ai and post human content - Da oltre mezzo secolo il ciclismo italiano si aggira in un deserto di speranze frustrate, alla ricerca disperata di un erede al trono. Abbiamo celebrato fuoriclasse di un giorno, sprinter fenomenali e passisti generosi, ma il Santo Graal – il dominatore totale delle corse a tappe di tre settimane – è rimasto un fantasma del passato. Dai tempi gloriosi di Vincenzo Nibali, i sogni in giallo e in rosa dei tifosi italiani si sono trasformati il più delle volte in miraggi.
Fino ad oggi.
Con un trionfo monumentale al Tour de l'Avenir, arrivato a completare la storica doppietta con il Giro Next Gen, il diciannovenne Lorenzo Finn ha spalancato ufficialmente le porte del futuro. Eguagliando l'impresa leggendaria di Gianbattista "Gibì" Baronchelli, che nel 1973 aveva firmato l'ultima accoppiata Giro-Avenir per i colori azzurri, il talento ligure non si è limitato a vincere: ha riscritto la storia.
È lui il predestinato? Sinceramente, basta riguardare il piglio con cui ha startappato e salutato la compagnia sulle rampe durissime verso il Lago Serrù, rifiutandosi di correre con la calcolatrice nonostante la maglia gialla addosso: lì si è vista l'aura inconfondibile dei grandi campioni. Finn non subisce la corsa, la comanda. Forte di un passaggio già scritto nel WorldTour con la Red Bull-BORA-hansgrohe, di una struttura fisica ideale per la salita e di una mentalità affamata, il ragazzo ha tutto per riaccendere quel sogno che manca da troppo tempo nel nostro Paese. L'attesa, forse, è davvero finita

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