ai content - Smettiamola di imbalsamare Pasolini. Smettiamola di ridurlo a icona pop o a santino laico da citare per darsi un tono di "corsari" da salotto. A cinquant'anni dalla sua scomparsa, Pier Paolo Pasolini non è ancora stato compreso davvero. Lo abbiamo fatto a pezzi – il suo corpo fisico, quello mentale, quello poetico – e abbiamo scambiato la sua straordinaria complessità per doppiezza.
Ma c’è un libro che finalmente rimette ordine in questo caos, ed è un'opera che scuote le fondamenta della nostra pigrizia intellettuale: “P.P. Pasolini: l’ossimoro vivente” di Donato Di Poce (edito da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno).
Di Poce non scrive una biografia, non scrive un saggio accademico polveroso. Scrive una tesi militante.
In questo saggio, Di Poce ci costringe a guardare nell'abisso di quella che lui chiama "la galassia di CreAttività" pasoliniana. Dalle borgate di Ragazzi di vita all'opera-testamento Petrolio – il "Poema delle stragi" – l'autore smonta l'errore di chi ha visto in PPP una maschera. No, Pasolini era l'incendio che bruciava la menzogna della modernità usando proprio le armi della modernità.
Perché leggere questo libro oggi? Perché, come scrive Donato Di Poce nell’introduzione: “Non abbiamo ancora fatto i conti con P.P. Pasolini”.
Se volete capire perché Pasolini ci dà ancora così fastidio – e perché questo è l'unico motivo per cui dovremmo leggerlo – iniziate da qui.

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