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lunedì 24 novembre 2025

Strumenti dal mondo, teatro e favole toscane: Il camper delle Berve

🔴 INTER MILAN in Diretta! Live reaction Serie A [NO Streaming]

Film bestiali. Noi e gli animali del nostro cinema: cosa ci dicono, cosa simboleggiano, come lo fanno di Alessandro Fiesoli (Graphe.it)

Divertimento, sorpresa, compassione, rabbia, terrore: gli stati d’animo che si possono suscitare mostrando un animale sullo schermo sono illimitati, ma quali sono le modalità che registi e sceneggiatori utilizzano per farlo? E per veicolare quali concetti? Questo libro non è, come si potrebbe sospettare, un catalogo di film che parlano di belve e di cuccioli; si tratta piuttosto di un invito a interpretare il nostro mondo attraverso un filtro capace di rendere nitidi i significati nascosti dei film che evocano il regno animale, da Cocainorso a The lobster, da Ratatouille a Lamb. Grazie a quest'ottica inedita scopriamo che lungo i percorsi della Settima arte si aprono scenari inesplorati e sorprendenti, da cui è possibile osservare il modo in cui mettiamo in scena attraverso la bestia temi ingombranti come le trasformazioni delle nostre città, le tentazioni della giustizia privata, la crisi del maschio moderno, le conquiste del femminile, la maternità e i rapporti famigliari. In questo modo il testo diventa una lente al servizio dello spettatore contemporaneo: offre un'occasione che sta a noi cogliere, curvare e applicare alle nostre stesse visioni. Gli animali al cinema non sono solo comparse: diventano potenti simboli per raccontare emozioni, conflitti e cambiamenti della società. In Film bestiali, Alessandro Fiesoli ci guida in un viaggio tra pellicole come Cocainorso, The Lobster, Ratatouille e Lamb, svelandone i significati nascosti. Attraverso una lente originale, il libro esplora temi universali come la giustizia, le trasformazioni urbane, la maternità e i rapporti famigliari. Un invito a scoprire nuove prospettive nel nostro rapporto con il cinema e con il regno animale




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domenica 23 novembre 2025

Dal più grande e amato poeta giapponese moderno, un viaggio intimo e senza filtri nel cuore di un amore assoluto.

 Alla donna (女に) non è una semplice raccolta di poesie, ma la cronaca in versi di un amore travolgente: quello tra Tanikawa Shuntarō (1931-2024) e la sua terza moglie, Sano Yōko. Attraverso 36 componimenti, Tanikawa mette a nudo la sfera più privata della loro relazione – l'incontro, l'innamoramento, la vita quotidiana – con una sincerità disarmante, discostandosi dal suo tipico "vissuto immaginario" per abbracciare una realtà sentimentale ed emotiva palpabile


Questa preziosa edizione bilingue, curata da Diego Martina per I Quaderni del Bardo Edizioni, offre un'esperienza di lettura unica e immersiva, presentando il testo originale giapponese a fronte. Permette non solo di apprezzare la musicalità dei versi di Tanikawa, ma anche di approfondire lo studio della lingua giapponese attraverso la penna di uno dei suoi massimi esponenti. La raccolta assume un potente significato: diventa la testimonianza di un amore che trascende la biografia, proiettato in un tempo infinito dove le anime sono destinate a ritrovarsi. Un'opera che esplora il concetto giapponese di kairōdōketsu (偕老同穴): invecchiare insieme e condividere la stessa tomba, un destino sognato che la poesia rende eterno. Si tratta dell’opera del maggiore esponente della poesia giapponese moderna, vincitore di premi prestigiosi come l'American Book Award e la Corona d'oro al Festival della poesia di Struga. Un libro imperdibile per gli amanti della grande poesia, per chi studia la lingua e la cultura giapponese e per chiunque creda nella forza di un amore indissolubile.


INFO LINK 




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Ginevra 2025: Il ballo delle ombre e l'amaro calice della Realpolitik - ecco cosa ne penso

C’è un silenzio diverso oggi sulle rive del Lago Lemano. Non è la quiete diplomatica a cui la Svizzera ci ha abituati per decenni, ma il silenzio pesante, quasi soffocante, di chi trattiene il respiro prima dello schianto o della salvezza. Dopo quasi quattro anni di trincee fangose, droni kamikaze e retorica incendiaria, i negoziati sull’Ucraina sono ufficialmente iniziati. Finalmente, direbbero gli ottimisti. Troppo tardi e con troppe incognite, sussurrano i realisti.

Mentre leggete queste righe, i rappresentanti di Kiev sono seduti di fronte ai delegati dell'Unione Europea. La narrazione ufficiale parla di "sostegno incrollabile" e "garanzie di sicurezza". Ma chi conosce i corridoi di Bruxelles sa che la musica è cambiata. L’Europa del 2025 non è quella del 2022. È un continente stanco, segnato da crisi economiche interne e da un'opinione pubblica che, pur simpatizzando con l'aggredito, guarda con terrore al proprio portafoglio e alla stabilità energetica. L'incontro di oggi non serve a ribadire l'ingresso nell'UE — quello è il fumo — ma a definire il prezzo dell'arrosto: quanto territorio, quanta sovranità e quanto orgoglio Kiev dovrà ingoiare per fermare il tritacarne?

Ma il vero elefante nella stanza — o meglio, i due leoni nella savana — non sono a questo tavolo. La vera partita, quella cinica e brutale che deciderà le sorti dell'Est Europa, si giocherà lunedì, lontano dagli occhi lucidi dei delegati europei. Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan si incontreranno. Di nuovo.

Il "Sultano" turco si conferma, ancora una volta, l'unico vero vincitore diplomatico di questo conflitto infinito. Mentre l'Occidente si arrovellava su sanzioni e forniture, Ankara ha mantenuto aperto il canale, lucrando sulla sua posizione di ponte. L'incontro Putin-Erdoğan non sarà un tè tra amici, ma una spartizione di sfere d'influenza. Putin arriva a questo vertice con la consapevolezza che il tempo ha giocato a suo favore: ha scommesso sulla stanchezza dell'Occidente e, tragicamente, sembra aver avuto ragione. Non cerca una pace giusta; cerca una pace che ratifichi lo status quo, una "vittoria" da vendere al suo fronte interno.

L'Europa, in questo scenario, rischia di essere ridotta al ruolo di notaio pagante. Finanzieremo la ricostruzione di ciò che resterà dell'Ucraina, mentre le linee di confine verranno tracciate altrove, tra Mosca e Ankara, forse con un cenno distratto di Washington.

Quello che sta accadendo a Ginevra non è la fine della storia, né il trionfo della democrazia. È il ritorno prepotente della Realpolitik del XIX secolo, vestita con abiti moderni. Kiev si trova di fronte alla scelta più dolorosa della sua storia: sacrificare una parte del proprio corpo per salvare l'anima, o continuare a sanguinare fino al collasso sperando in un miracolo che il 2025 non sembra promettere.

Guardiamo a Ginevra con speranza, certo. Ma una speranza gelida, priva di illusioni. Perché se la guerra sta forse finendo, la pace che si profila all'orizzonte ha un sapore metallico, e non è quello della libertà, ma del compromesso necessario.

(Stefano Donno)




Non è solo un Eroe, è uno di Noi: Perché Spider-Man è l'Icona Definitiva del XX Secolo (e oltre)

 Dimenticate per un attimo i miliardari con armature high-tech. Mettete da parte gli alieni divini con mantelli rossi e le amazzoni indistruttibili. Se c'è un volto — o meglio, una maschera — che definisce cosa significa essere un eroe nella modernità, quel volto appartiene a un ragazzo del Queens con problemi di affitto, una vita sentimentale disastrosa e un senso di colpa schiacciante.

Stiamo parlando di Peter Parker. Stiamo parlando di Spider-Man.

A oltre 60 anni dal suo debutto su Amazing Fantasy #15 (agosto 1962), l'Uomo Ragno non è invecchiato di un giorno. Al contrario, è diventato il mito fondante della cultura pop globale. Ma perché, tra migliaia di superesseri, è proprio il Tessiragnatele a tenerci incollati alle pagine e agli schermi? La risposta è semplice e disarmante: Spider-Man siamo noi.


La Genesi: Il Miracolo di Lee e Ditko

Quando Stan Lee propose l'idea di un eroe basato su un ragno, il suo editore Martin Goodman rise. "I ragni fanno schifo alla gente, Stan" disse. "E poi, un eroe adolescente? I teenager sono le spalle, non i protagonisti."

Goodman non aveva capito nulla. Lee, insieme alla matita nervosa e gotica di Steve Ditko, creò l'antitesi del supereroe classico. Peter Parker non era un semidio sceso dall'Olimpo. Era un nerd occhialuto, bullizzato, socialmente inetto, che ottiene poteri incredibili per puro caso.

"Chiunque può indossare la maschera. Tu puoi indossare la maschera. Se non lo sapevi prima, spero che tu lo sappia ora." — Miles Morales, Spider-Man: Into the Spider-Verse

Il genio visivo di Ditko fu coprire Peter completamente. Nessun mento scoperto, nessun colore della pelle visibile, nessun capello biondo perfetto. Quando indossa quel costume rosso e blu, Spider-Man non ha etnia, non ha status sociale. È un simbolo puro.

Il Peso della Responsabilità: La Lezione di Zio Ben

Ciò che rende Spider-Man unico non è la forza proporzionale di un ragno o il "senso di ragno" (che resta una delle invenzioni più geniali dei comics). È il motore delle sue azioni.

Batman combatte per vendetta. Superman combatte perché è la sua natura virtuosa. Wonder Woman combatte per dovere. Spider-Man combatte per colpa.

La morte di Zio Ben è il peccato originale di Peter Parker. Non è morto perché Peter non era abbastanza forte; è morto perché Peter, per un attimo di egoismo, ha scelto di non agire. La massima "Da un grande potere derivano grandi responsabilità" non è uno slogan da cartolina; è una condanna. È il motivo per cui Peter si rialza sempre, anche quando ha le costole rotte, anche quando Gwen Stacy cade, anche quando il mondo gli crolla addosso. La sua eroicità nasce dal fallimento, e non c'è nulla di più umanamente potente di questo.

La Galleria dei Nemici: Specchi Deformanti

Un eroe si misura dai suoi avversari, e la Rogues Gallery di Spidey è seconda solo a quella di Batman. Ma mentre i nemici di Batman attaccano la sua psiche, i nemici di Spider-Man attaccano la sua vita privata.

  • Green Goblin (Norman Osborn): Il padre surrogato tossico. Rappresenta il potere senza moralità, l'opposto di Zio Ben.

  • Doctor Octopus: L'intelletto geniale corrotto dall'arroganza, ciò che Peter potrebbe diventare se perdesse la sua umiltà.

  • Venom: L'ombra oscura. La tentazione di lasciarsi andare agli impulsi più violenti, di smettere di essere il "buon vicino".

Ogni pugno scambiato con questi villain non è solo una lotta fisica, ma un conflitto emotivo. Peter non combatte mostri anonimi; combatte i suoi mentori, i suoi amici, le sue paure.

L'Eredità Infinita: Il Ragnoverso

Oggi, Spider-Man non è più solo Peter Parker. L'introduzione di Miles Morales e il concetto di Spider-Verse hanno cementato l'idea che l'Uomo Ragno sia un concetto universale. Miles ha portato una nuova prospettiva, una nuova cultura e nuove sfide, dimostrando che l'archetipo del "ragazzo qualunque con poteri straordinari" è flessibile ed eterno.

Che si tratti del Peter maturo e stanco, della Gwen Stacy alternativa o del giovane Miles, il cuore resta lo stesso: la lotta per bilanciare la vita ordinaria con doveri straordinari. È la metafora perfetta della crescita, del passaggio all'età adulta, del tentativo di fare la cosa giusta in un mondo caotico.

Perché Abbiamo Ancora Bisogno di Lui

In un'epoca di cinismo, Spider-Man rimane un faro di speranza sincera. Non è un eroe che guarda gli umani dall'alto in basso. Lui è lì, in metropolitana con noi. Fa la fila alle poste. Si preoccupa di non deludere zia May.

Spider-Man è la promessa che, non importa quante volte la vita ci butti a terra, noi abbiamo la capacità — e la responsabilità — di rialzarci.

Ecco perché, tra cento anni, quando le armature di ferro saranno arrugginite e i mantelli logorati, vedremo ancora quella silhouette snella volteggiare tra i grattacieli. Perché finché ci sarà qualcuno che cerca di fare del suo meglio nonostante tutto, ci sarà sempre un Spider-Man




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sabato 22 novembre 2025

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La Sentenza del Bosco: Quando la Normatività Soffoca il Diritto alla Differenza Educativa - ecco cosa ne penso

 La notizia dell'allontanamento cautelare dei tre minori, figli della famiglia che da tempo aveva scelto una vita "off-grid" nei boschi del Chietino, ha riacceso un dibattito antico quanto la civiltà stessa: dove finisce la libertà educativa dei genitori e dove inizia il dovere di tutela dello Stato?

Il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila, agendo in base alle segnalazioni e dopo un primo episodio di intossicazione, non ha fondato il suo provvedimento principalmente sul mancato diritto all'istruzione (che pare fosse garantita tramite homeschooling e, secondo la difesa, con insegnante privata), bensì sul "pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione", articolo 2 della Costituzione, ritenuto "produttivo di gravi conseguenze psichiche ed educative".

Qui risiede il nocciolo della questione, un punto nevralgico che va affrontato con rigore pedagogico, non con la semplice logica del "buon padre di famiglia" o del "sentito comune".

La motivazione del giudice, che paventa effetti negativi sullo sviluppo del bambino derivanti dalla "deprivazione del confronto fra pari in età da scuola elementare", è una lettura che, pur legittima in un'ottica di omologazione sociale, ignora la pluralità dei modelli educativi e la natura stessa dello sviluppo umano.

È un fatto scientifico che la socializzazione sia cruciale, ma è doveroso chiederci: la sola socializzazione mediata dall'istituzione scolastica tradizionale è l'unica via per garantire il pieno sviluppo?

  • Il Contesto Alternativo: Crescere in simbiosi con la natura, in un ambiente di autosufficienza, offre ai minori competenze (l'autonomia, la resilienza, la conoscenza diretta dell'ambiente) che la scuola urbana raramente può replicare. Questa non è deprivazione; è immersione in un altro tipo di cultura e di apprendimento.

  • La Pedagogia del Rischio e dell'Avventura: Le migliori teorie pedagogiche moderne (da Freinet a Forest School anglosassoni) esaltano il valore formativo del contatto diretto con l'ambiente naturale e persino di un certo grado di "rischio calcolato" nell'esplorazione. Un modello di vita isolato non è automaticamente sinonimo di deprivazione relazionale, specie se il nucleo familiare è solido e i genitori sono intenzionalmente presenti.

È incontestabile che lo Stato abbia il dovere di intervenire quando si ravvisano rischi certi e oggettivi per l'incolumità fisica e psichica del minore (come un'igiene precaria, una nutrizione insufficiente o, nel caso specifico, una potenziale negligenza nell'episodio dell'intossicazione da funghi, da chiarire). Ma l'allontanamento, la misura più traumatica dopo il carcere, è giustificato dalla sola diversità dello stile di vita o dalla presunta assenza di parità relazionale?

Questa sentenza rischia di configurarsi come una perimetrazione eccessivamente rigida di ciò che è "normale" e "accettabile" dal punto di vista pedagogico. Sancisce di fatto che l'isolamento geografico e la scelta radicale di vita alternativa siano di per sé un fattore di rischio psicologico sufficiente a recidere il legame familiare.

Come esperti di welfare, sappiamo che l'allontanamento, anche se temporaneo e con la madre, è un evento altamente stressante. La trauma è certo, il danno presunto. La sfida per i Servizi Sociali e per la comunità educativa che ospiterà i bambini non sarà solo l'osservazione, ma la necessità di mediare tra la loro cultura "naturale" e quella "istituzionale", minimizzando la lacerazione emotiva.

L'Italia, come molte democrazie occidentali, si fonda sulla diversità e sulla libertà di scelta. Finché i diritti fondamentali (salute, sicurezza, istruzione) sono garantiti, la scelta dei genitori di vivere fuori dagli schemi convenzionali dovrebbe essere tutelata, non punita. Se un bambino ben nutrito, intellettualmente stimolato e amato è sottratto ai suoi affetti per un presunto deficit di "vita di relazione standard", ci si chiede se non si stia sacrificando l'autonomia familiare sull'altare di una pedagogia statalista e conformista.

L'auspicio è che la fase di osservazione sia un processo di comprensione e non di conversione forzata, riconoscendo che l'eccentricità non è patologia e che la "vita di relazione" può fiorire anche lontano dall'asfalto, sotto la chioma degli alberi. (Stefano Donno)






L'Armatura Rivoluzionaria: Perché Iron Man è il Leonardo Da Vinci della Marvel

 Tony Stark. Miliardario, playboy, filantropo... e un genio ingegnere il cui cuore metallico è tanto fragile quanto l'ego che proietta. Iron Man non è solo un vendicatore; è una leggenda vivente che incarna la tensione tra l'ingegno umano e le sue conseguenze etiche. Scordatevi i poteri mistici o le mutazioni genetiche: l'eroismo di Stark è forgiato in acciaio e silicio, rendendolo l'eroe più accessibile e, allo stesso tempo, più complesso della Casa delle Idee.

⚡️ La Genesi: Un Inizio Rivoluzionario

L'esordio di Iron Man non fu un caso. Creato da Stan Lee, Larry Lieber, Don Heck e Jack Kirby in Tales of Suspense #39 (Marzo 1963), la sua nascita era direttamente legata al clima della Guerra Fredda.

💡 Il Dettaglio che Fa la Differenza: Stan Lee voleva creare un eroe che il pubblico avrebbe dovuto odiare per poi, incredibilmente, imparare ad amare. Stark era l'incarnazione del capitalismo e della difesa americana, l'esatto opposto degli ideali contro-culturali che stavano emergendo. La sua armatura iniziale, goffa e grigia, era letteralmente un polmone d'acciaio che lo teneva in vita dopo essere stato ferito da una scheggia di granata: l'origine del potere era un segno di vulnerabilità e mortalità.

Questo conflitto interiore, in cui la sua arma più potente è anche il suo sostegno vitale, ha gettato le basi per tutta la sua futura complessità narrativa.

L'Evoluzione dell'Armatura: Un Trionfo Tecnologico

Parlare di Iron Man significa parlare delle sue armature. Ogni tuta è un capitolo della sua vita, un riflesso del suo stato mentale e delle minacce che affrontava.

Nome ArmaturaPeriodo StoricoInnovazione ChiaveSignificato Narrativo
Mark I (Gry/Oro)1963 - 1979 ca.Transistor, Repulsori inizialiSopravvivenza e difesa pura.
Armatura Modulare (Rosso/Oro)1979 ca. - 1993Design classico e aerodinamicoL'era di Tony Stark come Supereroe ufficiale.
Armatura Bleeding EdgePost SiegeNanotecnologia, Tuta liquida e coscienteFusione totale tra uomo e macchina.
Armatura Godkiller (Model 51)RecenteTuta multi-dimensionale, poteri cosmiciL'apice della megalomania tecnologica di Stark.

L'introduzione dei Repulsori (dalle prime borse d'aria a jet all'energia direzionata) e, più tardi, della Nanotecnologia (Extremis e Bleeding Edge) dimostra come Tony Stark sia l'unico eroe il cui arsenale progredisce al pari della tecnologia reale, se non oltre. Non si adatta, inventa.

🥃 I Demoni Personali: La Fragilità Sotto l'Armatura

L'aspetto che rende Iron Man narrativamente superiore a molti suoi colleghi è la sua lotta con i demoni personali. Il mantello di Iron Man è costantemente offuscato da problemi che nessun raggio repulsore può risolvere:

  1. L'Alcolismo: La saga Demon in a Bottle (Iron Man #120-128, 1979) è universalmente riconosciuta come una delle storie più potenti e umane della Marvel. Ha reso Iron Man l'unico eroe di punta ad affrontare l'alcolismo e la dipendenza in modo realistico, spogliandolo della sua invulnerabilità.

  2. Il Complesso del Dio: Dallo sviluppo dell'intelligenza artificiale Ultron (in realtà, originariamente creato da Pym, ma Stark ha creato e potenziato diverse A.I. problematiche come V.I.R.G.I.L. e persino il suo ruolo in Civil War), Stark ha costantemente provato a risolvere i problemi del mondo con la sua tecnologia, spesso fallendo catastroficamente. Sbaglia sempre con le migliori intenzioni.

  3. L'Etica e la Sorveglianza: Civil War non è solo un conflitto tra Cap e Iron Man; è un dibattito sull'etica e la libertà individuale. La scelta di Stark di appoggiare l'Atto di Registrazione dei Superumani è la perfetta estensione del suo desiderio di controllare il caos attraverso la tecnologia.

💥 L'Eredità: Un Eroe per il Futuro

Iron Man non invecchia mai perché la sua premessa è costantemente aggiornabile: l'uomo contro la macchina che ha creato. Oggi, con la crescita esponenziale dell'IA, delle criptovalute, dell'esplorazione spaziale privata, Tony Stark è più rilevante che mai.

È l'eroe che ci chiede: Fino a che punto può spingersi l'ingegno umano prima di distruggerci? Non è invulnerabile, è solo preparato. E questo, cari lettori, è ciò che lo rende non solo l'eroe di latta, ma l'eroe che più si avvicina a ciò che tutti potremmo essere: un essere umano brillante che cerca di fare la cosa giusta, un fallimento tecnologico alla volta





LA PREVIEW DEL WEEKEND DI SERIE A

Eccidio di un ministro delle finanze. Milano 1814 di Antonino De Francesco (Neri Pozza)

 Milano, 20 aprile 1814: la notizia dell’abdicazione di Napoleone re d’Italia porta una folla inferocita a invadere il Palazzo del Senato per evitare che Eugenio di Beauharnais, figlio adottivo di Bonaparte, venga designato come sovrano. Gli insorti obbligano l’assemblea a sciogliersi e distruggono tutto quanto trovano. Poi raggiungono piazza San Fedele, a due passi dalla Scala, dov’è la casa dell’odiato ministro delle finanze Giuseppe Prina, che non riesce a fuggire e per tutto il giorno resta in balìa delle violenze senza che nessuno si opponga al linciaggio. Morirà a tarda serata e il cadavere mutilato verrà trascinato per le strade, tenuto per una corda, a dimostrazione del castigo che spetta a chi affama il popolo. La città sembra in preda al delirio. Solo l’indomani, quando la folla tenterà l’assalto al Palazzo Reale, il generale Pino si deciderà a sciogliere gli assembramenti. L’episodio apre una nuova stagione politica: viene istituita una Reggenza provvisoria, che tenta di assicurare l’indipendenza del Regno d’Italia facendo appello ai vincitori di Napoleone. È una scelta disastrosa, perché i reparti austriaci approfittano del vuoto di potere per raggiungere Milano: nel volgere di qualche settimana, tutta la Lombardia, che aveva sognato l’indipendenza, torna a essere un dominio degli Asburgo. Il libro ripercorre quelle vicende attraverso una lettura disincantata dei singoli momenti che vanno dalla drammatica ritirata di Russia di fine 1812 sino all’ingresso delle truppe austriache nella primavera del 1814. Al centro sono l’assalto al Palazzo del Senato e l’eccidio del Prina, ricostruiti su documenti inediti che offrono una lettura molto diversa della partecipazione popolare a quella tragedia. La sua fu una fine tanto terribile quanto dileggiata, sicché, come ebbe a scrivere un informatore degli austriaci, i suoi ultimi istanti di vita lo facevano somigliare a «un passero, tirato per una zampa e consegnato ai bambini».





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