ai and post human content
Ci sono notti in cui il tennis si veste da tragedia greca. Sotto le luci abbaglianti dell'Arthur Ashe Stadium, là dove la storia dello sport si scrive e spesso si smembra, quello che abbiamo visto a New York ha superato i confini della cronaca sportiva per entrare dritti nel territorio della sofferenza umana. Novak Djokovic, il cannibale dei record, l'uomo che ha fatto dell'invulnerabilità fisica e mentale un dogma, ha ceduto. E vederlo crollare così, tra i conati di vomito, i crampi e le lacrime, ci lascia addosso un senso di vuoto difficile da spiegare.
Eliminato al primo turno degli US Open per mano dell'argentino Mariano Navone dopo una maratona di quattro ore e mezza. Un'eternità (7-6, 5-7, 4-6, 6-2, 6-1) che ha segnato la prima uscita all'esordio in uno Slam dopo ben vent'anni. Ma i numeri, stavolta, contano zero. A fare male sono le parole a fine match, scaricate con la cruda onestà di chi sa che il tempo, alla fine, presenta sempre il conto: “Vomito, ho un problema serio. Il mio corpo ha iniziato a cedere. Ho detestato ogni singolo momento passato in campo”.
Vederlo piegato in due, in preda a conati diarroici e di stomaco, assistito da un medico a suon di pastiglie e massaggi alla schiena, ha fatto male a chiunque ami la racchetta, a prescindere dal tifo. Sapevamo che a 39 anni la montagna da scalare era diventata quasi verticale, ma vederla franare in questo modo lascia tramortiti. È la fine di un'era o l'inizio di una riflessione amara sul limite del corpo umano? Una cosa è certa: la grandezza di Nole si è vista anche stavolta, aggrappata a orgoglio puro, capace di vincere il secondo e terzo set pur stando malissimo, prima che la carne dicesse definitivamente basta. E adesso, l'intermezzo più doloroso: il futuro è un punto interrogativo grande come una casa.
Nessun commento:
Posta un commento