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Sai qual è la tentazione più grande quando si guarda il tabellino di un Milan-Venezia finito 2-0? Fare i pignoli. Dire che il primo tempo è stato un festival di occasioni sprecate (specialmente dai piedi di Gonçalo Ramos, fermato più volte prima della liberazione), che la manovra a tratti è sembrata contratta e che contro avversari più chiusi ci si aspetta subito il rullo compressore.
Perché? Semplice. Le goleade illudono, le sofferenze costruiscono.
Il Milan di Rúben Amorim sta nascendo adesso, tra i cantieri apertissimi di un'idea di calcio ambiziosa, l'emozione fortissima di un San Siro in lacrime e in piedi per Franco Baresi, e la necessità di metabolizzare nuovi automatismi. Nel primo tempo i rossoneri hanno creato tanto ma raccolto zero, sbattendo contro la tensione e la propria frenesia.
Invece no. Questa volta c'è un'altra pasta. C’è la scossa dalla panchina — fondamentale l'ingresso di Alexis Saelemaekers a cambiare inerzia e a pescare il jolly — c'è la pazienza di insistere e c'è la zampata liberatoria di Gonçalo Ramos, che si sblocca e mette subito le cose in chiaro. Poi, il sigillo finale con l'autorete sfortunata di Halhal propiziata dalla verve di Jashari è solo il contorno di un finale in controllo.
Andare a punteggio pieno dopo due giornate (dopo aver sbancato Torino e sofferto a San Siro) significa una cosa sola: questo Milan ha imparato a vincere anche quando le cose non scorrono lisce come l'olio. E te lo dico con l'esperienza di chi sa che gli Scudetti, alla fine di maggio, passano molto più da queste serate di grinta e muscoli che non dalle vittorie per 5-0 che illudono la piazza. La strada è lunga, ma la tempra è quella giusta

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