Se qualcuno pensava che la retorica di Donald Trump sul "comprare la Groenlandia" fosse solo una boutade estiva del suo primo mandato, o che l'interesse per il Venezuela fosse limitato a una vaga crociata contro il socialismo, è tempo di ricredersi. Le recenti indiscrezioni, che vedono il tycoon insistere su una priorità americana assoluta sul greggio di Caracas e sul controllo dell'isola artica danese, non sono i capricci di un miliardario: sono il manifesto della sua dottrina estera. Una dottrina che potremmo definire "Geopolitica Immobiliare".
Leggendo tra le righe delle intenzioni riportate anche da Il Sole 24 Ore, emerge un disegno chiarissimo, spogliato di ogni ipocrisia diplomatica. Per Trump, il mondo non è una comunità di nazioni unite da trattati e valori condivisi, ma un vasto mercato di asset sottovalutati o mal gestiti, pronti per essere acquisiti o sfruttati dal miglior offerente. E quell'offerente devono essere gli Stati Uniti.
Prendiamo il Venezuela. L'insistenza sul petrolio venezuelano segna un ritorno brutale alla Dottrina Monroe, ma in versione 2.0. Non si tratta più (o non solo) di proteggere l'emisfero occidentale dalle influenze straniere, ma di assicurarsi che le risorse energetiche del "cortile di casa" alimentino il motore americano. Trump guarda a Caracas e non vede una crisi umanitaria o una dittatura da smantellare per ideali democratici; vede un "asset distressed", un'azienda fallita seduta su un mare di oro nero che, nella sua ottica, "appartiene" alla sfera di influenza di Washington per diritto di potenza. È una visione puramente transazionale: la democrazia è un optional, il barile è la sostanza.
E poi c'è la Groenlandia. L'idea di acquistarla dalla Danimarca aveva suscitato ilarità nelle cancellerie europee qualche anno fa. Ma a ben guardare, l'interesse di Trump è freddamente razionale. In un mondo che si riscalda, l'Artico sta diventando la nuova frontiera strategica per le rotte commerciali e le risorse minerarie rare, contese da Russia e Cina. Trump applica la logica del real estate alla sicurezza nazionale: perché negoziare alleanze complesse quando puoi semplicemente comprare il territorio strategico? È un approccio che ignora, con una certa arroganza imperiale, il concetto di autodeterminazione dei popoli e la sovranità degli alleati storici (la Danimarca è un membro NATO, non un venditore immobiliare), ma che risuona potentemente con la base elettorale dell' "America First".
Ciò che preoccupa, o affascina a seconda dei punti di vista, è la coerenza di questa visione. Trump sta dicendo al mondo che sotto la sua guida non ci saranno "regali". La protezione americana, le partnership economiche, le alleanze: tutto avrà un prezzo tangibile.
Siamo di fronte alla fine del Soft Power americano inteso come persuasione culturale e morale, sostituito da un Hard Power commerciale. Trump non vuole essere il "poliziotto del mondo", vuole esserne il proprietario, o quantomeno l'azionista di maggioranza. Se l'Europa e il resto del mondo pensano di poter gestire queste pretese con i vecchi strumenti della diplomazia classica, rischiano un brusco risveglio. Perché quando Trump mette gli occhi su un "immobile", raramente accetta un no come risposta definitiva.
La domanda non è se queste idee siano realizzabili — la Danimarca non venderà, e il Venezuela resta un ginepraio — ma come cambierà l'ordine globale quando la superpotenza egemone inizia a trattare la geopolitica come una trattativa per un grattacielo a Manhattan. (Stefano Donno)
Nessun commento:
Posta un commento