'anticamera dell'arbitrio. (Stefano Donno)




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