Il Profumo del Pesto e il Battito dell'Infinito
Quando la poesia dialettale diventa un caso letterario virale: il trionfo editoriale di Marino Beltrame
LECCE — Nell'epoca in cui la poesia contemporanea rischia spesso di smarrirsi tra gli scaffali accademici o di ridursi a esercizio stilistico autoreferenziale, capita a sorpresa che la voce più autentica e risonante arrivi da un mortaio di basilico e aglio. È il cortocircuito poetico ed esistenziale orchestrato da Marino Beltrame in U pestu e l'infiniu (Il pesto e l’infinito), silloge in dialetto ligure pubblicata da I Quaderni del Bardo Edizioni
Già il titolo, che fa collidere l'alto e il basso, la dimensione domestica e il respiro cosmico, dichiara l'intento dell'autore: da un lato il pesto, segno tangibile della sopravvivenza, del rito familiare e della quotidianità atavica della Val di Quiliano, nel savonese
Beltrame, classe 1956, una vita trascorsa in fabbrica e una laurea in Lettere moderne conquistata nel 1997, maneggia la lingua dei suoi avi – quella sentita nella borgata di Tiassano
Straordinario, in questo impianto, è il dialogo che la poesia intrattiene con la sezione iconografica del volume: le illustrazioni surreali e oniriche di Milena Anfosso – lumache che portano borghi interi sul guscio, castelli sospesi tra terra e mare – creano una sorta di realismo magico ligure, un universo fermo al passato ma proiettato in una dimensione quasi metafisica
È la dimostrazione che la grande letteratura non ha bisogno di grandi palcoscenici metropolitani per farsi universale. Quando il dialetto si fa scavo interiore, capace di legare il profumo di una cucina alla vertigine della morte e della memoria – «in fundu la vitta che conta / è poi una manciata di ore / dove le anime chiamano perdono / per volarsene via, nel cielo, / come polvere»

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