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mercoledì 10 dicembre 2025

L’amara pace di Washington: l’Europa paga il conto, Kiev entra nell’UE (ma a pezzi)

 Di fronte al piano svelato dal Washington Post, crolla il mito della "vittoria totale". Lo scenario per il 2027 è un capolavoro di Realpolitik cinica: gli USA si sfilano, Zelensky cede territori e Bruxelles si accolla la ricostruzione e la sicurezza. Benvenuti nel "Modello Corea" versione europea.


Se c’è una cosa che la storia ci insegna, è che le guerre non finiscono quasi mai come i politici promettono nei comizi. Per anni ci siamo sentiti ripetere il mantra dei confini del 1991, della sovranità non negoziabile, della Russia che doveva essere non solo respinta, ma umiliata. Oggi, alla luce delle rivelazioni del Washington Post, quel mantra si sgretola sotto il peso di una realtà che molti analisti sussurravano da tempo, ma che nessuno osava gridare: la guerra in Ucraina finirà con un compromesso doloroso. E il conto, salato, sarà quasi interamente sul tavolo dell'Unione Europea.

Il piano attribuito all'amministrazione americana per il biennio 2025-2027 ha il sapore metallico del disimpegno a stelle e strisce. Il patto, brutale nella sua semplicità, è un classico do ut des: Kiev rinuncia, de facto se non de jure, ai territori attualmente occupati dai russi. In cambio, ottiene ciò che per Mosca è sempre stato fumo negli occhi: l'ingresso accelerato nell'Unione Europea entro il 2027.

È la fine dell'idealismo e il trionfo del cinismo geopolitico. Washington, che ha guidato la risposta occidentale, sembra ora ansiosa di chiudere il dossier ucraino per concentrarsi sul vero rivale strategico, la Cina. Il messaggio alla Casa Bianca è chiaro: "Abbiamo dato armi e intelligence, ora tocca a voi europei gestire la pace". E che pace sarà?

Il piano prevede una zona demilitarizzata pattugliata non dai caschi blu dell'ONU o dai Marines, ma da soldati europei e britannici. Si chiede alle cancellerie di Berlino, Parigi, Roma e Londra di mandare i propri figli a congelare su una linea di confine instabile, a fare da cuscinetto tra due eserciti che si odiano. L'America si sfila dal rischio diretto ("niente stivali americani sul terreno", il solito dogma), lasciando all'Europa la patata bollente della sicurezza continentale.

Ma il vero nodo politico è l'adesione all'UE nel 2027. Se da un lato questa è la "vittoria" che Zelensky potrà vendere al suo popolo — la garanzia che l'Ucraina è definitivamente occidentale e non tornerà mai più nell'orbita di Mosca — dall'altro rappresenta una sfida ciclopica per Bruxelles. Un ingresso così rapido di un paese devastato dalla guerra, con un'economia a pezzi e un settore agricolo ingombrante, rischia di far saltare i bilanci comunitari e gli equilibri politici interni. Stiamo barattando la coesione europea per la stabilità al fronte?

Questo piano è, in sostanza, una "vittoria mutilata" per tutti. Per Putin, che si tiene la Crimea e il Donbass ma vede l'Ucraina scivolare via per sempre verso l'Occidente. Per Zelensky, che salva lo Stato ma perde la terra. E soprattutto per l'Europa, che si ritrova a dover finanziare una ricostruzione faraonica e a garantire militarmente una pace fragile, mentre l'ombrello americano si chiude lentamente.

È la fine delle illusioni. La pace che si profila all'orizzonte non è quella della giustizia assoluta, ma quella della necessità. È una pace brutta, sporca e costosa. Ma dopo anni di trincea, forse è l'unica che possiamo permetterci. Resta solo da capire se l'opinione pubblica europea, finora cullata dalla retorica della vittoria, sia pronta a digerire la verità.





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L'Uomo Cosa: Perché un ammasso di verdure è l'essere più potente (e triste) della Marvel

Dimenticate Thanos. Scordatevi Kang. Il vero guardiano del Multiverso è un biochimico trasformato in una palude che non può parlare, non può pensare, ma può farvi bruciare vivi se avete paura.

Se pensate che l'Universo Marvel sia solo tizi in armatura e scudi a stelle e strisce, vi state perdendo la parte più interessante: quella horror, psichedelica e tragica. E al centro di questo abisso melmoso c'è lui: Man-Thing (da noi, L'Uomo Cosa).

Spesso liquidato dai profani come "la versione Marvel di Swamp Thing", questo personaggio è in realtà una delle gemme più complesse e affascinanti della Casa delle Idee. Ecco perché dovreste ossessionarvi con lui oggi stesso.


1. La frase più "Metal" della storia dei fumetti

Ogni supereroe ha una catchphrase. Spider-Man ha "Da grandi poteri...", Hulk ha "Spacca!". L'Uomo Cosa ha una sentenza di morte incisa nella cultura pop:

"Chiunque conosca la paura brucia al tocco dell'Uomo Cosa."

Non è una minaccia, è una reazione chimica. Ted Sallis (l'uomo che era prima del mostro) non è cattivo. È empatico. Il suo corpo secerne un acido solforico mistico che si attiva solo in presenza di emozioni violente, in particolare la paura. Se un criminale lo attacca ed è terrorizzato, finisce in cenere. È la giustizia poetica definitiva: è la tua stessa paura a ucciderti.

2. Il Grande Dibattito: Man-Thing vs Swamp Thing

È impossibile parlare di lui senza affrontare l'elefante nella stanza (o meglio, nella palude).

  • Man-Thing (Marvel): Debutto a Maggio 1971.

  • Swamp Thing (DC): Debutto a Luglio 1971.

Coincidenza? Plagio? La verità è più succosa. I creatori dei due personaggi (Gerry Conway per Marvel e Len Wein per DC) erano coinquilini all'epoca. Sebbene entrambi giurino di non essersi copiati, è probabile che l'idea di un "mostro di fango tragico" aleggiasse nel loro appartamento. La differenza sostanziale? Swamp Thing è un filosofo, un dio delle piante che parla e ragiona. Man-Thing è un'entità quasi priva di mente, un osservatore silenzioso e tragico. È puro istinto.

3. Non è un mostro, è un "Portiere"

Perché un mostro di palude è vitale per l'MCU? Perché l'Uomo Cosa vive nelle Everglades della Florida, che nell'Universo Marvel sono il sito del Nesso di Tutte le Realtà (Nexus of All Realities).

Lui non sta solo facendo un bagno nel fango; sta proteggendo la porta girevole del Multiverso. Questo lo rende tecnicamente uno degli esseri più importanti dell'esistenza. Personaggi come il Dottor Strange e Howard il Papero (che ha fatto il suo debutto proprio in una storia di Man-Thing!) devono passare da lui se vogliono viaggiare tra le dimensioni senza invito.

4. La connessione inaspettata: R.L. Stine

Sì, avete letto bene. R.L. Stine, il leggendario autore di Piccoli Brividi (Goosebumps), è un fan sfegatato del personaggio e ha scritto una miniserie per la Marvel nel 2017. Stine ha riportato l'Uomo Cosa alle sue radici: un mix di horror classico e umorismo nero, dimostrando che il personaggio funziona meglio quando non si prende troppo sul serio.

5. La rinascita nell'MCU: "Ted"

Se avete visto lo special di Halloween Werewolf by Night su Disney+, sapete di cosa parlo. La Marvel ha fatto una mossa geniale: ha usato effetti pratici (un animatronic fisico) invece della solita CGI scadente. Il risultato? Un "Ted" incredibilmente espressivo, dolce e letale. È diventato istantaneamente virale non per la sua mostruosità, ma per la sua umanità residua. Vedere un mostro alto due metri che beve caffè (o quasi) ha sciolto il cuore di tutti.


Perché L'Uomo Cosa è il personaggio di cui abbiamo bisogno ora

Viviamo in un'era di antieroi complessi, e Man-Thing è l'apice di questo concetto.

  • È un monito ecologista vivente.

  • È una tragedia greca (ha perso la sua umanità per salvare una formula, tradito dalla moglie).

  • È visivamente unico: quegli occhi rossi e quella proboscide facciale sono inconfondibili.

Non è un eroe che vi salverà con un discorso ispiratore. È una forza della natura che vi costringerà a guardare dentro voi stessi. E se quello che vedete vi spaventa... beh, sapete cosa succede.




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martedì 9 dicembre 2025

Partecipazione di Andrea Stroppa a “10 minuti” di Nicola Porro - La visione di Elon Musk sull’UE

 Roma, 9 dicembre 2025 – “Elon Musk ama l'Europa, ma non il mostro burocratico che è diventato a scapito della sua stessa crescita”. E’ quanto dichiarato da Andrea Stroppa nel corso della trasmissione di Nicola Porro “10 minuti” andata in onda ieri sera su Rete 4.

Intervenuto per chiarire quanto lo stesso Elon Musk, e non solo lui, dichiara da tempo in merito all’Europa e di come, da diversi anni, il Vecchio continente guardi più al passato che al futuro, Stroppa ha voluto sottolineare come le parole di Musk riguardino la preoccupazione per un’Europa che sta dimostrando incapacità a cogliere e fornire risposte adeguate ai profondi cambiamenti in atto in ambito sociale, economico e tecnologico, dando priorità ai vincoli normativi che ne hanno fatto un mostro burocratico.

Musk, ha sottolineato Stroppa, considera il rapporto Europa-USA il rapporto più importante per l’occidente. Le stesse aziende di Elon Musk hanno investito miliardi di euro in Europa e danno lavoro diretto a circa 15.000 persone, alimentando contestualmente un estesa rete di indotto attraverso i rapporti intrattenuti con centinaia di aziende fornitrici. La considerazione di Musk per l’Europa è confermata inoltre dalla sua passione per la storia del nostro continente, in particolar modo quella dell’antica Roma in merito alla quale la sua Fondazione ha finanziato numerosi progetti di ricerca e studio.

I problemi strutturali dell’Europa, d’altro canto, non li ha evidenziati solo Musk ma anche Mario Draghi nel suo rapporto sulla Competitività dove ha richiamato l’attenzione su come la iper regolamentazione rappresenti un vincolo per la competitività europea.

Anche in merito all’immigrazione, contrariamente a interpretazioni strumentali che sono state fatte di alcune sue dichiarazioni, Musk sostiene fortemente  l’immigrazione purché sia legale e qualificata, mentre quella che arriva in Europa in modo illegale non è un’immigrazione qualificata e, nel lungo periodo, accogliere tante persone in maniera incontrollata non solo farà sì che non si potranno aiutare le persone che arrivano in cerca di un nuovo futuro ma non si potranno neanche offrire servizi adeguati alle persone che nascono e vivono nei paesi europei di appartenenza.

Sulla competitività futura dell’Europa, Stroppa ha infine evidenziato che Automotive, Spazio, Informazione digitale e Intelligenza Artificiale sono i quattro settori che guideranno lo sviluppo e la trasformazione nei prossimi anni: su tutti oggi l’Europa è in difficoltà, nonostante abbia avuto in passato, ad esempio nello Spazio, un ruolo molto importante in particolar modo con l’Italia che di questo settore è’ sempre stata leader. Ed è in quest’ottica che vanno prese le esortazioni du Elon Musk affinché l’Europa riprenda in mano il proprio futuro

Il Requiem di Ignatieff: L'Europa è sola (e non vuole ammetterlo) - ecco cosa ne penso

 C’è un passaggio nell’intervista rilasciata oggi da Michael Ignatieff a Repubblica che dovrebbe togliere il sonno a ogni cancelleria europea, da Berlino a Roma. Non è tanto la conferma di ciò che vediamo da quasi un anno – ovvero che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riscritto le regole del gioco – quanto la brutalità con cui l'intellettuale canadese certifica il decesso dell'atlantismo sentimentale.

Leggendo le parole di Ignatieff sulla "nuova strategia USA", emerge un quadro desolante per il Vecchio Continente. L'analisi è lucida, quasi chirurgica: Washington non ci vede più come partner privilegiati, ma come zavorra o, peggio, come vassalli sacrificabili sull'altare della competizione con la Cina. Ma il punto più critico sollevato nell'intervista è quello dell'"asse sovranista".

Ignatieff ha ragione da vendere quando sottolinea che il legame tra la nuova amministrazione Trump e le destre europee non è più solo ideologico, è strutturale. Non stiamo più parlando di tweet di sostegno o photo-op ai summit; stiamo parlando di una strategia coordinata che mira a smantellare, pezzo dopo pezzo, l'infrastruttura liberale costruita dopo il 1945.

Tuttavia, dove l'analisi di Ignatieff colpisce più duro – e dove forse pecca ancora di troppo garbo diplomatico – è nella diagnosi della reazione europea. L'Europa descritta nell'intervista appare come un sonnambulo che cammina sul cornicione. Parla di "autonomia strategica" mentre delega ancora la propria sicurezza a un ombrello americano che si sta chiudendo. L'intellettuale avverte: il sovranismo globale non è un incidente di percorso, è la nuova normalità con cui Bruxelles deve fare i conti, smettendo di sperare in un ritorno al passato che non avverrà.

La critica che mi sento di muovere, a margine delle sue impeccabili osservazioni, è rivolta a noi. Se l'America di Trump consolida un asse con i sovranisti europei, bypassando le istituzioni comunitarie, la colpa è anche di un'Unione che in questo 2025 ha continuato a rispondere alle cannonate con comunicati stampa. Ignatieff ci dice che siamo soli. La domanda che Repubblica lascia sospesa tra le righe è: siamo anche capaci di sopravvivere?

Se la "nuova strategia" americana è il disimpegno condito da opportunismo bilaterale, la "vecchia strategia" europea dell'attesa è un suicidio assistito. L'intervista di oggi non è un'analisi politica, è un avviso di sfratto dalla storia. Sta a noi decidere se fare le valigie o cambiare serratura

(Stefano Donno)




Luke Cage il primo supereroe Marvel nero

 Luke Cage, nato come Carl Lucas, è stato il primo supereroe Marvel nero protagonista di una testata regolare, diventando da subito un simbolo di rappresentazione e di orgoglio per i lettori afroamericani e per l’intero universo dei comics. Con la sua pelle indistruttibile, la storia di ex galeotto e il ruolo di leader di Avengers e Thunderbolts, oggi è uno dei personaggi più “politici” e maturi della Marvel, perfetto per contenuti virali che intrecciano cultura pop, attualità e identità.​

 

Origini tra Blaxploitation e diritti civili

Luke Cage debutta nel 1972 su “Luke Cage, Hero for Hire” n.1, in piena era Blaxploitation e all’apice delle battaglie per i diritti civili negli Stati Uniti. Marvel aveva già creato Black Panther e Falcon, ma è Cage il primo eroe nero ad avere una serie tutta sua, costruita esplicitamente su temi di razzismo, povertà urbana e lotta alle gang.​

Carl Lucas cresce ad Harlem, entra in una gang e finisce incastrato in un crimine che non ha commesso, venendo rinchiuso a Seagate, una delle carceri più dure dell’Universo Marvel. In carcere accetta di sottoporsi a un esperimento per ottenere uno sconto di pena, ma il trattamento viene sabotato, innescando la trasformazione che gli conferirà pelle impenetrabile e forza sovrumana.​

 

Da Carl Lucas a Luke Cage

Dopo l’esperimento, Lucas evade e decide di “resettare” la propria identità assumendo il nome Luke Cage, scegliendo di usare i suoi poteri come “eroe a pagamento” (Hero for Hire). L’idea è rivoluzionaria per l’epoca: un supereroe che manda la fattura, che tratta i poteri come un lavoro, che deve pagare l’affitto e tenere aperto un ufficio in quartiere.​

Inizialmente il look di Cage è quello classico della Blaxploitation: camicia gialla aperta, tiara metallica, catena in vita, linguaggio street e ambientazioni durissime tra bar, vicoli e palazzi fatiscenti. Col tempo la Marvel aggiorna il design rendendolo più realistico e contemporaneo, ma senza rinunciare alla sua identità di uomo del popolo, legato ai problemi concreti della comunità.​

 

Poteri, limiti e stile di combattimento

L’esperimento a Seagate altera radicalmente il corpo di Luke, donandogli una pelle praticamente antiproiettile, capace di resistere a colpi d’arma da fuoco, esplosioni, temperature estreme ed elettroshock. I suoi tessuti sono più densi del normale, e questo gli permette anche di incassare senza problemi colpi che disintegrerebbero un essere umano.​

La forza di Cage è classificata tra le più alte tra gli umani potenziati: inizialmente può sollevare senza sforzo decine di tonnellate, cifra che viene poi aumentata in seguito a un potenziamento mistico operato dal Dottor Strange. Oltre alla forza, possiede resistenza alla fatica, riflessi migliorati e una guarigione accelerata che gli permette di riprendersi da ferite gravi molto più rapidamente, anche se non ai livelli di Wolverine o Deadpool.​​

 

Eroe di strada e team player

Uno dei turning point narrativi arriva quando Luke viene costretto a collaborare con Danny Rand, Iron Fist, durante un intrigo che coinvolge la sua presunta colpevolezza e la criminalità organizzata. Dallo scontro nasce un’amicizia che diventa una delle bromance più amate della Marvel, culminando nel celebre duo “Power Man and Iron Fist” e nell’agenzia Heroes for Hire.​

Con il passare degli anni Luke passa da “uomo di quartiere” a figura centrale dell’Universo Marvel: entra nei New Avengers, guida una formazione dei Mighty Avengers e arriva perfino a dirigere la squadra dei Thunderbolts, composta da supercriminali in cerca di redenzione. Questo lo trasforma in un leader credibile, rispettato anche da giganti come Capitan America e Spider-Man.​

 

Jessica Jones, paternità e maturità

Uno degli aspetti più potenti a livello narrativo è la relazione con Jessica Jones, ex supereroina e investigatrice privata con un passato traumatico. Dalla loro storia nasce una figlia e Cage si ritrova a fare i conti non solo con supercriminali e minacce globali, ma con ansie molto più reali: il ruolo di padre, il pericolo di crescere un bambino in un mondo di super-scontri e la paura di non tornare a casa.​

Questo arco narrativo lo spinge persino a ritirarsi temporaneamente dall’attività supereroistica, spaventato dal peso che la sua vita di violenza ha sul cervello e sul corpo, compresa una diagnosi di encefalopatia traumatica cronica legata ai continui combattimenti. Non è più solo il “tipo con la pelle d’acciaio”, ma un uomo che deve fare i conti con le conseguenze psicologiche e fisiche del mestiere di eroe.​

 

Dalla strada al municipio di New York

In una delle evoluzioni più sorprendenti, Luke Cage finisce per candidarsi a sindaco di New York, sfidando nientemeno che Wilson Fisk, il Re del Crimine e sindaco in carica. Dopo la caduta di Fisk, Cage corre praticamente senza opposizione e viene eletto, diventando il simbolo definitivo del passaggio da ex detenuto a figura istituzionale.​

Questa svolta consolida Luke come personaggio politico, ponte tra supereroi e cittadini comuni, chiamato a gestire temi come sicurezza, disuguaglianze, abuso di potere e criminalità organizzata non più solo con i pugni, ma con leggi e politiche pubbliche. In termini di storytelling, è materiale perfetto per analisi virali che incrociano Marvel, attualità e dibattiti su rappresentanza e giustizia sociale.​

 

Varianti, universi alternativi e serie TV

Oltre alla sua versione canonica, esistono declinazioni alternative di Luke Cage, come quella noir dove è un ex criminale soprannominato “antiproiettile” che tenta di ripulire il quartiere dal crimine con metodi duri. In universi come Marvel Zombies viene infettato dal virus, perdendo il suo vantaggio di invulnerabilità e diventando uno degli zombie che arrivano addirittura a divorare Galactus.​

Sul fronte audiovisivo, Luke Cage ha conosciuto una nuova ondata di popolarità grazie alla serie live-action ambientata nell’universo Terra-199999, dove è mostrato come ex carcerato con pelle indistruttibile, barista e vigilante che protegge Harlem. Questa incarnazione ha spinto una generazione di nuovi lettori a recuperare le sue saghe classiche e ha rilanciato il personaggio come icona contemporanea di resistenza, Black pride e giustizia sociale.​

 

Perché Luke Cage è perfetto per contenuti virali

Dal punto di vista dei contenuti, Luke Cage ha tutti gli ingredienti per esplodere sui social: è il primo protagonista nero Marvel di una serie regolare, ha un passato da ex galeotto e una traiettoria che lo porta fino alla carica di sindaco di New York. È un eroe “di quartiere” con poteri devastanti ma problemi umanissimi: bollette, famiglia, trauma, discriminazione e responsabilità verso la propria comunità.​

Un contenuto virale su Luke Cage può lavorare su tre assi: la sua origine legata alla Blaxploitation e ai diritti civili, la sua evoluzione da mercenario ad Avenger e padre, e il suo ruolo politico come sindaco, usando parallelismi con attualità, black culture, rap e serie TV. Incrociando panel iconici dei fumetti, momenti forti della serie e hook narrativi del tipo “da ex galeotto a sindaco di New York”, il personaggio diventa un case study perfetto per mostrare come i comics sappiano essere specchio – e a volte anticipo – delle trasformazioni sociali reali.​





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