Leggendo il pezzo di Repubblica di oggi, 9 febbraio 2026, viene un nodo alla gola. Leopoli – Leopoli, la perla culturale dell’Ucraina occidentale, la città che per milioni di ucraini e di europei è sempre stata sinonimo di caffè storici, architettura asburgica e quel senso di normalità che resisteva nonostante tutto – è finita al buio. Non solo per qualche ora: intere zone della città e dell’oblast sono senza corrente, e con loro le strutture sciistiche dei Carpazi, i centri turistici, gli alberghi che in questi anni avevano provato a tenere in piedi un pezzo di economia e di anima del Paese.Non è un incidente. È un raid russo mirato alle infrastrutture energetiche che, come effetto collaterale (o forse voluto), ha spento le luci anche dove la guerra sembrava ancora lontana.Una strategia fredda, calcolata, invernaleDa mesi Mosca ha spostato il baricentro degli attacchi sulla rete elettrica ucraina. Non è più solo Kharkiv o Zaporizhzhia sotto tiro: ora tocca sistematicamente all’ovest. L’obiettivo è chiaro a chiunque segua il conflitto con lucidità: rendere la vita impossibile durante il periodo più freddo dell’anno. Senza luce, senza riscaldamento, senza acqua corrente stabile, la popolazione civile si logora. I rifugiati che erano tornati a ovest per sentirsi più sicuri ora si trovano di nuovo esposti. I turisti – pochi, ma simbolici – spariscono. Le strutture sciistiche spente significano posti di lavoro persi, stagioni rovinate, un segnale che nemmeno l’economia “di retrovia” è al riparo.È una forma di guerra psicologica sofisticata. Putin non ha bisogno di conquistare Leopoli per farla soffrire. Gli basta dimostrare che nessun luogo in Ucraina è veramente sicuro, nemmeno a pochi chilometri dal confine polacco. È il messaggio rivolto sia agli ucraini («resistete, ma a che prezzo?») sia all’Occidente («vedete? I vostri aiuti non bastano a proteggerli»).Il significato politico profondoQuesto attacco ha un forte valore simbolico. Leopoli non è solo una città turistica: è la capitale morale dell’Ucraina occidentale, il cuore del nazionalismo ucraino moderno, il luogo dove si sono formate molte delle élite politiche e culturali che sostengono la resistenza. Colpirla significa dire: «Vi raggiungiamo ovunque».Nello stesso tempo, è un messaggio di disprezzo verso l’Europa. Leopoli è a un passo dall’UE. I raid arrivano fin quasi al confine. È come se Mosca dicesse: «La vostra vicinanza geografica non vi protegge, e la vostra vicinanza politica nemmeno». Un avvertimento nemmeno troppo velato a Varsavia, Bucarest e Bruxelles.Dal punto di vista militare, conferma quello che molti analisti temono da tempo: la Russia ha accettato una guerra di logoramento lunga. Non punta più a grandi avanzate territoriali (almeno per ora), ma a distruggere le basi della resistenza ucraina: energia, industria, morale della popolazione. L’inverno è l’arma. Il freddo fa il resto.Cosa significa per l’Occidente e per ZelenskyPer Volodymyr Zelensky questo è un momento delicatissimo. Deve gestire un Paese esausto, con milioni di persone che vivono con blackout programmati o improvvisi, mentre la diplomazia (i vari round di colloqui di cui si parla in queste settimane) procede a singhiozzo. Ogni nuovo attacco energetico rende più difficile sostenere la narrazione della “resistenza vittoriosa” e più facile, per le voci critiche interne ed esterne, chiedere compromessi.Per l’Europa e gli Stati Uniti è una prova di realtà. Gli aiuti militari ci sono stati, ma evidentemente insufficienti sul fronte della difesa aerea e della resilienza energetica. Patriot, SAMP/T, sistemi antiaerei a corto raggio servono a proteggere le centrali e le sottostazioni. Senza quelli, continueremo a leggere titoli come quello di oggi: «Leopoli al buio».Una guerra che non finisce con i trattatiChi pensa che un eventuale accordo di pace possa semplicemente “spegnere” tutto si illude. Questa offensiva energetica sta creando danni strutturali profondi. Ricostruire la rete ucraina richiederà anni e decine di miliardi. Nel frattempo, la popolazione impara a vivere con il freddo, con le candele, con i generatori. Si abitua alla precarietà. E l’abitudine alla sofferenza è una delle cose più pericolose in un conflitto.Leopoli al buio non è solo una notizia di cronaca. È la dimostrazione che questa guerra è entrata in una nuova fase: non più solo di conquista territoriale, ma di distruzione sistematica della società ucraina. Una fase in cui la linea tra obiettivo militare e sofferenza civile diventa sempre più sottile, fino a scomparire.E noi, dall’altra parte dello schermo, dovremmo chiederci quanto siamo disposti a tollerare questo buio – letterale e metaforico – prima di decidere che la stabilità europea vale il prezzo necessario per fermarlo (Stefano Donno)

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