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C’è un’immagine che non riesco a togliermi dalla testa. È la vetrina sulla Fifth Avenue di New York, dove un robot iper-realistico con le fattezze di Yayoi Kusama dipinge pois su un vetro, all'infinito. Occhi sbarrati, movimenti meccanici, nessuna anima. Solo un inquietante manichino programmato per vendere borse di lusso.
È in quel momento, davanti a quel robot grottesco, che l'arte contemporanea ha svelato il suo volto più cinico: abbiamo preso la donna più fragile del mondo dell'arte e l'abbiamo trasformata nel commesso perfetto del nostro supermercato globale.
La recente scomparsa di Kusama ci costringe a guardare in faccia la realtà. La celebriamo come la "Regina dei Pois", l'artistar virale che ha invaso i nostri feed di Instagram, la collaboratrice d'oro di Louis Vuitton. Ma chi era davvero Yayoi prima che le sue zucche diventassero un feticcio per miliardari?
Kusama non ha iniziato a riempire tele di puntini per diventare famosa. Lo ha fatto per sopravvivere. Afflitta fin da giovane da allucinazioni terrificanti, ha usato l'arte come un mantra, un gesto ossessivo e ripetitivo per arginare il panico e non perdere il contatto con la realtà. Le sue famose Infinity Rooms non erano pensate per i selfie; erano il disperato tentativo di dissolvere il proprio ego, di trovare pace scomparendo nell'universo. Era il suo "castello incantato", un rifugio mentale da cui, dal 1977, ha scelto di non uscire più, internandosi volontariamente in una clinica psichiatrica.
E noi, come società, cosa abbiamo fatto? Abbiamo preso la sua terapia e l'abbiamo messa a reddito.
Viviamo in un'epoca che ama le storie di dolore, purché siano impacchettate con un bel fiocco e facili da consumare. Abbiamo ignorato l'angoscia dietro ogni singolo pois per concentrarci sull'estetica pop. Da creatrice di universi salvifici, Yayoi è stata degradata a marchio di fabbrica. Dal castello incantato agli scaffali dorati dei negozi, il passo è stato scandito dai milioni di dollari delle aste e dalle collaborazioni di moda.
Il problema non è Yayoi Kusama. La sua coerenza, la sua potenza visiva e il suo dramma le garantiscono un posto di diritto nell'Olimpo della storia dell'arte. Il problema siamo noi. È questo nostro tempo senz'anima che non sa più distinguere tra la carne viva di un artista e un gadget da mettere in mostra.
Addio, Yayoi. Spero che, ovunque tu sia ora, l'infinito sia finalmente silenzioso, e senza cartellini del prezzo.

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